Le conseguenze della pandemia da COVID-19: geopolitica in Asia Orientale e prospettive future

Introduzione

Negli ultimi anni, le democrazie del G7 hanno ripetutamente denunciato Pechino per le sue esplicite violazioni dei diritti umani nello Xinjiang e a Hong Kong, e per la sua insistente ambizione di ricongiungere Taiwan alla Cina. Quasi in risposta alla Belt and Road Initiative (BRI) del Presidente cinese Xi Jinping, l’ex Primo ministro giapponese Abe Shinzo ha, negli ultimi anni, avanzato delle controproposte quali la strategia del Free and Open Indo-Pacific (FOIP) e la Quality Infrastructure Partnership (QIP), assieme ad altre iniziative giapponesi che sono collegate alla nuova partnership militare QUAD (che vede membri il Giappone, gli Stati Uniti, l’Australia e l’India) e all’AUKUS (Australia, Regno Unito e Stati Uniti). Tutte iniziative intese a contenere in qualche modo l’espansione egemonica della Cina su diversi fronti.

Mentre il mondo era sull’orlo di una spaccatura tra le nazioni al di là delle Grandi mura, entrando in quella che può essere definita la “nuova Guerra fredda”, con una simbolica guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, o una guerra per gli aiuti esteri tra Cina e Giappone, ci sono stati due eventi che hanno indubbiamente accelerato la spaccatura. Uno è la crisi sanitaria del COVID-19, l’altro i suoi effetti collaterali.

Una crisi sanitaria pubblica richiede interventi politici straordinari e limitazioni dei diritti individuali, che possono provocare tensioni sociali e politiche negative nei Paesi in cui la struttura di governance è vulnerabile. Anche se alcuni Paesi hanno iniziato a riprendersi economicamente, la pandemia ha innescato crisi politiche in altre parti del mondo, provocando sia il crollo delle istituzioni democratiche in Myanmar e Afghanistan nel 2021 sia l’indebolimento della Pax americana che ha permesso alla Russia di invadere l’Ucraina nel 2022.

La Cina è stata il primo Paese ad annunciare la sua vittoria contro la pandemia, quando il Ministro degli Esteri Wang Yi, nel suo discorso del luglio 2021, disse al mondo che “la Cina è l’unica maggiore economia ad aver registrato una crescita positiva durante la pandemia, aiutando così la ripresa dell’intera economia mondiale[1]”.

Tuttavia, sebbene le conseguenze socio-economiche del COVID-19 sembravano rallentare alla fine del 2021, le cose sono cambiate drasticamente con l’arrivo della “variante Omicron”. Nell’aprile 2022, l’intera popolazione di Shanghai (20 milioni di persone) fu costretta – sotto minaccia del ricorso alla forza – a non lasciare le proprie abitazioni, seguendo la ormai famosa politica dello “zero COVID” voluta dal governo centrale. Quindi, nonostante i prematuri festeggiamenti, la Cina resta di fatto uno degli ultimi Paesi a dover raggiungere la normalizzazione economica e la riapertura dei confini esterni.

Proprio quando l’economia globale stava cominciando a riprendersi verso l’inizio del 2022, la Russia invase l’Ucraina. È proprio a partire dal 24 febbraio che la Cina abbassò notevolmente i toni di sfida che avevano caratterizzato i mesi precedenti, in risposta alle accuse che l’Occidente aveva avanzato per il presunto genocidio nello Xinjiang e le molteplici ambizioni territoriali. Non avendo apertamente criticato l’invasione militare russa, Pechino ha voluto così evitare uno scontro simultaneo su più fronti con l’Occidente. L’India, a causa della sua dipendenza logistica e militare dalla Russia, è stata messa in una posizione diplomatica molto simile. Così facendo, le due potenze asiatiche altrimenti antagoniste, Cina e India, si sono trovate nella medesima impasse.

Data l’accresciuta vulnerabilità della governance democratica a causa della pandemia, potrebbe non essere esagerato considerare la crisi ucraina come una sfortunata prova a sostegno della tesi degli “effetti collaterali della pandemia”, che si sono intensificati fino a sfociare in veri e propri scontri militari. Il presente articolo intende far luce sulle relazioni internazionali post-pandemia nella regione, principalmente da una prospettiva dell’Asia Orientale, dove Taiwan è sempre più considerata il “prossimo obiettivo”.

Il bilancio della pandemia del 2020-21

Sebbene possa sembrare prematuro discutere il bilancio finale della pandemia da COVID-19, soprattutto per il Giappone, poiché l’impatto delle nuove varianti rimane poco chiaro, con l’inasprimento delle restrizioni da parte del Primo ministro Kishida Fumio – al potere dall’ottobre 2021 – potrebbe essere invece opportuno commisurare la ripresa economica a breve termine con la sicurezza di lungo termine.

