Ebola nelle frontiere: Una nuova dimensione di insicurezza umana

Nelle zone di frontiera, l’Ebola è un nemico invisibile e una fonte di diverse forme di insicurezza non-tradizionale che vanno dalla negligenza dello stato alle quarantene forzate, alla fame, ai conflitti e alle crisi transfrontaliere. L’Ebola è un’epidemia mortale che in alcuni casi può raggiungere un tasso di letalità del 90% e che causa sintomi orribili tra cui febbre alta, diarrea e abbondanti emorragie interne ed esterne. Essendo tra l’altro associabile a questioni di bio-sicurezza sotto forma di bioterrorismo, l’Ebola desta forti preoccupazioni e porta a politiche draconiane di isolamento dei corpi dei malati. Nel tentativo di impedire la diffusione del virus, gli stati tendono a chiudere le proprie frontiere e innalzare barriere ai propri confini. A causa di ciò le popolazioni che vivono nelle zone di frontiera si ritrovano nel bel mezzo di una crisi che va al di là dell’epidemia, trovandosi a dover affrontare situazioni di grave insicurezza umana, spesso scarsamente riconosciute e documentate. La quarantena, ad esempio, impedisce il movimento di beni e servizi in alcune zone andando quindi ad aggravare problematiche pre-esistenti, come la carenza di cibo. Ci si ferma per combattere l’Ebola, ma si lotta per la sopravvivenza.

I titoli di giornali e le notizie sull’Ebola suscitano rifiuto, paura e panico tra l’opinione pubblica, tanto sul piano nazionale quanto su quello internazionale. Gli stati si concentrano perlopiù sulle minacce esterne derivanti dall’Ebola gestendo il movimento dei corpi umani e preoccupandosi del benessere della popolazione nazionale. In questo senso, garantire la sicurezza nazionale vuol dire garantire la sicurezza dei cittadini contro gli attacchi esterni di un virus letale come quello dell’Ebola. E quando i governi temono che un virus del genere possa entrare nel loro territorio da un altro paese, le questioni sanitarie si trasformano in questioni di sicurezza e ci si sforza affinché il “corpo sano”, cioè lo stato, non venga contagiato. L’assunto di partenza è che l’Ebola arrivi da altrove, mai dall’interno, e si istituiscono quindi politiche per limitare il movimento dei sospetti “vettori” del virus: le persone. Questo breve articolo affronta il tema adottando una prospettiva di sicurezza umana e mettendo al centro dell’analisi l’esperienza di chi vive in zone di frontiera. Quanto segue è il risultato di un’indagine etnografica condotta per 12 mesi nell’ambito della ricerca “The constructions of Ebola and the struggle against the epidemic in Bundibugyo”.

Nel 2007, il distretto di Bundibugyo, nella regione occidentale dell’Uganda, è stato l’epicentro di un’epidemia di Ebola. Non si sa con certezza quante persone siano morte tra le montagne del Rwenzori, ma è noto che almeno 140 individui siano stati contagiati e, di questi, 40 siano deceduti. Bundibugyo si trova a circa 360 chilometri a ovest da Kampala, proprio al confine con la Repubblica Democratica del Congo (RDC). Nel distretto vi sono due gruppi etnici principali, Bamba e Bakozo. Entrambi i gruppi, però, condividono legami etnici e familiari con la popolazione della RDC: la maggior parte degli abitanti di Bundibugyo ha parenti, amici o affetti oltreconfine – tutti legami su cui si basa il sostegno sociale della popolazione locale. Le famiglie ugandesi, ad esempio, aiutano i loro parenti congolesi ad accedere alle istituzioni, formali e non, in Uganda. Tra le due comunità si è creata una mutua dipendenza per quel che riguarda i servizi di assistenza sanitaria, una reciprocità che trascende le dogane e i confini formali dello stato. Di conseguenza, anche durante un’emergenza epidemica, le comunità di frontiera continueranno sempre a spostarsi – e a valicare i confini nazionali – per cercare aiuto e ricevere assistenza medico-sanitaria, come è accaduto nel 2007.

All’inizio dell’epidemia di Bundibugyo Ebolavirus, mentre la gente sprofondava nel panico, gli esperti ci misero tre mesi per reagire e dare un nome all’assassino misterioso. Un sopravvissuto di Nyahuka ha testimoniato che “Anche se l’epidemia era iniziata nell’agosto 2007, l’équipe medica di Kampala è arrivata nel novembre 2007 […] quando la gente si era già spostata oltre confine, dalla montagna alla foresta, per cercare tutto l’aiuto possibile”. Questa risposta tardiva all’emergenza in corso dimostrò la scarsa preparazione del Governo nel coordinare le misure necessarie per affrontare in modo tempestivo un’epidemia in zone di confine remote e isolate come quella del distretto di Bundibugyo – distretto che già di per sé disponeva di strutture e infrastrutture inadeguate. Per tre mesi non ci furono misure rigorose di sorveglianza e controllo, nonostante nella regione vi fossero costanti movimenti transfrontalieri che esponevano la popolazione ad altissimo rischio. Solo una volta dichiarata ufficialmente l’epidemia, vennero imposte restrizioni e istituiti controlli sul movimento delle persone a Bundibugyo: chiunque fosse sospettato di essere infetto da Ebola non poteva spostarsi dal proprio villaggio e nel caso in cui vi fosse una persona infetta in un nucleo famigliare, tutta la famiglia e l’intero villaggio veniva confinato per 21 giorni.

