Lavoro e diritti in Myanmar, il cambiamento è ancora lontano

Prima delle elezioni politiche del novembre 2015, la popolazione birmana, soprattutto i lavoratori delle zone industriali, pensavano che il cambiamento fosse dietro l’angolo, che sarebbe bastato votare per la National League for Democracy (NLD) per voltare definitivamente pagina rispetto al passato. All’epoca, la maggior parte della popolazione non aveva mai sperimentato la democrazia e, in effetti, molti non conoscevano nemmeno il significato di questa parola, ma tutti la sognavano e pensavano che il cambiamento del Paese potesse realizzarsi con facilità e in tempi brevi in tutti i campi: politico, sociale ed economico.

Un ottimismo che, a più di quattro anni da quella storica data, è stato sostituito lentamente dalla disillusione. Non si trattava, infatti, solo di modificare le leggi, ma di produrre un profondo cambiamento culturale, in un quadro di grandi condizionamenti derivanti dal ridondante ruolo dei militari, garantito da una costituzione imposta con la forza e disegnata per mantenere sostanzialmente lo status quo. In più, un governo giovane e inesperto, seppur estremamente motivato, avrebbe faticato non poco a imporre la necessaria svolta, soprattutto sul terreno economico e sociale, dove lo scontro tra interessi è sicuramente più radicato. La sfida relativa alle problematiche dell’occupazione era rappresentata dalla complessità nell’unificazione del mercato del lavoro così ampiamente diversificato e non regolamentato, sia nei diversi settori produttivi sia nei singoli Stati, imbrigliati dall’eredità negativa della dittatura, durante la quale i cosiddetti “cronies” o amici a vario titolo dei militari hanno spadroneggiato, deprivando le popolazioni locali dei profitti provenienti dallo sfruttamento delle risorse naturali e alimentando i conflitti, le divisioni e la sfiducia nel futuro. Salari da fame e condizioni di lavoro al limite della schiavitù, lavoro minorile e forzato sono ad oggi ancora nodi importanti e complessi da sciogliere.

Molte di queste questioni sono irrisolte e la speranza sta lasciando il posto al disincanto, a tensioni e conflitti spesso facilmente evitabili. Anche se molti sono anche i cambiamenti positivi, primo tra tutti l’aver tolto dalle mani del potere militare il General Administrative Department (GAD), fino a un anno fa sotto il diretto controllo del comandante in capo delle Forze Armate che monopolizzava tutti i processi decisionali, dai 36 ministeri fino all’ultima piccola unità amministrativa dei 64.000 villaggi del Paese, con poteri assoluti nella gestione della terra, nel controllo dei media, nella registrazione delle organizzazioni non governative (ONG) e delle organizzazioni comunitarie e nella gestione dei lavoratori migranti interni. Una svolta epocale i cui effetti si verificheranno solo nel tempo.

Così, nonostante la ripresa economica[1], in particolare in alcuni settori[2], le condizioni di vita e di lavoro della maggior parte della popolazione rimangono precarie e oggetto di ricatti e forme di violenza da parte di molti datori di lavoro senza scrupoli, privi di una cultura dell’importanza della costruzione di relazioni industriali responsabili e di sistemi produttivi basati sul lavoro dignitoso. Nel 2017 l’indice di sviluppo umano della Birmania posizionava il Paese al 148° posto su 189 Paesi.

In occasione delle celebrazioni del 1° maggio 2019, il presidente della Repubblica, U Win Myint, aveva esortato i lavoratori e i datori di lavoro a “lavorare per aumentare la produttività in armonia e comprensione reciproca, mentre il governo è impegnato costantemente nella realizzazione di cambiamenti delle politiche rivolte al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori”.