Nonostante molti Paesi siano eccessivamente preoccupati di una ripresa economica a breve termine, la crisi ucraina ha aggiunto serie incertezze, quali l’insicurezza data dalla dipendenza energetica, l’assistenza umanitaria, economica e militare all’Ucraina e alle popolazioni afflitte e le sanzioni economiche contro la Russia. I ministri delle Finanze e i governatori delle Banche centrali del G20 avrebbero potuto raggiungere un accordo per la ripresa economica al summit dell’aprile 2022 a Washington, ma si sono mostrati divisi sui rapporti da tenere con la Russia.

Durante questo incontro, presieduto dalla Ministra delle Finanze indonesiana Sri Mulyani Indrawati, i rappresentati di Stati Uniti, Regno Unito e Canada abbandonarono la sala per protesta contro l’aggressione militare russa, poco prima del discorso del Ministro delle Finanze russo. Il ministro cinese, invece, accusò l’Occidente di ostracismo, insistendo che “nessun Paese dovrebbe essere forzatamente rimosso dal G20”. Il summit ha purtroppo confermato come non ci sia, attualmente, nessuna cornice internazionale in cui discutere in modo imparziale su un qualsiasi piano di ripresa economica, nemmeno il G20 o le Nazioni Unite.

Una delle lezioni più dure della pandemia è la perdita di credibilità delle istituzioni liberali, a livello nazionale e internazionale. E ciò ha dato adito al dibattito su modelli alternativi al capitalismo liberale e democratico, di cui discuteremo a breve.

La Cina rappresenta se stessa come leader dell’ordine internazionale post-pandemia

Nel novembre 2021, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha adottato la “risoluzione sui maggiori successi e sulle esperienze storiche del partito nell’ultimo secolo”, dipingendo la Cina come una grande potenza mondiale. Questo documento indica Deng Xiaoping come l’architetto del “socialismo con caratteristiche cinesi”, responsabile di condurre il Paese verso una “modernizzazione socialista[2]” in tre fasi entro la metà del XXI secolo. Molto è già stato raggiunto nel 2020. Tuttavia, una democrazia a più partiti non è mai stata parte dell’agenda. La risoluzione tocca brevemente e vagamente l’evento noto come il “massacro di Piazza Tiananmen” del giugno 1989.

“Nella primavera e inizio estate 1989, una grave agitazione politica ebbe luogo in Cina come conseguenza di un clima internazionale e interno, ma che fu fondamentalmente supportato da ingerenze straniere anticomuniste e antisocialiste. Grazie all’appoggio popolare, il Partito e il governo presero una posizione decisa nei confronti di questo trambusto, difendendo il potere dello stato socialista cinese e salvaguardando gli interessi fondamentali della sua gente[3]”.

Per quanto riguarda Hong Kong e Taiwan, la risoluzione dice che Pechino continuerà a perseguire la politica di “un Paese, due sistemi” introdotta da Deng in maniera “pacifica”. È tuttavia risaputo che l’oppressione di movimenti democratici a Hong Kong prima della pandemia è stata tutt’altro che pacifica ed è proprio per questo motivo che la comunità internazionale guarda con preoccupazione al futuro di Taiwan.

Il PCC ha ribadito con orgoglio che la Cina ha dato e continuerà a fornire il proprio contributo negli affari internazionali, inclusi il cambiamento climatico, la riduzione della povertà, la lotta al terrorismo, la sicurezza cibernetica, l’assistenza vaccinale per il COVID-19, eventi questi che hanno dimostrato “una forte crescita dell’influenza internazionale, dell’attrattiva e dell’abilità di convincimento della Cina[4]”.

Il piano di Xi è di usare la BRI come un veicolo per contribuire al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs), come suggerito dai discorsi del Ministro Wang: “[p]er la prima volta nella storia, abbiamo eliminato la povertà assoluta in Cina, equivalente a più del 70% della povertà mondiale. […] La Cina ha attuato efficacemente l’Accordo di Parigi [sul clima, N.d.T.], migliorando la propria struttura industriale e dipendenza energetica, imbarcandosi in un viaggio verso uno sviluppo circolare, verde e a basse emissioni di carbonio. Nel 2020, i livelli di monossido di carbonio sono diminuiti del 48.4% rispetto al 2005”.

