Le ZES: zone (anche) di esclusione sociale

Fin dai lontani anni Novanta, quando l’Asian Development Bank (ADB) diede avvio alla creazione strutturale e politica dei cosiddetti corridoi socio-economici, lo sviluppo economico interno del Sud-Est asiatico continentale ha conosciuto un successo senza precedenti. E questo nonostante le crisi, locali e globali, che hanno più volte messo in ginocchio anche le più solide economie mondiali. I cavalli di battaglia di questi corridoi sono stati, fin dall’inizio, la progettazione e il supporto di Zone Economiche Speciali (ZES), ovvero aree geograficamente ben limitate nei pressi di zone di frontiera (inclusi porti e aeroporti), pensate per attirare gli investimenti esteri diretti (IDE), sviluppare economie di cluster ad alta intensità produttiva, creare nodi infrastrutturali regionali, e integrare politiche nazionali in contesti regionali. Da un punto di vista prettamente statistico ed economico, è difficile mettere in dubbio i guadagni che i corridoi e le ZES[1] hanno apportato e che, sicuramente, continueranno ad apportare alle casse dei singoli Stati, soprattutto sotto forma di IDE, investimenti interni, e Official Development Assistance (ODA).

L’analisi degli stessi dati dovrebbe però portarci anche verso un altro ragionamento. In una regione, il Sud-Est asiatico continentale, in cui il PIL pro capite medio si aggira intorno ai duemila cinquecento dollari annui, quando gli investimenti per una singola ZES raggiungono facilmente i dodici miliardi di dollari, ci si aspetterebbe una distribuzione di buona parte di queste entrate nell’economia locale che ospita la ZES. Se, invece, le osservazioni sul campo non riscontrano questo sviluppo, e anzi riportano quasi sempre un aggravarsi della situazione socio-economica delle popolazioni di frontiera, siamo di fronte a un paradigma che mette in discussione la sostenibilità stessa delle ZES, almeno per come sono state amministrate in questi ultimi trent’anni. Ma andiamo con ordine.

Nella regione sono presenti e attive più di cinquecento ZES, in maggior numero in Viet Nam e Thailandia, ma di vitale importanza sono quelle nei Paesi meno sviluppati del blocco, quali Myanmar, Laos e Cambogia. Sono di dimensioni variabili che vanno da qualche decina a qualche centinaio di ettari. E già qui si intravede quello che è, cronologicamente, il primo problema sociale direttamente causato dal complesso fenomeno delle ZES: l’espropriazione forzata di vasti territori. Prima dell’arrivo della cosiddetta “frontiera del riso”, ossia degli sviluppi di nuove tecnologie a basso costo che permisero verso la fine del secolo scorso alle fasce più povere della popolazione di irrigare e rendere usufruibili vasti territori fino ad allora malarici e troppo remoti per essere appetibili, il valore di queste terre nel Sud-Est asiatico continentale non era mai stato tenuto in grande considerazione. Tuttavia, la situazione cominciò a cambiare già dalla fine della Guerra fredda, quando molte popolazioni locali, specialmente minoranze etniche, iniziarono ad abitare – e in alcuni casi a ripopolare – in maniera più massiccia le zone di confine. Ciò fu dovuto anche al fatto che queste aree erano state storicamente sempre poco controllate dai governi centrali e permettevano, peraltro, una certa flessibilità di movimento e altri benefici derivanti dalla loro posizione periferica. La ricollocazione di villaggi a causa di opere infrastrutturali non è una novità o una peculiarità di queste zone geografiche. Quello di cui invece ci si dovrebbe preoccupare è la vasta documentazione sui trattamenti discriminatori e l’assenza di trasparenza governativa nelle politiche di ricollocamento, come ad esempio i molteplici casi che riguardano la costruzione di imponenti dighe nella regione. Se poi consideriamo le dimensioni di alcune ZES (la Dawei nel Myanmar meridionale occupa all’incirca 250 chilometri quadrati, più estesa della superficie di tutta Singapore), si capisce come non si stia parlando di poche unità abitative e di come il problema debba essere affrontato più sistematicamente e inclusivamente nella gestione istituzionale delle ZES. Spostare arbitrariamente masse di popolazione, per lo più minoranze etniche che già soffrono per l’insufficiente grado di istruzione e competenze tecniche, verso terre ad altra denominazione produttiva o addirittura verso centri urbani più lontani, e con compensi spesso irrisori, costituisce di per sé un grave problema nazionale e regionale con implicazioni pesanti su diritti umani, nuove forme di povertà e ogni genere di abusi istituzionali e non solo. Ma anche senza divagare, questi cambiamenti ci collegano al secondo – cronologicamente, e non in ordine di importanza – dei problemi sociali legati al fenomeno delle ZES, ovvero la forza lavoro.

