L’importanza del Giappone nell’Indo-Pacifico: in equilibrio tra fiducia e geopolitica

Siamo di fronte a una nuova era. Avvenimenti di portata mondiale stanno scuotendo le fondamenta di una regione, l’Asia, che non solo è il centro dello sviluppo economico di questo secolo, ma è anche purtroppo il centro di tensioni geostrategiche potenzialmente apocalittiche. Mentre per molti, ormai, il concetto interdisciplinare di “secolo asiatico” è una nozione certa e ben argomentata, c’è ancora molta confusione sulla definizione del termine “asiatico”, da cui dipendono l’interpretazione e le conseguenze geopolitiche di chi e come ha il diritto di approcciarsi alla regione e interagire con essa. Una regione che in pochi decenni ha cambiato più volte confini, comprendendo prima solo i Paesi dell’Asia Orientale, per poi allargarsi all’“Asia-Pacifico”, fino ad arrivare con prepotenza, negli ultimi anni, ad un ancora non bene identificato “Indo-Pacifico”. In termini geografici, questa regione ormai indica uno spazio compreso fra gli oceani Indiano e Pacifico, senza tuttavia stabilire quali Paesi abbiano diritto a farne parte. Anzi, i limiti geografici dell’Indo-Pacifico variano di molto nelle definizioni che diversi governi, facenti parte o meno della regione, hanno inserito nei loro documenti ufficiali.

Pochi, infatti, si rendono davvero conto di come le percezioni dei singoli stati siano di fondamentale importanza non solo nel riconoscimento di una regione geostrategica, ma soprattutto nelle scelte politiche che ne conseguono. Le regioni geostrategiche sono costrutti sociali non univocamente definibili e, in quanto tali, è facile capire come la loro definizione cambi ogniqualvolta cambino i venti. Se poi, come nel caso dell’Indo-Pacifico, l’intenzione è quella di includere quasi mezzo mondo in uno schema comune, si capisce quanto un maggior numero di Paesi aderenti non aiuti a raggiungere facilmente un consenso sulla sua definizione.

Per quale motivo, allora, si è arrivati al voler identificare una nuova regione? E perché in questo momento storico? Le ragioni sono chiaramente molteplici e interdipendenti, ma una attenta analisi ci rivela come, in realtà, i riferimenti ufficiali all’Indo-Pacifico siano molto più antichi del famoso discorso del 2007, tenuto dall’allora Primo ministro giapponese Abe Shinzo al Parlamento indiano[1]. Già negli anni 1920 e 1940, in Europa come in Asia, il termine era stato usato in riferimento all’importanza che la confluenza dei due oceani aveva e avrebbe avuto nello sviluppo di influenze geostrategiche[2]. Alcuni Paesi asiatici, come ad esempio l’Indonesia, hanno da sempre preferito il termine Indo-Pacifico.

La transizione degli ultimi quindici anni nell’utilizzo del termine riflette i crescenti dibattiti politici riguardanti la necessità di garantire accordi di sicurezza fra stati, senza danneggiarne le interdipendenze economiche. Questo perché le visioni politiche e gli interessi militari dei molti stati della regione sono spesso in contrasto, ma le interdipendenze economiche che si sono create in Asia, soprattutto dopo la crisi finanziaria del 1998, sono tali da non poter essere modificate con leggerezza.

È importante notare come, in quasi un secolo di storia recente, nessuno dei Paesi asiatici sia riuscito a risolvere pacificamente le numerose dispute territoriali e marittime che costellano la regione. Le tensioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale e intorno alla penisola coreana e, soprattutto, le crescenti provocazioni nello stretto di Taiwan ci fanno assaporare elementi di Guerra fredda asiatica, che potrebbe essere molto più preoccupante dell’attuale situazione che si sta verificando in Ucraina. Le dispute, infatti, spesso coinvolgono più Paesi, di conseguenza la battaglia per la supremazia tra gli Stati Uniti e la Cina nell’Indo-Pacifico si sta già combattendo, su molti fronti.