Intere comunità divennero quindi campi di reclusione e Bundibugyo venne completamente isolato. Non vi era nessun collegamento possibile tra un individuo malato, confinato in uno dei “villaggi Ebola” del distretto, e i suoi famigliari che si trovavano altrove. In altre parole, chi si trovava in quel momento a Bundibugyo smise di essere considerato un individuo dotato di personalità e identità per trasformarsi in un corpo malato, potenzialmente pericoloso per l’intera cittadinanza. Chi cercava di spostarsi dal distretto veniva braccato e portato in isolamento per essere sottoposto a un rigoroso esame medico, i malati venivano sequestrati da “unità di isolamento” appositamente create e, quando qualcuno moriva, i corpi venivano sepolti da qualche operatore sanitario senza il consenso della famiglia.

Fonte: Wikipedia.

Bundibugyo e i suoi abitanti hanno subito un lungo periodo di stigmatizzazione e rifiuto, non solo all’interno dei confini ugandesi, ma anche da parte degli stati vicini. La RDC e il Ruanda chiusero le loro frontiere per evitare che l’Ebola si diffondesse nei loro territori, creando però scompiglio nelle comunità delle zone di confine, la cui sopravvivenza, come già accennato, dipende fortemente dal rapporto di reciprocità. Le frontiere divennero quindi un campo di battaglia per i funzionari dell’immigrazione e gli operatori sanitari che cercavano di controllare i movimenti delle persone. La chiusura delle frontiere trasformò l’emergenza epidemica in una crisi transfrontaliera di sicurezza umana. Un anziano intervistato a Bubandi ha affermato che “Chiudere il confine è stata una pessima decisione perché la gente era alla ricerca di supporto dalla medicina tradizionale in RDC. Altre persone hanno le loro radici ancestrali in RDC e ci si recano ogni qualvolta abbiano bisogno di cure per malattie misteriose come l’Ebola. La RDC, poi, ha molte foreste vergini […] e alcuni pensavano che andando in Congo avrebbero potuto sfuggire alle streghe di Bundibugyo. Quindi i parenti dei malati volevano portare i loro cari in RDC per ricevere un trattamento rituale adatto”.

Chiudere le frontiere creò dunque una controversia di bio-legittimità: il diritto di un corpo sofferente di attraversare il confine per cercare cure adeguate non pare applicarsi in una situazione di epidemia di Ebola. In circostanze normali è moralmente accettabile per un malato spostarsi e recarsi in un altro stato per ottenere le cure necessarie. Un malato di Ebola, invece, non può cercare assistenza medica al di fuori dei confini del proprio paese. Ciò può sembrare logico, ma chi vive in zone di frontiera non vede le linee di confine che formalmente impediscono ai loro cari di ricevere cure o di far visita ai propri parenti per qualsiasi altra ragione. Durante l’epidemia di Ebola del 2007, ad esempio, a numerosi cittadini ugandesi vennero negati i visti, mentre ai Musulmani venne impedito il tradizionale pellegrinaggio religioso verso la Mecca.

Gli abitanti di Bundibugyo, in particolare, vennero considerati untori di malattie infettive e percepiti come una minaccia per la sicurezza dello stato – non come essere umani, ma esclusivamente come corpi malati. I viaggiatori provenienti da aree contaminate cessarono di essere persone e diventarono vettori di virus, insetti, parassiti, e germi a cui gli stati devono necessariamente negare l’accesso. L’Ebola creò una barriera mentale tra aree contaminate e aree “pulite” volta a proteggere la sicurezza nazionale che finì con lo spogliare l’essere umano di identità – facendolo diventare esso stesso un virus – e delle sue relazioni sociali, dividendo famiglie e comunità.

Benché divisi da frontiere artificiali, chi vive nelle zone di confine rappresenta spesso un gruppo di persone, i borderlander. Anche in una situazione di emergenza sanitaria, dovrebbe essere permesso loro di determinare i propri interessi, aspirazioni e sicurezza. Nelle zone di frontiera, in caso di epidemia, la sicurezza umana dovrebbe prevalere sulla sicurezza nazionale e gli stati, in particolare quelli confinanti, dovrebbero lavorare collettivamente per sconfiggere un nemico comune, il virus, e adottare un approccio di cooperazione regionale invece di chiudere le loro frontiere e deteriorare ulteriormente la sicurezza umana dei borderlander.

Per saperne di più

Enemark, C. (2017) Ebola, Disease-Control, and the Security Council: From Securitization to Securing Circulation. Journal of Global Security Studies, 2(2). Disponibile su: https://doi.org/10.1093/jogss/ogw030

Hinchliffe, S., Allen, J., Lavau, S., Bingham, N. e Carter, S. (2012) “Biosecurity and the topologies of infected life: from borderlines to borderlands”. Transactions of the Institute of British Geographies, 2013(38). Disponibile su: https://doi.org/10.1111/j.1475-5661.2012.00538.x

Kinsma, J. (2012). “‘A time of fear’: local, national, and international responses to a large Ebola outbreak in Uganda. Globalization and Health, 8(15). Disponibile su: http://www.globalizationandhealth.com/content/8/1/15

MacNeil, A. et al. (2010) “The proportion of Deaths and Clinical Features in Bundibugyo Ebola Virus Infection, Uganda”. Emerging Infectious Diseases, 16(12). Disponibile su: https://dx.doi.org/10.3201%2Feid1612.100627

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