“La Cina, insieme ai suoi oltre 140 Paesi partner sotto la cooperazione della Belt and Road, ha incrementato il suo commercio fino a oltre 9,2 mila miliardi di dollari e ha instaurato la più estesa piattaforma di cooperazione del mondo. Nonostante la pandemia, l’espresso ferroviario sulla tratta Cina-Europa è rimasto in servizio. Anche lo sviluppo della ‘Via verde della Seta’ e della ‘Via digitale della Seta’ stanno procedendo bene, immettendo nuove e potenti idee nell’attuazione dell’Agenda 2030[5]”.

Nonostante il dibattito tra ricercatori e decisori politici graviti spesso su politiche di contenimento della Cina, il suo impegno nei confronti degli SDGs e del bene pubblico globale non sembra essere in conflitto con gli interessi delle democrazie occidentali. Anche nel caso della crisi ucraina, i media cinesi hanno espresso preoccupazione e solidarietà per il popolo ucraino.

Sebbene possa sembrare molto rischioso riporre la fiducia nella Cina, uno stato autoritario, per guidare e risolvere affari internazionali, isolare una nazione dal resto del mondo potrebbe portare a conseguenze ben più complicate. Per quanto riguarda gli interessi di lungo termine, quali gli SDGs, la comunità internazionale dovrebbe senza esitazione collaborare e non contenere la Cina, soprattutto sfruttando schemi istituzionali già esistenti (come per esempio la Banca Mondiale, la Banca asiatica di Sviluppo o lo United Nations Development Programme (UNDP), per citarne alcuni. Il G7 dovrebbe addirittura considerare un’adesione della Cina, a patto ovviamente che essa sia disposta a rispettarne i principi fondamentali. Dopotutto, la maggior parte dei Paesi del mondo desiderano fare affari con la Cina per trarne benefici, cosa di cui i cinesi sono chiaramente consapevoli.

Le imprese giapponesi verso un modello di business etico?

Una delle maggiori difficoltà nel riallacciare i contatti commerciali con la Cina sta senz’altro nelle accuse di violazione di diritti umani nei confronti della popolazione uigura nello Xinjiang. Grazie a dati satellitari, l’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), un importante think tank australiano, è riuscito a identificare la posizione esatta dei cosiddetti “campi di concentramento” (che i cinesi chiamano “campi di riaddestramento”), le macerie delle moschee distrutte e molto altro. Secondo uno studio pubblicato dallo stesso istituto, nello Xinjiang sono disseminati 380 di questi campi, di cui più di 61 costruiti dal 2019 a oggi, e il numero sembra essere ancora in crescita[6].

Un altro studio dell’ASPI ha criticato la complicità di alcune imprese di livello internazionale che hanno beneficiato del sistema di sfruttamento ricorrendo al lavoro forzato nello Xinjinag. Aziende giapponesi quali Uniqlo e Muji, nominate nel report, sono divenute bersaglio delle restrizioni all’importazione statunitensi proprio per via di queste accuse. In un primo momento, il fondatore di Uniqlo, Yanai Tadashi, si rifiutò di rilasciare dichiarazioni, ma a seguito delle pesanti pressioni dell’opinione pubblica, espresse ufficialmente preoccupazione riguardo alla violazione dei diritti umani degli uiguri[7].

In maniera molto simile, nonostante la crisi ucraina, Uniqlo inizialmente si rifiutò di sospendere le proprio operazioni commerciali con la Russia, poiché “gli affari non hanno nulla a che fare con la politica”, ma alla fine è stato costretto a seguire alla lettera il proprio codice etico[8] di condotta[9].

Questi esempi sembrano spiegare un modello di “business etico” tipico del XXI secolo. I consumatori sono sempre più consapevoli di scelte etiche nei loro acquisti e sono disposti a pagare un extra per convogliare le proprie responsabilità etiche anche negli acquisti. È un cambiamento simbolico che va oltre il modello capitalista del XX secolo, incentrato più su efficienza economica, produzione e consumo di massa. Il post-COVID 19 sembra aver ulteriormente accelerato questo cambio di paradigma.

Col senno di poi, la pandemia da COVID-19 ha scosso profondamente le fondamenta del modello capitalista della società moderna. Nel passato, consumatori e produttori avevano entrambi priorità simili, cioè la massimizzazione di utilizzo e profitto tipica della mentalità da homo economicus. Tuttavia, questa visione non è più accettabile.

La pandemia da COVID-19 ci costringe a controbilanciare libertà individuali con salute pubblica, ponendo la domanda fondamentale attorno alla sostenibilità del modello capitalista del mercato libero in un mondo post-pandemico.