Sebbene nel campo militare ci sia ancora, per fortuna, molta prudenza, sul fronte economico e commerciale Stati Uniti e Cina sono ai ferri corti già da tempo[3]. Tuttavia, nel dibattito sull’Indo-Pacifico si finisce troppo spesso per semplificare l’intricata rete di influenze in uno scontro tra Stati Uniti e Cina, e le loro sfere di influenza. Niente di più impreciso. Sebbene le due Potenze incidano pesantemente sulle decisioni prese nella regione, due importanti fattori esulano da questa dicotomia: il fatto che molti Paesi non riconoscano gli Stati Uniti come facenti parte della regione, data la lontananza; e il fatto che la Cina resti indubbiamente il maggior partner commerciale di quasi tutti i Paesi coinvolti.

Che cosa cambia, quindi, nella definizione di cooperazione regionale nell’Indo-Pacifico? Non è del tutto infondato affermare che molte politiche statunitensi siano dirette principalmente a un contenimento militare ed economico della Cina, che Washington vede sempre più aggressiva e come una minaccia all’ordine liberale internazionale. Allo stesso tempo, altri Paesi dell’Indo-Pacifico non riescono a immaginare come gli Stati Uniti possano effettivamente proteggere i loro interessi territoriali e commerciali, quando le ultime amministrazioni americane hanno continuato in maniera veemente a promuovere una politica di America First, in qualsiasi campo.

D’altra parte, in un contesto in cui la Cina si appresta a diventare la maggiore economia mondiale, con il potere quindi di cambiare le regole del gioco a livello globale, molti Paesi della regione sono sempre più preoccupati della nuova presa di coscienza di Pechino, in grado ormai di opporsi con la forza a qualsiasi ordine mondiale a guida statunitense per promuovere un ordine alternativo, ovvero schemi alternativi di nuova dipendenza e assoggettamento economici, con una Cina leader. La Belt and Road Initiative (BRI) è una chiara espressione di questo cambiamento[4].

Si è venuto a creare, quindi, negli ultimi due decenni, un sempre più pressante desiderio da parte dei Paesi dell’Indo-Pacifico di organizzarsi per formulare schemi autoctoni di collaborazione che includano progetti di sicurezza e di crescita economica. Insomma, una “Asian security for Asians”. Un cambiamento epocale che indica una presa di coscienza collettiva da parte di Paesi che finora hanno dovuto sempre correre ai ripari. Il problema resta comunque dover dare una struttura a questi nuovi schemi. Una struttura richiede inevitabilmente una figura di leader, che deve essere allo stesso tempo potente ma anche non bellicoso.

La classe politica giapponese degli ultimi due decenni ha visto in questo un’opportunità ideale per ristabilire con decisione la posizione internazionale del Giappone nella regione, risollevarne le sorti economiche del post-boom economico e affermarsi come baluardo di libertà e democrazia asiatica, in Asia e per gli asiatici. Con un passato di nazione commerciale marittima, l’interesse del Giappone per l’Asia non è certo scomparso a seguito della schiacciante sconfitta e relativo ridimensionamento territoriale della Seconda guerra mondiale. Il Paese, grazie anche a ingenti aiuti esteri, si è semplicemente demilitarizzato, ma ha continuato a sviluppare fortissimi legami economici con tutti i Paesi asiatici, specialmente con quei Paesi che più avevano sofferto la presenza militare nipponica. Grazie alla Pax americana[5], il Giappone non dovette preoccuparsi della sua sicurezza nazionale e poté così concentrarsi nell’esportazione massiccia di progetti di investimento di alta qualità. Decenni di questi progetti hanno cementificato nei Paesi asiatici un elevato livello di fiducia e dipendenza tecnologica nei confronti del Giappone, uno stato albino in Asia, ossia una democrazia fondata sul rispetto della legge e delle regole in generale, sul rispetto di valori cosiddetti fondamentali come la libertà individuale e i diritti umani.

