[LA RECENSIONE] Asiatica. Storie, viaggi, città: guida a un continente in trasformazione

Marco Del Corona, Asiatica. Storie, viaggi, città: guida a un continente in trasformazione, Torino: add editore, 2021.

Thailandia

“Dunque le isole parlano. Molto di quello che l’Asia orientale ci dice passa attraverso le isole. Le Dokdo, da dove abbiamo cominciato il percorso, e Taiwan, dove lo concludiamo, sono forse rappresentazioni esatte, metafore compiute, in un itinerario che è andato proprio in cerca di metafore annidate nei luoghi e nelle città […] Le isole come spazi di incontro e di frattura, mete e punti di partenza, realtà chiuse in sé eppure necessarie aperture all’altro e al mondo. E poi le città – Seoul e Tokyo, Pechino e Chongqing, Shanghai e Hanoi, Phnom Penh e Taipei – come mappe possibili, e anche un po’ arbitrarie, per rintracciare le voci di Paesi che sono, loro stessi, in viaggio” (p. 275).

Sta tutto in queste parole il senso del libro che RISE ha scelto di recensire per questo numero, scritto da Marco Del Corona, giornalista del Corriere della Sera già corrispondente da Pechino fra il 2008 e il 2012 e ora alla redazione “Cultura” del quotidiano meneghino. Il volume raccoglie il frutto di riflessioni, interviste, conversazioni sull’Asia orientale raccolte tra il 2006 e il 2021, alcune inedite e alcune già pubblicate sul Corriere e sui suoi supplementi. È la prima volta che RISE presenta un’opera non dedicata interamente al Sud-Est asiatico: degli otto capitoli, solo uno (“Hanoi e Phnom Penh. False sorelle”) riguarda l’area di specifico interesse della nostra rivista. Tuttavia, la tradizionale partizione accademica della regione in aree apparentemente distinte (l’Asia orientale in senso stretto con Repubblica Popolare Cinese, Corea del Sud, Giappone e Taiwan, l’Asia meridionale con l’India al suo centro, e l’Asia sud-orientale) non rende giustizia delle contaminazioni, somiglianze e contiguità che esistono tra Paesi collocati in sub-regioni differenti.

Ciò è tanto più vero oggi, quando assistiamo a un dinamico cambiamento che sta investendo la regione, mettendo in discussione antiche (coloniali?) classificazioni. Nelle Relazioni Internazionali, le regioni sono costrutti sociali: l’idea dominante di regione definisce la regione stessa. Si pensi alla nuova definizione dell’area Indo-Pacifica, che sembra legare strettamente l’India ai destini dell’Asia orientale e del Pacifico. Il Sud-Est asiatico non vive in una bolla, ma è immerso economicamente, politicamente e culturalmente in un ambiente regionale molto più vasto, fortemente influenzato dalla Cina, dal Giappone e – perché no – dalla stessa idea di progresso portata dall’incontro-scontro con l’Occidente.

Perciò le isole di cui parla Del Corona, in senso metaforico e no, non sono universi a sé stanti, ma Paesi tra loro fortemente collegati e tutti immersi nel vortice della modernità che ha contraddistinto l’Asia degli ultimi decenni. Non è un caso, d’altra parte, se ben quattro capitoli del libro abbiano nel titolo l’espressione “nella corrente”, quasi a volere consegnare al lettore il senso di movimento delle società e di fluttuazione dei confini.

Uno dei temi di sottofondo del volume è infatti la rapida modernizzazione dell’Asia orientale, che, a partire dagli anni Sessanta del XX secolo in Giappone, e via via propagatasi agli altri vicini, ha generato profonde fratture nel tessuto economico e sociale. In particolare, ha generato fenomeni di alienazione e dislocazione soprattutto nella classe lavoratrice, spinta a lasciare le campagne per convogliare nelle metropoli, in un processo spesso doloroso di separazione dalle radici e dai legami familiari. Il paesaggio urbano e rurale diventa in poco tempo irriconoscibile: parlando della Cambogia, l’autore ricorda come “la metamorfosi dei luoghi accompagna la metamorfosi di un Paese che gli strappi della storia hanno squassato” (p. 240). Un altro leit-motif riscontrabile nella regione, ampiamente trattato nel testo, è rappresentato dalla pesante eredità della memoria storica. Poiché la Guerra fredda in Asia orientale non è in realtà mai finita, il dibattito pubblico in questi Stati ancora ruota attorno a confini irredenti, scuse per la dominazione coloniale giapponese mai veramente accettate, traumi di guerre americane e genocidi intestini.

Tutto questo diventa per Del Corona materia di ampia discussione con scrittori, intellettuali, poeti, registi, testimoni diretti, alcuni noti al grande pubblico occidentale. Ma è soprattutto nell’incontro con personaggi meno conosciuti in Italia che il libro disvela la sua ricchezza, accompagnando il lettore nelle pieghe della storia di questi Paesi e delle loro grandi città-mondo, diventando un vademecum da mettere in valigia (quando si potrà tornare a viaggiare più liberamente) per conoscere e approfondire, da viaggiatore, le destinazioni presentate. Non è un caso che al termine del volume vi sia una piccola guida “con consigli di lettura… e di percorsi”, che riporta “non le solite attrazioni turistiche, ma librerie, piccoli musei, negozi di dischi e oggettistica, dove l’atmosfera garantisce uno sguardo dall’interno a questi luoghi dell’Asia orientale”. Paradossalmente, quindi, un volume sulla contemporaneità metropolitana – già proiettata nel futuro – assume un fascino d’altri tempi, di altre ere geologiche, quando non esistevano le riunioni via Zoom, lo streaming, i rider e il commercio online, e per incontrare persone, scoprire l’arte e acquistare oggetti, bisognava esplorare le vie delle città, ascoltandone i suoni, osservandone i colori, gustandone i sapori. Così, in questo arcipelago di frammenti, storie, suggestioni, spetta al lettore trovare la propria isola, navigare verso altre coste, superare ponti, andare e ritornare, per farsi una migliore idea “asiatica”, al di là dei diffusi stereotipi e dei facili esotismi. Perché, in fondo, se nei notiziari delle reti pubbliche nazionali durante il recente summit del G-20 a Roma non sono riuscito a sentire pronunciare il nome del Presidente dell’Indonesia (e nemmeno a sentire che si trattava del Presidente dell’Indonesia), allora c’è ancora tanta strada da fare per far conoscere “l’Asia che avanza” all’opinione pubblica italiana.

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