La Thailandia in tensione

RISE vol. 6 n. 2

Nel periodo storico contrassegnato dalla pandemia da COVID-19, la Thailandia ha dovuto affrontare le inevitabili ripercussioni in termini non solo sanitari, ma anche politici. Le proteste montate nel Paese due anni fa, e tuttora in corso, invocano le dimissioni del Premier Prayut Chan-o-cha e una riforma della monarchia. Ciò che queste manifestazioni hanno finora messo in discussione sono i due pilastri fondativi della società thailandese: da una parte, la figura del re, il “padre della nazione”; dall’altra, le Forze armate, custodi dell’ordine politico e sociale che si fonda sulla perfetta commistione di miti storici ed elementi buddisti.

La mobilitazione attuale si pone quasi in perfetta continuità con gli scontri tra studenti e militari del 1976 all’Università Thammasat, divenuto uno dei luoghi simbolo della protesta assieme al centralissimo crocevia Ratchaprasong di Bangkok. Nel contesto di questo attivismo civico sempre più acceso e ben organizzato, soprattutto grazie al ricorso ai social network, vi sono elementi di continuità e di novità. Riguardo a quest’ultimo aspetto, le istanze di una maggiore democratizzazione provengono prevalentemente dai giovani, gran parte dei quali ha meno di venticinque anni. Relegati da tempo a uno stato di marginalizzazione politica e cresciuti nel contesto di un rigido sistema educativo, gli studenti hanno costruito una narrativa della protesta che intreccia elementi tradizionali e innovativi e che si contrappone all’azione delle forze più conservatrici.

Questo numero di RISE intende non solo fare il punto sulle recenti proteste, ma anche comprendere le ragioni storiche più profonde del malcontento nei confronti del sistema politico e sociale thailandese. L’analisi parte dal rapporto intrinseco tra il sovrano e i militari e tiene conto del sistema giuridico thailandese che, oltre a incorporare il diritto positivo, riflette tradizioni, privilegi e influenze secolari. Non può mancare lo sguardo all’economia, gravemente condizionata dalle periodiche restrizioni e, soprattutto, dalla chiusura delle frontiere che hanno privato il Paese dell’importante bacino di turisti internazionali.

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