È stato quindi relativamente facile per la classe politica giapponese, guidata da Abe Shinzo, rispondere all’insicurezza dettata dai recenti sviluppi regionali qui sopra descritti e proporre proattivamente il Giappone agli stati dell’Indo-Pacifico come precursore di un nuovo schema di collaborazione regionale che possa portare beneficio a tutti, senza preoccupazioni di tipo militare o di isolamento economico. Ecco, quindi, la nascita del concetto di Free and Open Indo-Pacific (FOIP), ossia un nuovo ordine regionale internazionale basato su regole e principi condivisibili quali libero scambio, libertà di navigazione e il severo rispetto delle regole contrattuali di cooperazione[6]. I comportamenti delle ultime amministrazioni statunitensi (riguardo, ad esempio, il ritiro da accordi commerciali quali la Trans-Pacific Partnership[7]) hanno certamente accelerato le intenzioni giapponesi nell’assumere un ruolo decisamente più propositivo rispetto ai decenni passati.

La securitizzazione degli accordi commerciali, secondo il modello di engagement statunitense, spaventa i Paesi asiatici. Gli equilibri sono cambiati e gli schemi regionali che gravitano unicamente intorno ad accordi militari non sono più una soluzione pratica. La strategia da leggere tra le righe della FOIP è che se una nazione riesce ad attribuire un valore aggiunto ai propri investimenti esteri, fornendo assistenza tecnologica e strutturale in maniera trasparente, come ha fatto finora il Giappone, scaturiranno dei patti bilaterali anche di sicurezza militare come risultato naturale dettato da una fiducia economica e tecnologica fondata sulla protezione reciproca dei rispettivi interessi nazionali. Questo è quello che sta accadendo tra il Giappone e un crescente numero di Paesi dell’Asia-Pacifico, sia bilateralmente, come ad esempio per Filippine[8] e Indonesia[9], sia in maniera più massiccia e strutturata in tutta la regione (come, ad esempio, lo schema del Quadrilateral Security Dialogue (QUAD) e le recenti esercitazioni navali congiunte Malaba[10]).

Seguendo una chiara linea di non intervento negli affari di politica interna dei Paesi con cui collabora, il Giappone ha negli anni affinato le sue strategie diplomatiche, soprattutto già a cominciare dalla cosiddetta dottrina Fukuda degli anni Settanta e Ottanta, e ancora prima dalla dottrina Yoshida del Primo dopoguerra. Il Giappone, in altre parole, non si propone di promuovere direttamente la democrazia o il rispetto dei diritti umani come conditio sine qua non per poter allacciare accordi con altri Paesi, né le condizioni politiche interne di quegli stessi Paesi sono mai state un ostacolo ad avere rapporti diplomatici e commerciali. In questo senso, il Giappone vede la promozione di questi ideali, comunque ritenuti fondamentali, come un risultato a lungo termine. Così facendo, decenni di continui aiuti allo sviluppo (Official Development Assistance, ODA), trasparenti e di gran lunga superiori in qualità e quantità a quelli di qualsiasi altro stato, hanno certamente contribuito a cementare nelle menti delle popolazioni dell’Asia-Pacifico quel senso di fiducia che sta ora permettendo a un’economia ora stagnante e a uno stato senza esercito attivo – il Giappone possiede per Costituzione solamente forze di difesa limitate e non utilizzabili per attacchi cosiddetti preventivi – di proporsi come ago della bilancia del nuovo secolo asiatico.

Per quanto eticamente discutibile come scelta e per quanto sembri, inoltre, impossibile da mantenere soprattutto dopo gli sviluppi recenti nell’ordine mondiale (si vedano gli abusi di diritti umani in Cina e in Myanmar, o la recente invasione russa in Ucraina), questo approccio è per natura inclusivo, in quanto non è atto ad isolare per principio nessun Paese voglia far parte della FOIP, ammesso ovviamente che si impegni a rispettare le regole contrattuali che lo governano. Viste quindi alcune accuse rivolte al rispetto dei valori democratici e alle libertà individuali nella politica interna giapponese degli ultimi anni[11], si potrebbe dire che la FOIP abbia davvero tutti i requisiti per far sedere al tavolo dei negoziati chiunque, buono o cattivo, a patto che rispetti alcune regole fondamentali. Si tratta, quindi, di un compromesso molto adatto all’attuale situazione in cui si trovano i Paesi dell’Indo-Pacifico.