L’ideazione di imponenti strutture quali le ZES porta senza dubbio alla formazione di moltissimi posti di lavoro, innanzitutto per le imprese edili e di logistica impegnate nelle fasi di costruzione. Si tratta di veri e propri magneti di forza lavoro, che dovrebbero, secondo le previsioni degli stakeholder, creare una classe di lavoratori semi-qualificati. Il principio è di per sé giusto. Spostare una parte della manodopera agricola verso il settore manifatturiero aiuta la formazione di una classe lavoratrice media, molto utile in Paesi in via di sviluppo con crescenti tassi di urbanizzazione e di ripresa economica più in generale. Nel caso delle ZES, tuttavia, la situazione è molto più complessa, e risulta ancora una volta essere spesso svantaggiosa per le popolazioni ospiti. Lasciando stare coloro che sono stati ricollocati a seguito degli espropri, concentriamoci su chi invece è rimasto. Stiamo sempre parlando di masse di agricoltori con una conoscenza tecnico-specifica molto limitata. Designare una qualsiasi area a zona con statuto speciale, in questo caso una ZES, ha sempre un impatto molto significativo sul ruolo e il valore delle aree circostanti, siano esse in un centro urbano o nelle lontane periferie. Questo perché la ZES prevede una concentrazione di infrastrutture (come strade, ponti, centri logistici, servizi) tale da fare inevitabilmente alzare il valore di mercato dei terreni adiacenti. Nella maggior parte dei casi, questo fenomeno è sufficiente a convincere i poveri agricoltori a vendere le loro terre per facili guadagni, tra l’altro con il miraggio di poter essere assunti come forza lavoro in uno dei molteplici nuovi impieghi creati dalle ZES. Qui viene però meno l’anello di collegamento per la nascita di quella classe lavoratrice semi-qualificata di cui si parlava prima. La pronta necessità di manodopera e la mobilità intra-regionale fortemente e comprensibilmente incentivata negli ultimi anni, non incoraggia le industrie delle ZES (a partire dalla costruzione fino alla produzione) a ingaggiare forza lavoro locale e investire tempo e denaro nella sua formazione. È molto più facile trarre vantaggio dall’esistenza di una classe di lavoratori migranti (o per meglio dire, itineranti) che negli ultimi anni si è venuta a formare nella regione. Questi lavoratori, seppur semi-qualificati, hanno già le conoscenze e le competenze legate alla costruzione e allo sviluppo delle ZES, hanno familiarità con l’ambiente, e grazie agli incentivi alla mobilità della forza lavoro intra-regionale, sono gestiti da vere e proprie agenzie di collocamento dedicate alle ZES. Ancora una volta, la popolazione locale resta esclusa dai vantaggi di questo sviluppo, costretta a ricorrere ad altri mezzi per sopravvivere.

Arriviamo ora al terzo problema sociale: l’alienazione dei locali e la proliferazione del contrabbando. Privati delle proprie terre, e finito il periodo iniziale di costruzione in cui verosimilmente sono riusciti a inserirsi nel sistema come manodopera non qualificata assunta giornalmente, i locali si trovano davanti una realtà industrializzata. In linea di principio, la produzione generata dalle ZES è più redditizia quando i prodotti sono, anche se in parte, consumati localmente. Questo modello, ampiamente studiato e comprovato in Cina (si veda, ad esempio, il caso di Shenzhen), dimostra infatti la validità del paradigma fordista, in cui la fase post-lewisiana (in cui si registra il passaggio dalla manodopera agricola a quella manifatturiera, seguito da una immediata crescita economica) avviene proprio in concomitanza con periodi di recessione regionale e/o mondiale in cui la domanda di prodotti locali per l’esportazione subisce un forte calo. Questa è, a ragione, una delle argomentazioni a favore del fenomeno ZES e dell’estesa autonomia economica concessa a quest’ultime. E nella quasi totalità dei casi, il paradigma funziona benissimo. O almeno, da un punto di vista statistico e macroeconomico. Da un punto di vista sociale, soprattutto per le popolazioni locali, non si può non notare come, per quanto spiegato finora, chi prima era proprietario terriero ora si ritrovi a essere manovale sulla propria terra. A causa di politiche intra-regionali ancora non del tutto standardizzate e di regole che limitano le quote di prodotti acquistabili dai residenti del Paese che ospita la ZES, è spesso difficile per i locali beneficiare di queste isole economiche. Ma si sa, la resilienza e l’adattabilità delle popolazioni asiatiche sono proverbiali.