Tra i dibattiti sul revisionismo del capitalismo, sembra emergere un rinvigorito interesse nel marxismo, specialmente nelle nuove generazioni (la cosiddetta Gen Z). Queste nuove leve restano generalmente scettiche nei confronti degli SDGs, che considerano un mero compromesso con il mondo degli affari per trarre ulteriori profitti dal “business verde”.

Conclusioni

Visto che gli Stati Uniti si stanno gradualmente disimpegnando nelle questioni globali, la Cina ha espresso il desiderio di dimostrare la propria leadership in molti settori. Attraverso la sua nuova agenzia di sviluppo, l’Agenzia cinese per la Cooperazione e lo Sviluppo internazionale (China International Development Co-operation Agency, CIDCA), la Cina si propone come guida mondiale per il raggiungimento degli SDGs. In questo senso, non c’è nessun valido motivo per isolarli o ostacolarli nel loro intento.

Gli scambi commerciali, invece, vanno perseguiti seguendo codici di condotta etica. Questo cambiamento rispetto al modello capitalista del XX secolo è coerente con le politiche del “non lasciare indietro nessuno”, centrali negli SDGs. Quasi tutti i settori industriali (alimentare, abbigliamento, automobilistico, turistico e così via) non possono ormai esulare dal concetto di business etico del XXI secolo. I consumatori sono tenuti a non sprecare cibo, vestiti o qualsiasi altro bene di consumo, mentre i produttori sono tenuti a produrre i loro prodotti rispettando i diritti umani di tutti e incoraggiando le diversità nella catena produttiva.

Urumqi, la capitale della Regione autonoma dello Xinjiang, era un tempo un nodo importantissimo sulla via della seta, ma cadde in declino subito dopo. Oggi, la città e Pechino sono connesse dalla ferrovia ad alta velocità più veloce del mondo e da una autostrada lunga circa tremila chilometri. Con la BRI, gli investimenti su questa rotta aumenteranno senza alcun dubbio. Le economie centro-asiatiche, connesse grazie alla autostrade e ferrovie della BRI, diventeranno inevitabilmente ancora più dipendenti dall’economia cinese.

Dovrebbe il Giappone persistere nelle sue caute politiche nei confronti della BRI, in particolare, e del commercio con la Cina, in generale? Non c’è dubbio che l’economia giapponese sia in parte dipendente da quella cinese, ma è anche vero il contrario. Con i consumatori di prodotti giapponesi sempre più consapevoli delle proprie responsabilità etiche, la comunità imprenditoriale giapponese deve scegliere se continuare a mantenere la propria posizione di “non intervento politico” e “non ingerenza negli affari interni” di un altro Paese.

Finché il codice di condotta imprenditoriale del XXI secolo dovrà essere etico, non sarà più possibile per il Giappone mantenere prese di posizione ambigue – come avvenuto in passato – nei confronti di questioni di più ampio respiro globale.

Traduzione dall’inglese a cura di Gianluca Bonanno


 

[1] Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese (2021), “Wang Yi Makes a Presentation on China’s Implementation of the 2030 Agenda for Sustainable Development”, 14 luglio, disponibile online al link https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/wjb_663304/wjbz_663308/activities_663312/202107/t20210715_9168280.html.

[2] Una traduzione, dall’inglese, del passaggio della risoluzione è disponibile online al link https://english.www.gov.cn/policies/latestreleases/202111/16/content_WS6193a935c6d0df57f98e50b0.html.

[3] Ibid.

[4] Ibid.

[5] Discorso di Wang Yi “Presentation on China’s Implementation of the 2030 Agenda for Sustainable Development”, 14 luglio 2021, disponibile online al link https://www.mfa.gov.cn/ce/ceke/eng/zgyw/t1892270.html.

[6] Ruser, N. (2020), Documenting Xinjian’s Detention System, ASPI/International Cyber Policy Centre, disponibile online al link https://cdn.xjdp.aspi.org.au/wp-content/uploads/2020/09/25125443/documenting-xinjiangs-detention-system.cleaned.pdf.

[7] Imahashi, R. (2021), “Uniqlo Says No Forced Xinjiang Labor Used in Making Its Products”, Nikkei Asia, 15 luglio, disponibile online al link https://asia.nikkei.com/Business/Companies/Uniqlo-says-no-forced-Xinjiang-labor-used-in-making-its-products.

[8] Il corsivo è dell’autore [N.d.T.].

[9] Kyodo News (2021), “Fast Retailing Keeping Eye on Cotton Supply amid Xinjiang Controversy”, 8 aprile, disponibile online al link https://english.kyodonews.net/news/2021/04/4eab894baa30-update1-fast-retailing-keeping-eye-on-cotton-supply-amid-xinjiang-controversy.html.


 

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