[LA RECENSIONE] Il Myanmar nello scenario internazionale. Dall’isolamento a un’inedita centralità (1948-2019)

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Andrea Passeri, Il Myanmar nello scenario internazionale. Dall’isolamento a un’inedita centralità (1948-2019), Franco Angeli: Milano, 2020.

“La storia plurimillenaria della Birmania può essere letta come la ricerca costante e ostinata di uno spazio di relativa sicurezza all’interno di un perimetro geopolitico altamente dinamico e competitivo, contrassegnato dalla prossimità di civiltà molto più prospere e dalla presenza di vari rivali di lungo corso che, in più di una occasione, hanno diretto le proprie mire espansionistiche verso le fertili terre abitate dalle popolazioni indigene”. Inizia con queste parole l’introduzione al viaggio di Andrea Passeri nella puntuale ricostruzione delle relazioni internazionali del Myanmar, il Paese che divenne formalmente indipendente dal Regno Unito nel 1948 con il nome di Birmania. L’autore parte da questa “maledizione della geografia” che affligge il Paese: da un lato, è stretto tra due giganti, la Cina e l’India, e dall’altro, le aree montane e degli altipiani di confine non sono mai state assoggettate pienamente al governo centrale, espressione dell’etnia Bamar dominante. L’implicazione politica di questo dato strutturale, per Passeri, è evidente, e si rivela una costante della diplomazia birmana: l’élite al potere è consapevole che occorre muoversi sul palcoscenico internazionale evitando allo stesso tempo la frammentazione del Paese e la perdita di autonomia a favore dell’influenza delle potenze estere – in altre parole, scongiurando la “balcanizzazione e satellizzazione del Myanmar” (p. 162).

Il libro osserva queste direttrici della politica estera birmana attraverso cinque capitoli, che corrispondono ad altrettanti periodi storici. Si comincia con la fase parlamentare dell’assetto istituzionale del Paese, immediatamente successiva all’indipendenza, che sarebbe durata fino al golpe militare nel 1962. Sono gli anni in cui il primo ministro U Nu sceglie di posizionare la Birmania all’interno del movimento dei “Paesi non allineati”, mantenendo equidistanza sia dall’Occidente (del cui giogo coloniale si era appena liberato) sia dall’Unione Sovietica, e ricercando “una strategia di politica estera alquanto sofisticata”, in cui i legami internazionali siano diversificati e le influenze esterne bilanciate (p. 28). È una “diplomazia dinamica e proattiva” basata sulla dottrina dei “Tre no” (no ad alleanze, basi militari straniere o accordi di cooperazione contenenti condizionalità politiche) (p. 29) che muta profondamente con l’ascesa al potere dei militari, guidati dal generale Ne Win. Attraverso l’adozione di un’autarchica “via birmana al socialismo”, le Forze Armate (Tatmadaw) guidano il Paese verso l’isolazionismo, e la sua marginalizzazione: semplificando, si potrebbe dire che “i tre no” si uniscano in un solo grande rifiuto di intrattenere relazioni con il resto del mondo, con la complicata eccezione, come vedremo, dei rapporti con la Repubblica Popolare Cinese. Sarà così fino al 1988, quando l’Occidente – in seguito alla repressione nel sangue delle manifestazioni studentesche dell’8 agosto – torna a occuparsi della Birmania per sanzionarla, a maggior ragione dopo le elezioni del 1990, vinte dalla Lega nazionale per la Democrazia (LND), diretta dall’iconica Aung San Suu Kyi, figlia del generale Aung San, padre della patria e a cui nel 1991 viene assegnato il Nobel per la Pace. Ma quando nel 2008 la giunta militare adotta una nuova Costituzione – che prevede tuttavia di riservare il 25% dei seggi parlamentari, e ben tre ministeri chiave, al Tatmadaw – e inizia un percorso di riconciliazione con la LND, l’Occidente lancia un ramoscello d’ulivo ed è pronto a scommettere sul rilancio delle relazioni diplomatiche, culminate con i viaggi del segretario di Stato americano Hillary Clinton e del presidente americano Barack Obama, rispettivamente nel 2011 e 2012. Sembra quindi che lo spazio di manovra della diplomazia del Myanmar torni ad ampliarsi, riprendendo e aggiornando la strategia “multivettoriale” già sperimentata da U Nu. Così è fino alle elezioni democratiche del 2015, che vedono l’affermazione storica del partito di Aung San Suu Kyi. Ma sembra non ci sia pace per la leader, che tra il 2017 e il 2019 deve affrontare le critiche del mondo intero per non aver saputo gestire la crisi nello Stato Rakhine, ai confini con il Bangladesh, dove la minoranza Rohingya viene perseguitata dall’azione violenta del Tatmadaw, condotta – secondo un rapporto delle Nazioni Unite – con intento genocidario. L’Occidente sembra ancora una volta abbandonare il Myanmar.

Non così invece il governo cinese, pronto a instaurare un rapporto diretto con Aung San Suu Kyi, e a fare del Myanmar la sua testa di ponte verso l’Oceano Indiano. Passeri dedica alla cruciale relazione sino-birmana ampi paragrafi all’interno dei singoli capitoli, mostrando una “politica del pendolo” dei governi birmani, certamente attratti dal grande vicino, e allo stesso tempo attenti a mantenere una distanza di sicurezza ogniqualvolta l’abbraccio di Pechino rischi di diventare soffocante. Così, negli anni Cinquanta, la Birmania è in “luna di miele” diplomatica con la Cina, tra le maggiori sostenitrici del “Movimento dei Non allineati”, ma gli anni Sessanta vedono nascere tensioni tra Yangon e la Cina della Rivoluzione Culturale, che con furore ideologico sostiene il Partito Comunista Birmano, responsabile di pericolose infiltrazioni violente nel contesto già difficile della politica interna birmana. Dagli anni Ottanta il pendolo si muove nuovamente in direzione di Pechino, pronto a sostenere il regime militare con forniture di armi e grandi progetti infrastrutturali, ma l’apertura del presidente Thein Sein nel 2010-2011 a un governo semi-civile – e all’Occidente – coglie la Cina di sorpresa, ed è lo stesso Thein Sein a sospendere il progetto della diga di Myitsone, nello Stato Kachin.

Sullo sfondo del grande affresco ricco di dettagli, Passeri non trascura di inserire altri attori, quali l’India, il Giappone e l’Association of South-East Asian Nations (ASEAN), tutt’altro che marginali nell’influenzare le scelte diplomatiche birmane. Pur riconoscendo grande continuità alla cultura strategica del Myanmar, infatti, l’autore non adotta necessariamente un approccio deterministico, mostrando l’agency del governo birmano – date le condizioni di ogni periodo – nel sapere quale politica adottare per volgere a proprio favore un’eredità storica difficile e una collocazione geografica complicata. Come ci disse un diplomatico birmano durante una delle nostre missioni di ricerca sul campo, “nessuno in questo Paese può pensare di non avere un buon rapporto con la Cina: ma non a qualsiasi condizione”. All’indomani delle elezioni del 2020, resta da vedere quanto la strategia di coinvolgimento della Cina negli affari economici del Paese possa evitare una “satellizzazione” del Myanmar attorno a Pechino, ora che il potere strutturale della Cina è in rapida ascesa, restringendo così ancora una volta gli spazi di manovra del governo di Naypyidaw.


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