La Belt & Road Initiative e il nuovo globalismo sinocentrico di Pechino

Una grande potenza si riconosce dal modo in cui concepisce lo spazio intorno a sé. La Belt & Road Initiative (Bri) è un perfetto esempio di questo principio. La Bri, il progetto di sviluppo eurasiatico lanciato dal Presidente Xi Jinping alla fine del 2013, di cui tratta questo numero di OrizzonteCina, è l’espressione più chiara del modo in cui da sempre la Repubblica popolare cinese e la sua leadership guardano al resto del mondo.

Sin dalla fondazione della Cina popolare, Mao interpretò i fenomeni globali, come il socialismo e il sistema bipolare della Guerra fredda, dal punto di vista degli interessi e delle ambizioni del proprio paese: sinizzò il marxismo-leninismo, adattandone il software all’hardware cinese, e creò tra i blocchi egemoni delle superpotenze lo spazio per una terza zona – allora detta “intermedia” – dove la Cina potesse essere al contempo indipendente e protagonista.

Era già una visione multipolare. Che poggiava su una strategia mirante al ritorno della Cina al centro del mondo e su una tattica incentrata sulla lotta contro le egemonie mutevoli in base alle circostanze: tra gli anni Quaranta e Cinquanta, il nemico della “zona intermedia” era identificato da Mao in Washington e nel capitalismo; alla fine degli anni Sessanta nel “social-imperialismo” egemonico di Mosca. Con l’avvento della riforma economica denghista e la sostituzione del radicalismo rivoluzionario maoista con il binomio “pace e sviluppo”, la zona intermedia fu identificata con l’area bisognosa di emancipazione economica, il Terzo mondo, oppresso e sfruttato dai paesi più ricchi. Erano gli anni Ottanta, la Guerra fredda e le sue ideologie iniziavano a tramontare e lo sviluppo economico e le riforme che lo alimentavano divennero il nuovo obiettivo della rivoluzione.

Negli anni Novanta, con la progressiva integrazione della Cina nel sistema economico globale, culminata nell’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio, la “zona intermedia” si integrava con il resto del mondo. È il momento in cui si afferma la teoria dello “sviluppo pacifico”, che, come ha recentemente ricordato Matt Ferchen su Foreign Affairs, si fondava sull’idea rassicurante che lo sviluppo economico cinese fosse al contempo alimento e frutto della globalizzazione e delle sue interdipendenze. Tuttavia la partecipazione della Cina ai processi globali era ancora subordinata alla pervasiva egemonia statunitense. Di cui Pechino subiva le regole (specie all’interno degli organismi internazionali), ma sfruttava astutamente le garanzie – la sicurezza dei mari e il sistema di libero scambio – per rafforzare le proprie posizioni e togliere spazi alla potenza egemone.

Il progetto della Belt & Road Initiative (Bri) si comprende meglio se inserito in questa prospettiva di lungo periodo. Oggi, infatti, dice l’ultimo rapporto del National Intelligence Council, l’èra del dominio globale americano sta per concludersi e, di riflesso, anche l’ordine internazionale emerso dalla seconda guerra mondiale sembra destinato a trasformarsi. La Bri ne prende atto, recupera la logica virtuosa dell’interdipendenza, implicita nella teoria dello “sviluppo pacifico”, e la applica a un nuovo ordine globale gravitante questa volta intorno al “paese di centro” (Zhongguo, 中 国), la Cina di Xi Jinping. È la globalizzazione 2.0: la globalizzazione “con caratteristiche cinesi”.

Come ha scritto l’ex Vice-ministro degli esteri cinese He Yafei, la globalizzazione neoliberista sta ormai per essere travolta dalla marea del populismo, la reazione dei popoli alle dolorose diseguaglianze e alle crescenti dicotomie (di marxiana memoria) tra capitale e lavoro prodotte dalla governance occidentale. Il modello cinese, sia politico che economico, si è dimostrato invece, secondo il diplomatico cinese, molto più tenace, più adatto a resistere alla crisi economica e più efficace per ridurre la povertà e sostenere lo sviluppo. Sarà dunque la Cina, sostiene He Yafei, con il suo modello vincente, e un nuovo paradigma più inclusivo ed equilibrato, a guidare la nuova globalizzazione.

La Bri è la proiezione più evidente di questa nuova versione di paternalismo globalista cinese. Come dice lo stesso preambolo del suo “statuto” ufficiale, presentato nel marzo del 2015 dal governo cinese, la Bri è infatti un “impegno solenne di cui beneficeranno tutti i popoli del pianeta”. È il ritorno del Tianxia (天下, “all under heaven”), la tradizionale visione cinese dell’ordine mondiale orientata verso un sistema di governance “cosmopolita” che trascende confini nazionali e geografici.