Prendiamo l’esempio della zona economica speciale collocata tra Moc Bai e Bavet, sul confine tra Viet Nam e Cambogia, lungo l’importantissima arteria socio-economica che collega Ho Chi Minh City a Phnom Penh. Quattro sono le ZES attive in questa zona ancora in espansione, per un totale di 210 ettari, un ritorno economico annuo superiore ai cento milioni di dollari, e una forza lavoro media intorno alle seicentomila unità. Anche da un punto di vista regionale, questa è una delle ZES più estese, complesse, e produttive. Il suo successo dipende da diversi fattori positivi concomitanti: la prossimità con Phnom Penh e soprattutto con Ho Chi Minh City, entrambe capitali economiche dei due rispettivi Paesi già dotate di infrastrutture complesse; il fatto di essere sul corridoio internazionale che collega le due città (220 chilometri); il fatto che la ZES si trovi esattamente lungo la frontiera che serve anche i crescenti flussi turistici tra i due Paesi; da ultimo, le tariffe vantaggiose per i compratori esteri (comuni anche alle altre ZES). Nonostante i numeri record delle statistiche, gli anni di osservazioni su cui si basa questo articolo dimostrano che gli alti profitti non derivano unicamente dai modelli di vendita per cui le ZES sono state stabilite. Molte vendite sono, infatti, riconducibili a un commercio informale gestito proprio da quelle popolazioni locali che hanno dovuto reinventarsi una vita in questa nuova realtà. I locali si sono organizzati in veri e propri sindacati (irregolari e illegali) per cui riescono a sfruttare le quote stabilite dai governi per il commercio al dettaglio, comprando qualsiasi prodotto in vendita nelle ZES, da tabacchi e alcol, a pezzi di ricambio per veicoli e materiali per costruzioni, il tutto esentasse e ai prezzi vantaggiosi garantiti proprio dal modello ZES. Peccato che poi la merce venga rivenduta sul mercato interno, a prezzi leggermente inferiori a quelli regolari, così da garantire un guadagno netto per questa nuova classe di imprenditori e, allo stesso tempo, riuscire a battere la concorrenza. Insomma, si tratta di un vero e proprio contrabbando. E mentre nelle statistiche delle ZES si registrano vendite e introiti, seguiti da nuovi investimenti, non si prendono in considerazione, ad esempio, le ingenti perdite derivanti dall’evasione fiscale e dalle tasse di importazione. Per quanto leggere possano sembrare, a prima vista, le conseguenze di questo problema, basti pensare che per il solo contrabbando di un semplice bene di consumo quale le sigarette, in Viet Nam nel 2019 si è registrata una perdita di 432 milioni di dollari[2] per le casse dello Stato, tanto da obbligare il governo di Hanoi a dichiarare illegale l’importazione di tabacco e di altri prodotti derivati.

Seguendo questo travagliato processo di alienazione, si arriva facilmente a chiudere il cerchio delle implicazioni negative, identificando nella proliferazione di attività illecite e criminali legate direttamente o indirettamente alla gestione delle ZES il pericolo sociale più grave che in questi anni sta destabilizzando la sicurezza delle popolazioni interessate e, di riflesso, di tutte le aree circostanti. Parliamo dell’industria del divertimento e del sesso (anche minorile), delle gang locali, fino al traffico di esseri umani e l’incidenza di malattie infettive quali l’AIDS. Prendendo come esempio l’ultima zona menzionata, il centro abitato di Bavet, in Cambogia, si presenta in condizioni molto meno favorevoli di Moc Bai. Come avviene solitamente in tutte le zone di confine del Sud-Est asiatico, la parte più debole spesso decide di colmare il deficit di produzione costruendo dei centri di divertimento, in genere casinò e annessi alberghi. Grazie alla possibilità di varcare il confine con facilità, la parte più ricca del confine, in questo caso i vietnamiti, approfittano di queste zone per godere di quella attività altrimenti illegale in tutta la regione: il gioco d’azzardo. Ciò è permesso solamente all’interno di questi complessi, che forniscono agli ospiti qualsiasi tipo di servizio essi vogliano richiedere. Il commercio di alcol e la prostituzione seguono parallelamente lo sviluppo di queste aree di divertimento. In quasi tutte le ZES di confine si può osservare questo fenomeno: dall’area di confine tra la Cina e il Viet Nam al cosiddetto “Triangolo d’oro”, Viet Nam e Laos, Viet Nam e Cambogia, Thailandia e Cambogia: insomma, ovunque.

