La Thailandia tra tradizione, potere e nuove forme di organizzazione sociale

Poco più di un secolo fa, durante il millenario arco di tempo della tradizione giuridica thailandese, la Thailandia ha assistito a radicali modifiche del suo ordinamento civile, penale e costituzionale. A partire dal regno del Re Rama V (1868-1910), il corpus di leggi autoctone thailandesi, basate su un sistema secolare di organizzazione in caste della società, fu sostituito da leggi moderne redatte con l’aiuto di consiglieri stranieri. È così che la Thailandia, al fine di rafforzare la politica di graduale apertura agli scambi commerciali e di modernizzazione del Paese, avviò nella seconda metà del XIX secolo una serie di riforme giuridiche e istituzionali. La codificazione nota come “Legge dei Tre sigilli”, emanata nel 1805 per ordine del Re Rama I, fu sostituita in buona parte da modelli giuridici di stampo occidentale. Il primo codice a essere promulgato fu il Codice penale del Regno di Siam del 1908. Qualche anno più tardi, nel 1923, una commissione di giuristi francesi e inglesi emanò il Codice civile e commerciale sulla base del Codice civile tedesco (Bürgerliches Gesetzbuch), codice redatto interamente in inglese e solo successivamente tradotto in thailandese. Ma la storia non si arresta qui e, nel giugno 1932, una nuova generazione di militari e un gruppo di giovani intellettuali thailandesi formatisi in atenei europei decisero di guidare una rivoluzione con l’intento di trasformare la monarchia assoluta in monarchia costituzionale. Fu così che il 10 dicembre 1932 il Re Rama VII firmò la prima Costituzione permanente del Paese.

La discussione su quel che significa creare un ordinamento costituzionale ispirato a principi occidentali in un contesto giuridico-istituzionale così differente solleva numerosi interrogativi circa il reale significato di tale esperienza. Qual è stata la configurazione giuridica dello Stato e della democrazia costituzionale che si è delineata all’indomani della promulgazione della Costituzione del Regno di Siam e delle prime elezioni del Parlamento? Ha funzionato l’esperimento giuridico? È davvero possibile importare tradizioni giuridiche tra Paesi così distanti tra loro?

In realtà, la concezione thailandese dell’ordinamento costituzionale si è rivelata molto distante da quella occidentale. La Thailandia ha sviluppato in questi anni una diversa concezione dello Stato di diritto basata non già sui principi di sovranità dell’ordinamento giuridico, di legalità dell’azione degli organi dello Stato e di autorizzazione normativa di ogni potere, bensì su un principio di dominanza materiale in cui ordine gerarchico, autorità e potere politico-economico costituiscono una premessa metafisica esterna alla portata esplicativa dell’ordinamento giuridico.

I poteri costituenti thailandesi, infatti, non hanno mai avuto l’intenzione reale di applicare i principi occidentali di stato di diritto e sovvertire il sistema di caste e aristocrazie vigente sin dal Regno di Ayutthaya (sistema noto come Sakdina, letteralmente “autorità dei campi”). Negli ordinamenti occidentali la Carta costituzionale è la fonte suprema del diritto, mentre le costituzioni thailandesi sono state applicate in modo completamente diverso. In questi decenni, è apparso chiaramente che le Carte costituzionali thailandesi rappresentano equilibri provvisori tra poteri. In tal senso, l’ordinamento costituzionale thailandese non applica quei principi alla base delle moderne democrazie occidentali: tripartizione dei poteri, ordine costituzionale, monarchia costituzionale, fonti del diritto, gerarchia tra le fonti del diritto. Queste sono state, invece, lette ed applicate negli anni come costituzioni flessibili. Leggi, ordini ministeriali, regolamenti vengono liberamente applicati anche quando in conflitto con norme costituzionali, in virtù molto spesso di principi astratti quali il mantenimento dell’armonia e della pace della nazione, la tutela della stabilità economica e sociale del Paese, oppure la difesa della fratellanza tra i thailandesi.

La funzione del diritto in un sistema sociale fortemente gerarchico quale quello thailandese (basti pensare, ad esempio, che ci sono quasi venti pronomi diversi per tradurre il nostro “tu, lei o voi”, a seconda del grado di formalità della situazione e dell’interlocutore che si ha di fronte) è dunque completamente diverso rispetto a quello occidentale. Le costituzioni e le leggi sono da considerarsi solo come una parte dell’ordinamento costituzionale del Paese. Esse si applicano come elemento di equilibrio (provvisorio) tra poteri costituenti (perenni) quali monarchia, aristocrazia, ufficiali reali, esercito, nuova borghesia e precetti della scuola buddista Theravada. La Costituzione scritta (Costituzione formale) è vista come una Carta fondamentale flessibile che non ammette la categoria di leggi costituzionali in senso formale. Essa convive con tradizioni, caste, privilegi, poteri forti, poteri emergenti, e influenze secolari (Costituzione materiale) esistenti prima della sua adozione. Quando le due costituzioni divergono, è necessario eliminare le ragioni del contrasto modificando la Costituzione formale attraverso colpi di Stato. Tali colpi di Stato non rappresentano eventi antigiuridici. Non rompono la continuità dell’ordinamento giuridico thailandese, piuttosto l’assecondano.

L’ordinamento giuridico thailandese, essendo un ordinamento a Costituzione flessibile, è privo di un reale organo di giurisdizione costituzionale. Il potere giudiziario si fa esclusivamente garante dell’equilibrio tra poteri dello Stato. È solo con questa chiave di lettura che risultano chiare le ragioni per le quali la magistratura costituzionale ha offerto una validità a posteriori ai colpi di Stato del 2006 e del 2014. Il potere giudiziario è strumentale nel plasmare situazioni di crisi istituzionale legittimando colpi di Stato militari e garantendo nuovi equilibri tra poteri. In virtù delle leggi thailandesi in materia, tuttavia, non mi è possibile esprimere opinioni maggiormente dettagliate sulla giustizia costituzionale thailandese.