Con la scelta del governo dell’ex presidente Thein Sein di incentivare gli investimenti esteri, dal 2011 si è assistito a un forte mutamento nella struttura del mercato del lavoro, dall’agricoltura ai settori dei servizi e dell’industria (cfr. Fig. 1), che hanno registrato una rapida crescita dell’occupazione (cfr. Fig. 2), ma senza i necessari cambiamenti positivi nelle condizioni di lavoro e nei salari reali. Secondo un’indagine realizzata a fine 2019 dalla Confederazione dei sindacati (CTUM), il costo medio della vita oscilla dai 7000 ai 9000 kyat al giorno, mentre il salario minimo, approvato nel 2013, è di soli 4.800 kyat (2,94 euro) al giorno, anche a causa dell’elevato tasso di inflazione, che a luglio 2019 era lievitato al 10.7%[3] a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime e dei prodotti alimentari. Bassi salari, mancanza di protezione sociale, aumento dei prezzi degli affitti nelle grandi città, ostacolano la possibilità per i lavoratori di uscire dalla “trappola della povertà”, anche se i dati internazionali mostrano una sua riduzione dal 48,2% nel 2005 al 24,8% nel 2017. L’indagine della CTUM è stata realizzata in vari settori produttivi: industria, costruzioni, miniere, legno, agricoltura e tra i lavoratori portuali in varie regioni e stati del Paese e ha permesso alla CTUM, agli inizi del 2020, di definire una proposta di aumento dei salari minimi da presentare al “Comitato Nazionale per il Salario minimo” – composto in modo tripartito da 27 membri – da 4.800 kyat al giorno a 7.200 (4,4 euro) o 900 kyat (0,55 euro) l’ora.

Fig. 1 – Cambiamento graduale e strutturale del mercato del lavoro dall’agricoltura al settore dei servizi.

Fig. 2 – Crescita dell’occupazione nel settore industriale.

 

Tuttavia la povertà è maggiore negli stati etnici, in particolare nel Chin (73,3%) e nel Rakhine (78%), mentre è molto inferiore nelle città come Yangon (16,1%) e nelle zone etniche i conflitti armati ancora in corso tra l’esercito nazionale e le armate etniche creano una forte instabilità, limitando fortemente le prospettive di investimento, non solo nel settore industriale ma anche in quello agricolo, dove la povertà è 2,7 volte superiore rispetto alle aree urbane.

Ad oggi meno del 40% della popolazione birmana ha accesso all’elettricità e questo problema è presente soprattutto nelle aree rurali, che impiegano il 70% della forza lavoro, contribuendo così alla “trappola della povertà” degli agricoltori e dei lavoratori senza terra e alla crescita limitata della produttività agricola, anche se la Birmania continua a essere un Paese agricolo: l’agricoltura è ancora la spina dorsale della sua economia, che raggiunge quasi il 30% del PIL nazionale, mentre l’industria rappresenta circa il 25% e i servizi circa il 45%, contribuendo al 30% del totale delle esportazioni.

Negli ultimi decenni, le aree agricole acquistate o affittate da grandi investitori agricoli sono aumentate da 91.152 ettari nel 1999 a 930.776 ettari nel 2013, sebbene finora solo il 23,9% di queste aree sia stato sviluppato, a fronte del fatto che l’80% degli imprenditori possiede meno di quattro ettari di terra e un terzo dei quasi 47 milioni di abitanti nelle campagne sono lavoratori senza terra che lottano per sopravvivere e sono strozzati dalla restituzione di prestiti ottenuti sul mercato informale.

Le conseguenze di questa vecchia impostazione dell’agricoltura sono le seguenti: i lavoratori agricoli vivono ancora in condizioni di povertà, assenza di credito, di impianti di irrigazione, di tecnologie e infrastrutture per la trasformazione dei prodotti agricoli che potrebbero far aumentare sia la produttività sia i redditi e la sicurezza alimentare. Le precarie condizioni di lavoro obbligano ancora oggi centinaia di migliaia di piccoli agricoltori e lavoratori senza terra a migrare verso i Paesi limitrofi: la Birmania è la più grande fonte di lavoratori migranti nella regione del Mekong[4] e quasi il 20% della popolazione emigra verso le zone industriali. Tra il 2009 e il 2014, circa 800 mila migranti sono arrivati a Yangon di cui oltre 100 mila dallo stato Rakhine. E anche se le leggi pongono un tetto di 100 dollari statunitensi alle quote che un lavoratore migrante deve pagare alle agenzie di collocamento all’estero, molti lavoratori si indebitano per pagare quote fino a 800 dollari alle agenzie che spesso offrono contratti truffa.