Nondimeno, il caso più eclatante è quello della ZES di Poipet–Aranyaprathet che si trova tra Cambogia e Thailandia. Il lato cambogiano è ormai diventato tristemente famoso per la cosiddetta “casino strip”, una fetta di terra adiacente al confine dove ai cambogiani che non vi lavorano non è permesso entrare. Ci sono lussuosissimi complessi molto ben collegati con Bangkok (la ZES si trova sul corridoio socio-economico che collega Bangkok a Siem Reap e Phnom Penh), dove delle agenzie appositamente create organizzano quotidianamente tour in minivan diretti o provenienti dalla capitale thailandese. Per gli ospiti che pernottano in questi complessi, le stesse agenzie (generalmente collegate a sindacati di stampo mafioso su territorio cambogiano) offrono servizi su richiesta: nel caso di quest’area, sostanze stupefacenti e prostituzione, soprattutto minorile. Basta aggirarsi per le strade di Poipet per avere un quadro chiarissimo della situazione: controlli quasi inesistenti da parte delle forze dell’ordine locali, tra l’altro affette da una corruzione dilagante; un altissimo numero di ragazzini che vagano per le strade; l’onnipresenza di “agenzie private” e, soprattutto, camion pieni di bambini che vengono catturati dalle forze dell’ordine. Questo quando va bene, perché i bambini spesso vengono forzati a nascondere dentro il loro corpo le sostanze stupefacenti richieste dagli stessi clienti, dimezzando così il rischio per i contrabbandieri, ma raddoppiando il loro, perché i contenitori rischiano di rompersi all’interno del corpo, provocando una morte sicura allo sfortunato corriere. Queste vittime, spesso comprate con l’imbroglio da famiglie di agricoltori di zone più lontane, sono in mano a sindacati senza scrupoli e spesso capita che rientrino nelle zone di origine come cadaveri sulle camionette della polizia, senza che si sappia nulla della loro identità. Si tratta sicuramente di cittadini cambogiani perché vengono sepolti in fosse comuni a Poipet. Invece, nulla di tutto questo si verifica sul lato thailandese della frontiera.

Infine, se si raccolgono i dati di incidenza geografica, per esempio, di HIV nella regione, si vede inconfutabilmente come le zone più colpite seguano con precisione le zone di frontiera servite da ZES e corridoi socio-economici, svelando le intrinseche relazioni tra tutti i problemi sociali finora menzionati. Anche questo fattore, per quanto possa sembrare non direttamente collegato alle ZES, incide pesantemente sulla loro operatività. Infatti, dato che le ZES attirano da zone anche molto più remote manodopera che non è soggetta ad alcun controllo sanitario, recenti studi[3] hanno dimostrato come focolai di malattie trasmissibili (non solo l’AIDS, ma anche malattie veneree, tubercolosi, febbre dengue e malaria) mettano a rischio non solo, ovviamente, la popolazione, ma anche la produttività di queste zone, poiché le industrie hanno l’obbligo di sospendere le attività in caso di pericoli diretti alla salute.

Insomma, il fenomeno ZES è stato senza dubbio la salvezza economica del Sud-Est asiatico negli ultimi trent’anni. Non ci sono dubbi sui risultati in termini di entrate, investimenti, occupazione e produttività. Sono incalcolabili anche i vantaggi derivanti dalla maggiore competitività nei confronti di vicini più influenti e prepotenti, quali l’India, ma soprattutto la Cina. Tuttavia, è impossibile e irresponsabile non mantenere una simile attenzione anche sui problemi sociali legati a uno sviluppo troppo sommario e molto poco trasparente delle ZES. I facili guadagni – basti pensare all’abisso esistente fra il PIL pro capite e le ingenti somme di investimenti che gravitano intorno a queste aree – fanno dimenticare troppo facilmente e troppo velocemente le responsabilità che gli stessi investitori e le imprese presenti sul luogo hanno nei confronti degli esseri umani con cui lavorano. E, per quanto sbagliato, è forse comprensibile tentare di giustificare umanamente gruppi di persone vittime di soprusi di ogni tipo che cadono nell’illegalità alla prima promessa di guadagno. Al contrario, dovrebbe essere imperdonabile l’assenza di adeguata attenzione da parte degli stakeholder (a partire dall’ADB, ai governi e alle società incaricate), così come la complicità e impunità latente che aleggia da troppi anni sui problemi sociali legati al fenomeno ZES.


Note bibliografiche

[1] Asian Development Bank (ADB) (2018), “The Role of Special Economic Zones in Improving Effectiveness of Greater Mekong Subregion Economic Corridors”, novembre, disponibile online al link https://www.adb.org/documents/special-economic-zones-gms-economic-corridors-2018.

[2] Minh, A. (2019), “Cigarette smuggling costs Vietnam hundreds of millions of dollars”, VN Express International.

[3] Great Mekong Subregion (2018), “Mekong Forum Looks at Ways to Promote Healthy Economic Zones”, agosto.


 

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