Questo concetto sta tornando di recente in auge a Pechino grazie alle pubblicazioni di Zhao Tingyang, star del dipartimento di filosofia dell’Accademia delle scienze sociali. Il mondo, dice Zhao, non è ancora diventato un’entità organica, ma vive ancora in uno stato hobbesiano di conflitto perenne. È dunque imperativo creare un sistema istituzionalizzato che promuova il benessere universale e non solo quello delle nazioni più forti. E la Cina, grazie alla propria tradizione del Tianxia, possiederebbe la ricetta ideale per realizzarlo. In realtà, rileva William Callahan, più che un ordine post-egemonico il Tianxia di Zhao sembra essere un aggiornamento dell’egemonia imperiale cinese fondato sul ridimensionamento dei confini concettuali tra le nozioni di impero, globalizzazione, nazionalismo e spirito cosmopolita.

Con il suo recente intervento al forum di Davos Xi Jinping ha dato il battesimo ufficiale a questa nuova vocazione globale di Pechino, di cui la Bri è la perfetta incarnazione in quanto primo vero disegno di ordine globale sinocentrico mai proposto dalla Repubblica popolare. Come si è detto in apertura, una tensione sinocentrica anima da sempre lo sguardo della Cina sul mondo, ma solo oggi, con il tramonto delle potenze egemoniche tradizionali e la nuova forza accumulata dal paese, si aprono spazi per la traduzione di questa tensione in un disegno organico e strutturato, in una nuova gerarchia globale con al centro Pechino.

La Bri non è dunque solo un’iniziativa diplomatica, seppur la più importante proposta sino ad oggi dal Presidente Xi, ma è anche e soprattutto una strategia di proiezione esterna mirante alla realizzazione del più ampio progetto inscritto nel “Sogno cinese” (Zhongguo meng, 中国梦): il rinascimento della nazione cinese e la trasformazione del paese in una società “moderatamente prospera” entro il 2021 – centenario della costituzione del Partito comunista cinese – e in un paese “forte e ricco” entro il 2049 – a cento anni dalla fondazione della Rpc. In quanto parte della complessa strategia per la realizzazione del “Sogno cinese”, la Bri è organicamente legata al progetto “Made in China 2025” ideato per la trasformazione del paese nel futuro leader della nuova rivoluzione industriale 4.0. Quest’ultima è incentrata sullo sviluppo dello “smart manufacturing” attraverso la sostituzione delle tecnologie straniere con tecnologie autoctone prima nel mercato interno e poi progressivamente anche su quello internazionale.

Ecco quindi, in sintesi, la strada per la realizzazione del “Sogno cinese”: annientare la competizione straniera nei settori tecnologici e nei network produttivi di punta in Cina attraverso acquisizioni di aziende strategiche all’estero, trasferimenti tecnologici e investimenti massicci nella ricerca, e, allo stesso tempo, grazie agli strumenti politici e istituzionali sviluppati nella cornice della Bri, riorganizzare le catene globali del valore (global value chains) in modo da poter modellare il funzionamento dell’economia globale.

La Bri è dunque presentata come progetto mirante a una più efficiente integrazione tra economie apparentemente complementari. Tuttavia, come fa notare Bruno Maçães, quando si parla di divisione del lavoro lungo le catene del valore della produzione industriale, le scelte che riflettono gli interessi nazionali dei paesi nella regione compresa dalla Bri possono divergere e persino collidere. In questi casi non c’è dubbio che la Cina si trovi in una posizione privilegiata, in quanto promotrice dell’iniziativa, per il raggiungimento dei propri interessi. Farebbero tutti così, se potessero, come vuole la scuola neorealista delle Relazioni Internazionali. È interessante tuttavia notare come l’enfasi paternalista che connota il marketing della Bri, e che tende a far leva sul mutuo beneficio per i paesi coinvolti e sugli aspetti “win-win” della cooperazione, conviva spesso – specie nelle pubblicazioni più tecniche sul tema – con un accento sull’“eccezionalismo cinese”, che riflette la visione sinocentrica insita nel concetto di Tianxia.

Zhang Hongli [in cinese], Vice-presidente della Industrial Construction Bank of China (ICBC) – ex responsabile Asia-Pacifico della Deutsche Bank e primo executive di banca straniera a essere ammesso nella leadership di una della quattro grandi banche commerciali statali – ha scritto uno degli articoli più interessanti in proposito. Zhang afferma chiaramente che la Bri deve servire alla promozione degli interessi nazionali cinesi, al ridimensionamento dell’influenza occidentale e alla creazione di un sistema economico regionale fondato sul modello cinese.