A partire dai tempi della dittatura e fino all’ottobre 2011, con l’approvazione della legge sulle organizzazioni del lavoro, con grandi rischi e difficoltà, i lavoratori hanno iniziato a organizzarsi. Il sindacato nato in esilio come la Federation of Trade Unions of Burma (FTUB), dopo il 2012, con il ritorno in Birmania della leadership sindacale esiliata, ha potuto costituire una confederazione, fondata sui principi della “libertà di associazione”, “azione collettiva” e “non discriminazione razziale, di genere o di origine sociale”. Dal 2012 il governo ha registrato 2.761 organizzazioni sindacali di base, 146 organizzazioni a livello di distretto, 22 organizzazioni regionali o statali, otto federazioni e una confederazione del lavoro, la CTUM (cfr. Fig. 3). Anche sul fronte imprenditoriale sono nate 26 organizzazioni dei datori di lavoro a livello di base, un’organizzazione dei datori di lavoro a livello municipale e una federazione nazionale.

Fig. 3 – Organisational structure of CTUM, 2013-2018.

Se in agricoltura i lavoratori operano in condizioni antiquate e precarie, anche nelle zone industriali la forza lavoro è generalmente frammentata, giovane e caratterizzata da scarse professionalità, bassi livelli salariali, nonostante i lunghi orari di lavoro, di circa undici ore al giorno per sei giorni alla settimana. Il salario dipende da un complesso sistema di indennità, che comprende puntualità, presenza e molti straordinari per poter sopravvivere (cfr. Fig. 4). Anche le condizioni di vita fuori dalla fabbrica sono molto precarie. Gli alloggi o gli ostelli, che ospitano i lavoratori e le lavoratrici migranti sono molto lontani dai luoghi di lavoro e ciò crea molti problemi alle giovani lavoratrici vulnerabili alle molestie sessuali sul lavoro e durante il ritorno a casa a tarda notte.

Fig. 4 – Orari di lavoro settimanali, straordinari, pause e ammontare di giorni liberi a settimana.[5]

 

Nonostante la crescita delle zone industriali, l’economia informale coinvolge tuttora il 75,6% dei lavoratori, di cui il 61,2% sono donne, il 29,2% di età inferiore ai 14 anni e il 5,9% di età superiore ai 65 anni. Secondo il censimento del 2014, la percentuale della forza lavoro di età compresa tra 15 e 64 anni era del 67%, con una partecipazione più elevata di maschi (85,2%) rispetto alle femmine (50,5%). Il settore industriale ha rappresentato il 16,58% della forza lavoro totale nel 2017 e a fronte di una flessione degli investimenti esteri, a causa del conflitto armato in corso in alcuni stati etnici, la Myanmar Investment Commission (MIC) ha lanciato un importante piano di promozione degli investimenti per i prossimi vent’anni, con l’obiettivo di attrarre oltre 200 miliardi di dollari attraverso attività responsabili e di qualità.

Non solo gli impegni economici del manifesto elettorale dell’NLD del 2015 e le questioni dei lavoratori devono ancora essere attuati, ma alcune decisioni politiche recentemente assunte dal governo sembrano contraddire lo spirito di tali impegni. Ciò è probabilmente dovuto, più alla mancanza di familiarità con la complessità delle norme consolidatesi a livello internazionale, come le Convenzioni dell’International Labour Organisation (ILO), che alla volontà politica di minare le già deboli leggi esistenti in materia di lavoro, protezione sociale, relazioni industriali e responsabilità sociale delle imprese.

Sta di fatto che l’attuale Parlamento, ormai a fine mandato, non ha ancora introdotto le necessarie modifiche alla legislazione sulla libertà di associazione e di espressione e alla legge sulla risoluzione dei conflitti.

Dal 2011 in poi, il Paese aveva visto l’avvio di un processo di riforme legislative, sostenuto dall’ILO, ma ancora oggi molte disposizioni sono controverse e non rispondono ai contenuti delle norme internazionali sul lavoro. La legge più importante, la legge sull’organizzazione del lavoro, approvata nel 2011, è ancora in una fase di cambiamento e sotto costante monitoraggio, durante gli ultimi quattro anni, da parte del Comitato di Esperti dell’ILO.

Sino ad oggi i rapporti annuali di tale comitato denunciano la violazione grave e diffusa dei diritti fondamentali del lavoro, la violazione della libertà di associazione, e l’alta presenza di lavoro minorile, soprattutto nelle sue forme peggiori e del lavoro forzato, in particolare negli stati etnici.