Le complesse e intricate dinamiche di interdipendenza economica e di sicurezza descritte fin qui hanno infatti portato i Paesi di questa regione, senza esclusioni, ad adottare una strategia cosiddetta di hedging, ossia un “si salvi chi può” geopolitico: i singoli stati cercano di instaurare accordi con più stati esteri possibili, così da diminuire i rischi di dipendenza economica e strategica e, allo stesso tempo, aumentare i vantaggi a breve termine, soprattutto in termini commerciali. È questa una pratica certamente non sostenibile nel lungo termine, ma lo stato attuale delle dinamiche regionali davvero non lascia molte altre possibilità.

Ciò è particolarmente vero per gli stati più piccoli o con i governi più deboli, ancor più se periferici. Se è innegabile, infatti, la rilevanza geopolitica di regioni come Taiwan, la penisola coreana e il Mar Cinese Meridionale, troppo spesso non si attribuisce a estesissime zone periferiche la stessa importanza strategica, la quale è tuttavia indelebilmente impressa nella memoria storica giapponese.

Grazie ai trattati internazionali che regolano le zone di influenza territoriali e marittime, come per esempio la United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS) il Giappone – e, di conseguenza, la FOIP – ha ben chiara l’importanza di tutti quegli stati insulari che si estendono per tutto il Pacifico Meridionale. Dimenticati da quasi tutti, sia di lontani Stati Uniti sia dalla vicina Australia, essi sono stati invece supportati in maniera continuativa dal Giappone non solo attraverso progetti di sviluppo e commerciali, ma anche da delegazioni diplomatiche e consolari ufficiali e permanenti. È possibile affermare, senza troppi dubbi, che in anni recenti il Giappone sia stato l’unico Paese estero corso in difesa di questi stati, all’apparenza così insignificanti, ma di un’importanza geostrategica incalcolabile. A difesa di questa tesi sono gli innumerevoli tentativi della Cina di impossessarsi, attraverso metodi molto discutibili e poco leciti, di un gran numero di territori e isole, zone cosiddette speciali, ma a tutti gli effetti avamposti strategici per il controllo non solo di ampie risorse naturali, ma anche per allargare la propria presenza militare, penetrando di fatto le linee di difesa di altri Paesi. Si vedano per esempio i casi delle isole Salomone[12], delle Marshall[13] o di Tonga[14], recentemente cadute sotto i riflettori dei media internazionali.

Indubbiamente, quindi, il Giappone e la sua visione della FOIP hanno oggettivamente portato una ventata di speranza in una regione dove le tensioni politiche ed economiche sembrano solamente aumentare. Tuttavia, recenti sviluppi nella politica interna ed estera del Giappone stesso, non correlati ma certamente influenzati dalla prematura dipartita di Abe, la figura politica che è stata la mente e il braccio del governo degli ultimi quindici anni, metteranno a dura prova l’effettiva capacità del Paese del Sol Levante di non solo mantenere, ma anche esercitare una posizione di leadership nell’Indo-Pacifico.

Oltre a fattori interni e di successione politica, altri partner occidentali influenti e altrettanto presenti nella regione, in primis gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’Australia, hanno manifestato i loro dubbi nell’approccio certamente pragmatico, ma eticamente discutibile del Giappone nei confronti di governi dittatoriali e autoritari, come Cina e Myanmar, per esempio, facendo pressioni affinché il governo nipponico mantenga una linea più dura nei loro confronti, limitando la cooperazione diplomatica e commerciale. Così facendo però, verrebbero meno le caratteristiche proprie della FOIP, e della stessa azione del Giappone, e si rischierebbe di tornare a quella impasse diplomatica che lascerebbe ognuno in balìa di se stesso. Proprio ciò che, soprattutto in questi anni di tensione, non dovrebbe succedere nella regione. Le sorti della FOIP risiedono nell’abilità dei prossimi governi giapponesi di migliorare le politiche regionali iniziate da Abe, evitando indubbiamente le ripercussioni poco democratiche subite dalla popolazione giapponese negli ultimi anni, ma anche mantenendo un atteggiamento allo stesso tempo inclusivo e trasparente anche nei confronti di governi che perpetuano impunemente gravi violazioni e ingiustizie sociali.