È la finanza, secondo Zhang, l’arma più importante per il raggiungimento di questi obiettivi. La regione della Bri, infatti, non è stata ancora in grado di sviluppare un efficiente sistema finanziario per lo sviluppo delle economie locali, gli investimenti in infrastrutture strategiche e l’aumento della produttività. La finanza cinese, sostiene l’autore, può e deve giocare un ruolo-chiave per lo sviluppo delle infrastrutture e dei servizi utili al commercio. Le banche commerciali della Repubblica popolare devono avere un ruolo di avanguardia, come “soldati in prima linea”, e impegnarsi a promuovere lo sviluppo dei paesi della regione e rafforzare la presenza della Cina attraverso l’internazionalizzazione del renminbi. Secondo Zhang, la Bri deve fondarsi su un approccio dall’alto verso il basso (top-down design) che comprende due corollari strategici e sei cosiddette “combinazioni”. I due corollari strategici sono: 1) mantenere la mentalità da grande potenza promuovendo i valori cinesi all’interno delle istituzioni, dei progetti e dei regolamenti della Bri, e scegliere sempre ciò che più si addice agli interessi nazionali cinesi, evitando di importare dall’esterno le cosiddette “best practices” occidentali; 2) concepire la Bri sempre dal punto di vista della “grande sicurezza”, evitando ogni danno potenziale agli interessi nazionali e prevenendo ogni minaccia politica ed economica alle istituzioni finanziarie cinesi. La strategia va poi attuata attraverso sei “combinazioni: 1) investire all’estero ma allo stesso tempo indurre le società dell’area Bri a partecipare al mercato cinese; 2) cercare di dare supporto finanziario ai paesi della Bri per favorirne lo sviluppo in modo da ricevere in seguito il loro appoggio e la loro amicizia; 3) combinare sempre sviluppo e sicurezza e assicurarsi che lo sviluppo non sia messo a repentaglio da alcun rischio; 4) promuovere il legame tra l’economia reale dei paesi Bri e il potere finanziario cinese in modo da favorire il controllo finanziario e l’influenza politica della Cina nella regione; 5) mantenere saldo e coerente il legame tra i livelli macro e micro del progetto e assicurarsi che gli obiettivi più importanti siano raggiunti attraverso l’implementazione di misure specifiche a livello più basso; 6) restare sempre flessibili: mentre si costruirà un sistema d’interdipendenza finanziaria tra la Cina e i paesi della Bri, sarà necessario avere strategie che si adattino ai diversi paesi e costruire allo stesso tempo sistemi di valutazione del rischio per sventare crisi potenzialmente dannose per gli interessi cinesi nell’area.Per proteggere gli investimenti cinesi, conclude Zhang, è essenziale un approccio sistemico alla sicurezza che combini accordi bilaterali e multilaterali in cui gli aspetti commerciali e quelli legati alla sicurezza siano trattati in maniera integrata. Nello specifico, l’obiettivo è la modernizzazione delle infrastrutture IT tramite i big data per massimizzare le capacità di valutazione e gestione del rischio e lo sviluppo di società private di contractors militari, simili a quelle americane come Blackwater.

L’analisi di Zhang è già di per sé sorprendente per la capacità di proporre un approccio olistico alla Bri. Ma non meno sorprendente è il profilo stesso dell’autore. È difficile, infatti, immaginare un Vice-presidente di un’istituzione finanziaria italiana o europea che rediga un articolo del genere. Che invece ciò sia ritenuto normale in Cina deve far riflettere. La Cina oggi pensa in grande: pensa al mondo, a un mondo con al centro la Cina. E la Bri è, come detto, la proiezione più chiara di questo nuovo globalismo sinocentrico, il primo tentativo, secondo Fukuyama, di proselitismo politico-economico cinese nel mondo. La dimensione di questo tentativo ne rivela l’ambizione: la Bri è il progetto di politica industriale transnazionale più ambizioso mai concepito nella storia; neppure l’Unione europea dei tempi migliori avrebbe osato tanto. Probabilmente, come sostengono in molti, il progetto è sin troppo ambizioso e, se si vuole che funzioni, lo si dovrà ridimensionare, com’è probabile che accada.

Ciò non toglie che la Bri miri a rivoluzionare la geografia economica esistente – come mostra chiaramente l’articolo di Deandreis pubblicato in questo numero e dedicato alla nuova centralità che il Mediterraneo ha assunto grazie ai flussi commerciali asiatici – rivedendo la posizione dei suoi centri e delle sue periferie. La Bri presenta quindi molteplici sfide e opportunità per l’Europa e soprattutto per l’Italia, come suggerisce l’articolo di Giorgio Prodi. Ciò vale specialmente per alcune aree di interesse strategico tradizionale per il nostro paese come i Balcani e il Mar Rosso, come evidenziano le analisi di Anastas Vangeli e di Andrea Ghiselli.

Le opportunità potrebbero essere molteplici ma devono rispondere a una visione di lungo periodo, che non sottovaluti i pericoli a esse sottesi. Come hanno recentemente scritto Philippe Le Corre e Jonathan Pollack per la Brookings Institution, la sfida strategica per Europa e Stati Uniti infatti non è la trasformazione della Cina nella più grande economia del pianeta, ma la prospettiva che essa imponga concetti di governance globale alternativi a quelli occidentali: “includere la Cina in un ordine internazionale fondato su regole condivise non è una scelta, è una necessità”. Gli esiti delle recenti trasformazioni politiche in Europa e negli Stati Uniti determineranno dunque i confini della Bri e il successo della nuova globalizzazione ispirata da Pechino.

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