Nel corso della Conferenza annuale dell’ILO del giugno 2019, la Confederation of Trade Unions of Myanmar (CTUM) denunciava come, ancora oggi, negli Stati etnici Kachin, Shan, Karen (anche noto come stato Kayin) e Rakhine, ricchi di risorse naturali come legno, oro pietre preziose, gas e petrolio, il lavoro forzato esiste ancora, in particolare nelle zone con accesso limitato e dove gli abitanti dei villaggi sono costretti a costruire strade o a creare profitti per le imprese di proprietà di funzionari militari complici del lavoro forzato. È in quelle zone che non esistono l’attuazione delle leggi, la libertà di associazione e le ispezioni del lavoro. Inoltre alcune proposte di modifica della legge sulle organizzazioni del lavoro sembrano essere persino peggiori dei testi iniziali, come il progetto parlamentare di modifica della definizione di “lavoratore”, che esclude i lavoratori temporanei e definisce come datori di lavoro solo quelli con autorità diretta di assunzione e licenziamento, lasciando fuori così i manager d’azienda.

Il diritto di sciopero, un diritto fondamentale dei lavoratori e del sindacato, sembra limitare gli scioperi al processo della contrattazione, mentre la Convenzione ILO n. 87 prevede che i lavoratori possano scioperare in risposta ad atti illeciti da parte dei datori di lavoro, o per sostenere altri lavoratori nelle loro controversie o per protestare contro le scelte di politica economica o sociale del governo. Il progetto di legge in discussione impone notevoli ostacoli all’esercizio del diritto alla libertà di associazione, e richiede che i lavoratori possano organizzarsi con altri lavoratori nella stessa “attività” a tutti i livelli. Ma il governo ha interpretato il termine “attività” in modo restrittivo. Quindi, di fatto, i lavoratori che svolgono attività simili in imprese differenti non possono formare un sindacato. La legge impone ancora una struttura sindacale rigida, basata sulla struttura amministrativa statale, che non contempla, ad esempio, la possibilità di formare un sindacato unico per rappresentare un’impresa che può avere più impianti e produzioni in più città o stati. Altre questioni negative sono riferite alle strutture decisionali dei sindacati interni.

All’articolo 18 della proposta di legge, che riguarda qualifiche, funzioni e strutture, la norma è peggiore di quella prevista nella legge del 2011, poiché impone il requisito della cittadinanza e fissa un’età minima di 21 anni per poter partecipare al sindacato. Secondo la legge attuale, un lavoratore migrante può diventare dirigente sindacale se è residente da cinque anni nella zona. Ciò non è più consentito nella nuova bozza del testo. Come la legge attuale, il disegno di legge richiede anche almeno sei mesi di esperienza nello stesso posto di lavoro, il che limita la capacità dei sindacati di eleggere i propri rappresentanti, compresi quelli di altri settori. In caso di serrata e sciopero, (art. 31), come previsto dalla legge attuale, il disegno di legge richiede ancora il voto favorevole della “maggioranza dei membri”, mentre l’ILO sottolinea che la richiesta di una maggioranza assoluta potrebbe rischiare di limitare seriamente il diritto di sciopero.

Nel 2017, il Consiglio di Amministrazione (CdA) dell’ILO inoltre aveva espresso preoccupazioni non solo per la continua presenza del lavoro forzato e il reclutamento forzato di minori o il reclutamento forzato di adulti nell’esercito, ma anche per la mancanza di accettazione di alcuni emendamenti alla riforma della legge, che fossero in linea con i principi della libertà di associazione. Ancora una volta, nel marzo 2018, il CdA aveva nuovamente sottolineato come la proposta di riforma della legge contenesse un “numero di restrizioni settoriali e geografiche, nonché requisiti minimi di adesione”, nonostante le forti raccomandazioni delle parti sociali e dell’ILO stesso contro tali restrizioni.