È lecito, invece, effettuare alcune considerazioni sulla giustizia ordinaria. La parte importante della legge che deve persistere nell’ottica dei thailandesi è il potere della magistratura ordinaria. Nell’ideale thailandese, la magistratura ordinaria è il potere più puro, cioè privo di qualsiasi influenza nascosta. Secondo i thailandesi, i giudici sono persone pulite e pure, le uniche nell’intero processo giudiziario. Questa convinzione rassicura i thailandesi sul fatto che la giustizia ordinaria abbia davvero la forza di contrastare le ingiustizie sociali. Una volta compresi tali aspetti, si può capire più chiaramente come la legge e la magistratura siano due fattori essenziali nel preservare l’equilibrio tra poteri.

Il terzo fattore essenziale è l’educazione nazionale da intendersi come istruzione pubblica, comunicazione di massa attraverso le televisioni e influenza religiosa. Il governo si fa garante dell’educazione nazionale delle nuove generazioni. Nelle scuole thailandesi, si inizia la giornata con gli scolari che si alzano in piedi a cantare l’inno nazionale e con la cerimonia solenne dell’alzabandiera. Si studia poi, sulla base di un metodo di insegnamento unidirezionale in cui l’insegnante trasferisce competenze agli allievi. Gli insegnanti hanno diritto di infliggere punizioni sia psicologiche sia corporali agli studenti per ragioni educative. Numerose sono le cerimonie che evidenziano la tradizionale gerarchia insegnante-studente. La cerimonia sacra del wai kru, ad esempio, è una dimostrazione di rispetto tradizionale nella cultura thailandese durante la quale gli studenti inginocchiati ai piedi dei loro insegnanti (o talvolta completamente prostrati per terra), offrono loro una ghirlanda di fiori, al fine di esprimere la loro gratitudine.

Sulla base della stessa impostazione ideologica, la televisione nazionale mostra lakorn, ovvero telenovele thailandesi in cui si esalta la differenza di classe, il ruolo subordinato della donna rispetto all’uomo, la punizione di demoni, fantasmi e creature malvagie nel caso in cui i protagonisti dovessero tentare di sovvertire tale ordine. Ogni sera, poi, alle venti le televisioni e le stazioni radiofoniche a reti unificate narrano le prodigiose gesta dei reggenti. Stesse immagini, identici commenti, medesimi simboli si susseguono come in una quotidiana liturgia. Si capisce dai racconti televisivi come tutti in Thailandia amino i reggenti: si vedono persone di ogni età, scolaretti, ufficiali militari, anziani, persone di ogni fede religiosa ed estrazione sociale con capo chino e sguardo basso, prostrarsi dinnanzi ai reggenti. Si tratta di un aspetto su cui concordano tutti all’unanimità, politici di ogni partito politico, giornalisti, imprenditori, insegnanti, e operai. La religione buddista si inserisce perfettamente in tale contesto di tutela degli ordini gerarchici attraverso l’esaltazione di valori quali il rispetto dell’autorità, l’armonia, la serena compostezza e la rinuncia al piacere immediato in vista di una meta più elevata.

La Thailandia funziona così da decenni. Un elemento potenzialmente perturbatore si è, tuttavia, inserito in questo contesto negli ultimi anni: Internet. Sulla base degli ultimi dati, i giovani thailandesi vi trascorrono in media più di undici ore al giorno. Su una popolazione di quasi settanta milioni di abitanti, ci sono novanta milioni di connessioni, cinquantacinque milioni di persone registrate sui social media, quarantanove milioni di utenti Internet, di cui il 99% utilizza YouTube tutti i giorni. La Thailandia è uno dei primi Paesi al mondo per tempo pro-capite trascorso sul web.

In tale contesto, i post e le foto sui social media sono uno strumento utilizzato dalle giovani generazioni come protesta contro l’establishment e i poteri forti. Si tratta per queste generazioni di un percorso che aiuta a sviluppare la loro personalità e, contemporaneamente, creare uno spirito critico in ciascuno di essi. Si tratta di proteste che mostrano una voglia di cambiamento e di insoddisfazione verso lo status quo.

Tuttavia, difficilmente tali proteste si estendono ad altre fasce della popolazione. Per educazione, formazione culturale e credi religiosi, i ceti più umili non osano protestare, si sentono a disagio nel manifestare contro i poteri forti e molto spesso percepiscono le proteste come una mancanza di rispetto verso valori radicati nella coscienza thailandese. Allo stesso modo, la dinamica e operosa borghesia thailandese non ama le piazze per paura di perdere l’agiatezza raggiunta: il conflitto sociale e il disordine endemico alle proteste, e le sue conseguenze, metterebbero a rischio i loro privilegi.

Ma c’è anche un altro aspetto che va considerato con attenzione: la popolazione thailandese ha un tasso di urbanizzazione piuttosto basso. Sebbene l’urbanizzazione sia in costante crescita, infatti, la maggioranza della popolazione vive ancora in villaggi rurali. Con una superficie quasi doppia rispetto a quella dell’Italia, la Thailandia è un Paese caratterizzato dalla presenza di pochi centri urbani e una moltitudine di piccoli centri e villaggi agricoli. In tale contesto risulta molto difficile creare un movimento di opinione talmente solido da poter scalfire il potere. È certamente difficile ma non del tutto impossibile. Tutto dipenderà dall’abilità politica e mediatica dei poteri forti di plasmare e educare le future generazioni ai tradizionali modelli di organizzazione sociale vigenti sin dal Regno di Ayutthaya.

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