[1] Cfr. Discorso del Primo ministro Abe Shinzo, dal titolo, “Confluence of the Two Seas”, pronunciato davanti al Parlamento della Repubblica di India, 22 agosto 2007, disponibile online al link https://www.mofa.go.jp/region/asia-paci/pmv0708/speech-2.html.

[2] Pulipaka, S., e Musaddi, M. (2021), “In Defence of the Indo-Pacific Concept”, Observer Research Foundation, Issue Brief n. 493, settembre, disponibile online al link https://www.orfonline.org/research/in-defence-of-the-indo-pacific-concept/#_edn2.

[3] Coxhead, I. (2022), The US-China Trade War and Prospects for ASEAN Economies, IDE Research Columns, IDE-JETRO, disponibile online al link https://www.ide.go.jp/English/ResearchColumns/Columns/2022/ian_coxhead.html.

[4] Cfr. Aamir, A., et al. (2022), “Initiative at Tipping Point: Pakistan, Sri Lanka Debt Crises Threaten Beijing’s Regional Influence”, Nikkei Asia, 10 agosto, disponibile online al link https://asia.nikkei.com/Spotlight/The-Big-Story/Road-to-nowhere-China-s-Belt-and-Road-Initiative-at-tipping-point.

[5] Per una definizione completa del termine, cfr. il seguente link disponibile online https://politicaldictionary.com/words/pax-americana/.

[6] Watanabe, T. (2019), “Japan’s Rationale for the Free and Open Indo-Pacific Strategy”, The Sasakawa Peace Foundation, 30 ottobre, disponibile online al link https://www.spf.org/iina/en/articles/watanabe_01.html.

[7] Heath, T.R. (2017), “Strategic Consequences of US Withdrawal from TPP”, The RAND Blog, Commentary, 27 marzo, disponibile online al link https://www.rand.org/blog/2017/03/strategic-consequences-of-us-withdrawal-from-tpp.html.

[8] The Associated Press (2022), “Japan, Philippines Seek Pact to Further Defense Co-operation”, 9 aprile, disponibile online al link https://www.asahi.com/ajw/articles/14594691.

[9] The Sankei Shimbun (2021), “Japan Offers to Jointly Build Warship with Indonesia”, 21 maggio, disponibile online al link https://japan-forward.com/japan-offers-to-jointly-build-warship-with-indonesia/.

[10] Kaushik, K. (2021), “Explained: The Malabar Exercise of QUAD Nations, and Why It Matters to India”, The Indian Express, 31 agosto, disponibile online al link https://indianexpress.com/article/explained/malabar-exercise-of-quad-nations-why-it-matters-to-india-7472058/.

[11] Miki, Y. (non datato), “Facing a Crisis of Democracy, Japan’s Civil Society Groups Fight for Accountability”, Civicus, disponibile online al link https://www.civicus.org/index.php/re-imagining-democracy/stories-from-the-frontlines/3468-facing-a-crisis-of-democracy-japan-s-civil-society-groups-fight-for-accountability.

[12] Beattie, E. (2022), “Solomon Islands Lurch Toward Despotism as China Debt Deepens”, Nikkei Asia, agosto, disponibile online al link https://asia.nikkei.com/Politics/International-relations/Indo-Pacific/Solomon-Islands-lurch-toward-despotism-as-China-debt-deepens.

[13] Mao, F. (2022), “Marshall Islands: Chinese Pair Plotted ‘Mini-state’ in Pacific Nation”, BBC News, 9 settembre, disponibile online al link https://www.bbc.com/news/world-asia-62830548.

[14] Enoka, T.K. (2022), “China Insists Tonga Loans Come with ‘No Political Strings Attached’”, The Guardian, 29 giugno, disponibile online al link https://www.theguardian.com/world/2022/jun/29/china-tonga-loans-no-political-strings-attached-pacific.


 

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