Durante la discussione del 2018 alla Commissione per l’applicazione delle norme dell’ILO, i rappresentanti dei lavoratori avevano sottolineato come “[i]n alcuni casi, in risposta all’esercizio dei diritti sindacali, compresi gli scioperi, la polizia ha violato le libertà civili dei lavoratori, anche attraverso minacce fisiche o arresti. I lavoratori che tentavano di organizzarsi venivano impunemente e regolarmente licenziati, a causa di un illegittimo sistema di risoluzione dei conflitti, mentre è pratica comune inserire i lavoratori delle zone industriali, impegnati nel sindacato, in una “black list”. Alla fine del 2018, la CTUM, a seguito della riluttanza del governo ad accettare le proposte di modifica della legislazione esistente, aveva deciso di sospendere la partecipazione agli organismi tripartiti, istituiti grazie alla cooperazione con l’ILO, sottolineando che il governo e il Parlamento stavano mettendo in atto procedure inaccettabili che minacciano l’esistenza e l’agibilità del movimento sindacale.

Per contrastare tale comportamento, i sindacati hanno richiesto l’intervento della missione di contatto diretto dell’ILO – missione che si è svolta dal 1° al 4 ottobre 2018, che ha prodotto un rapporto ignorato dal governo e dal Parlamento, che hanno introdotto ulteriori emendamenti restrittivi alla legge. A queste posizioni del governo si aggiungono alcune direttive del Ministero del Lavoro che facilitano la possibilità per i datori di lavoro di vietare la registrazione sindacale richiedendo che: “tutti i membri del comitato esecutivo presentino il loro curriculum vitae; inoltre “tutti i membri del sindacato devono presentare la fotocopia della carta d’identità (molti lavoratori non sono in grado di ottenere carte d’identità rilasciate dal governo), e il sindacato deve ottenere una lettera dal datore di lavoro in cui si riconosce di aver informato la direzione della sua intenzione di registrarsi”.

Nel 2018, il tasso di licenziamenti è aumentato e i sindacati non sono stati messi nelle condizioni di fornire sufficiente protezione legale ai lavoratori licenziati. E anche quando sono stati in grado di chiedere la soluzione di un conflitto al Consiglio arbitrale, il più alto meccanismo di risoluzione delle controversie, i datori di lavoro si sono rifiutati di rispettare le decisioni, preferendo pagare una sanzione simbolica invece di accettare la mediazione. Nonostante i numerosi incontri con il Ministero del Lavoro, dell’Immigrazione e della Manodopera (MOLIP) e con il comitato parlamentare incaricato della modifica della legge, i problemi sono rimasti irrisolti. Le tensioni nel settore industriale rimangono elevate. Il 20 agosto 2018 la Fu Yuen Garment Co Ltd, una fabbrica di abbigliamento, ha licenziato illegalmente trenta componenti sindacali e, nonostante numerosi incontri con le autorità locali e lettere al governo, la situazione è rimasta irrisolta fino al 14 ottobre 2018, quando dozzine di lavoratori sono stati seriamente feriti dopo che quaranta delinquenti armati hanno attaccato i manifestanti con spranghe e bastoni, e nonostante la presenza della polizia, non sono stati fatti arresti. Nel novembre 2108 è stato firmato un accordo per il rientro dei lavoratori.

All’inizio di febbraio 2019, otto leader sindacali della CTUM e della federazione sindacale MICS-TUF sono stati accusati dalla polizia di aver violato l’art. 20 della legge sul diritto di manifestazione e assemblea pacifica, la cui violazione comporta pesanti pene detentive. Questa legge, i cui emendamenti sono in discussione, prevede che i manifestanti potrebbero essere accusati di violare la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico e potrebbero essere condannati fino a tre anni di carcere.

Anche gli emendamenti alla legge sulla risoluzione delle controversie di lavoro sollevano molte preoccupazioni, a partire dall’eliminazione dal campo di applicazione di tutti i lavoratori dei servizi pubblici, dei lavoratori giornalieri, dei lavoratori temporanei, dei lavoratori agricoli, dei lavoratori domestici, dei dipendenti pubblici e degli apprendisti.

In sostanza, la strategia di revisione delle leggi sul lavoro continua a ostacolare la possibilità per le organizzazioni dei lavoratori di proteggere i propri diritti e, dal 2017, il CTUM ha segnalato ventinove casi di licenziamento ingiustificato per organizzazione sindacale, che ha portato al licenziamento di 3.424 iscritti e leader sindacali. Preoccupazioni simili sono state evidenziate per quanto riguarda la legge sulle zone industriali che, tra gli altri articoli critici, impone la risoluzione delle controversie senza la consultazione delle parti sociali ed esclude i rappresentanti dei lavoratori dai comitati di gestione della zona industriale.

Questo problema è stato sollevato più volte dall’ILO al governo, affinché quest’ultimo garantisca i diritti “ai sensi della Convenzione ai lavoratori delle Zone economiche speciali, assicurando inoltre che la legge su tali zone non contraddica l’applicazione della LOL e la legge sulla risoluzione delle controversie di lavoro”.

Questa situazione è preoccupante per due ragioni: da una parte, le Zone economiche speciali (ZES) sono uno strumento per lo sviluppo economico e la promozione dell’occupazione e, dall’altra, ad oggi la legge non rispetta le norme sui diritti umani e non prevede sanzioni a fronte degli abusi e delle violazioni. Molti sono i casi di violazione dei diritti umani sul lavoro segnalati dai rappresentanti sindacali, che denunciano bassi salari e assenza di consultazione dei lavoratori e degli abitanti dei villaggi nella fase di progettazione delle ZES, nella loro delocalizzazione senza adeguata valutazione di impatto ambientale e sociale. Un caso in corso riguarda la nuova ZES di Kyauk Phyu, che potrebbe essere sviluppata seguendo le procedure più avanzate per l’acquisizione delle terre e la valutazione di impatto sociale e ambientale.

Una prospettiva di potenziale soluzione positiva è rappresentata dalla ripresa di dialogo tra sindacato, governo e Parlamento e dalla partecipazione di alcuni parlamentari, per la prima volta, alla Conferenza annuale dell’ILO del giugno 2019. Un’esperienza che ha rilanciato il dialogo e una rinnovata disponibilità a discutere e accettare le proposte sindacali di modifica delle leggi chiave sul lavoro. In questo nuovo scenario, nel settembre 2019 la CTUM ha proposto alle altre organizzazioni sindacali e alle organizzazioni sociali la definizione di un’alleanza per il lavoro che metta insieme sindacati, attivisti e organizzazioni della società civile per la definizione di una piattaforma ampia e inclusiva incentrata sulle priorità del lavoro quali la costituzione di un tribunale del lavoro, l’aumento del salario minimo, la tutela delle migrazioni, la salute e la sicurezza, le modifiche alla legislazione sul lavoro e, più in generale, per la definizione e attuazione di politiche economiche e sociali inclusive e sostenibili.

L’8 febbraio 2020, la CTUM e le altre organizzazioni aderenti alla nuova alleanza per il lavoro, in una conferenza stampa congiunta, hanno dichiarato di voler presentare sei candidati indipendenti alle elezioni politiche nazionali che si terranno alla fine dell’anno e a livello regionale, nella zona industriale di Hlaing Tharyar, la più grande del Paese e con la più alta popolazione di migranti interni. Questo in conseguenza della mancanza di risposte da parte dell’NLD rispetto alla necessità di modifiche profonde alla legislazione sul lavoro e sull’agricoltura.

[1] Il PIL dovrebbe crescere del 6,8% nel 2020, cfr. Aggiornamento ADO 2019 Myanmar Economy, dati disponibili online al sito https://www.adb.org/countries/myanmar/economy.

[2] Nell’industria, la produzione manifatturiera secondo le stime di Banca Mondiale è in ripresa, supportata dal settore dell’abbigliamento per l’esportazione e da nuovi prodotti a maggiore valore aggiunto. Il settore delle costruzioni dovrebbe riprendersi grazie a nuovi progetti infrastrutturali, mentre quello dei servizi dovrebbe crescere dell’8,3% nel biennio 2018/2019. Al contrario, la crescita nel settore agricolo è scesa all’1,2% nel 2018/2019 dall’1,3% nel 2017/2018 a causa della riduzione della domanda esterna di prodotti agricoli: cfr. World Bank Group, Myanmar Economic Monitor, dati disponibili online al sito https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2020/01/15/myanmars-growth-resilient-despite-global-slowdown.

[3] Cfr. Trading Economics, dati disponibile online al sito https://tradingeconomics.com/myanmar/inflation-cpi.

[4] Fino al 10% della popolazione birmana emigra a livello internazionale, cfr. Organisation of International Migration, 2015.

[5] CRDI International Development Research Center (2017), Myanmar Labor Market Reform, Policy Brief 1.

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