Donne al lavoro nella Cina di oggi: realtà sociali complesse, nuove soggettività

Lo sviluppo economico della Cina, negli ultimi anni, se da una parte ha facilitato la diffusione di un principio di uguaglianza di genere come norma ideale e istituzionale in tutti gli ambienti, dall’altra ha provocato un inasprimento delle differenze di genere nell’ambito lavorativo. Prima delle riforme del 1979, nella pianificazione centralizzata della distribuzione del lavoro da parte dello Stato si evidenziava una sostanziale parità tra impiego maschile e femminile, senza sensibili differenze tra la campagna e la città. Negli anni successivi, invece, la situazione dell’impiego femminile ha assunto degli aspetti molto complessi e spesso contradditori che vale la pena analizzare in questa sede. Un dato certo è che da quel momento ha cominciato a configurarsi un sempre crescente gender gap in ambito lavorativo, in ogni settore d’impiego, con una sempre maggiore polarizzazione. La differenza della retribuzione e l’importanza del collocamento delle donne nei segmenti più bassi delle aree d’impiego va di pari passo con la diminuzione della partecipazione politica delle donne nei livelli dirigenziali dello Stato. Nel Comitato centrale del Partito comunista cinese, le donne costituiscono il 4,9% del totale,[1] mentre tra i membri dell’Ufficio politico, o Politburo, Sun Chunlan è oggi l’unica donna. Nell’ultimo congresso dello scorso ottobre non sono state inserite nuove figure femminili e nessuna donna siede nell’organo apicale del potere politico cinese, il Comitato permanente del politburo.

Nella sua recente monografia dedicata alle white collar beauties (2017), Liu Jieyu illustra come le
donne nate nella Cina dell’era del figlio unico abbiano imparato a gestire le aspettative che la
società ripone su di loro, pur non perdendo di vista i ruoli di vertice ai quali sanno di poter avere
accesso. A rimanere potenzialmente escluse dal ragionamento di Liu Jieyu, tuttavia, sono le donne
con un basso livello di istruzione e un hùkǒu rurale, alle quali l’accesso a vere e proprie carriere è
spesso precluso (immagine: STR/AFP/Getty Images).

Nel 2004 le donne costituivano il 44,7% della forza lavoro dell’intero paese,[2] per il 60% impiegate nell’agricoltura, il 9,4% in più degli uomini. Nel 2017 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 60,4% (nel Regno Unito e negli Stati Uniti il dato è rispettivamente pari al 54,1% e al 53%, in Giappone al 47,7%, in India al 25,9%),[3] ma sarebbe sbagliato pensare a un miglioramento delle condizioni di vita o del posizionamento delle lavoratrici nella nuova stratificazione sociale. Le percentuali d’impiego in lavori poco qualificati, precari e sottopagati è del 20,8%, contro il 14,1% dei lavoratori maschili. La liberalizzazione del mercato del lavoro in Cina ha acuito gli effetti discriminatori a danno delle lavoratrici che sono così penalizzate al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro, meno tutelate durante il periodo lavorativo e poco accompagnate all’uscita dal percorso lavorativo. È evidente che nella Cina dell’armonia sociale di Xi Jinping il potere politico delle donne, così come quello economico, non sembra partecipare di quello sviluppo massiccio che viene rappresentato nelle statistiche nazionali ed internazionali. Le lavoratrici sono sempre più richieste nel settore dei servizi e dei lavori informali, con sempre meno tutele sociali. Nel settore del management di alto livello delle imprese private – o ibride private-statali – si distingue una certa presenza femminile, che però è molto visibile proprio in quanto limitata a pochi individui. È il caso eclatante di talune manager di respiro internazionale, come Zhang Xin, co-fondatrice e manager di Soho China.

Se nelle grandi e nelle piccole imprese la presenza femminile è in ascesa, tuttavia, la piramide parte da zero al livello delle cariche apicali del Partito-Stato e si allarga a dismisura nelle fasce basse della società, tra le lavoratrici delle fabbriche, delle campagne e dei servizi sottopagati. La costruzione identitaria della donna lavoratrice è una conquista del secolo scorso. È stata una battaglia centrale nel percorso verso la modernità che la Cina ha intrapreso all’inizio del XX secolo. All’epoca di Mao Zedong, con la costituzione di una Repubblica popolare fondata sul marxismo e sul progetto rivoluzionario comunista, le donne erano state mobilitate dallo Stato al fine di partecipare alla vita economica della società, e questo aveva conferito loro un ruolo centrale nelle decisioni interne alla famiglia. La prima legge del nuovo Stato socialista fu la legge sul matrimonio in difesa delle donne.

Nelle campagne le donne si accingevano a svolgere un ruolo centrale nella costruzione delle nuove modalità di produzione collettiva, anche al di fuori dei sistemi familiari entro i quali erano state relegate nell’epoca precedente la rivoluzione. Il modello della donna casalinga tout court fu scoraggiato a tutti i livelli. Prevalente era il modello paritario uomo-donna che tendeva ad annullare le differenze di ruolo, ma anche gli altri segnali di genere, come si vedrà più avanti. In quel periodo il modello vincente era quello della donna militante, resistente, esteticamente non troppo distinta dall’uomo, ovvero quello della contadina, dell’operaia, della scienziata, le “donne d’acciaio”: niente trucco, niente abiti marcatamente femminili, insomma, sobrie ed efficienti.[4] Con l’avvento delle riforme degli anni Ottanta, la figura estetica predominante è diventata nuovamente quella della donna “urbana”, di fatto come nella fase precedente il periodo comunista: ben vestita, ben truccata, attenta al sex-appeal e pronta ad accontentare i gusti estetici e sessuali degli uomini. Parimenti, le comunicazioni in ambito pubblicitario o mediatico hanno lasciato sempre più spazio alla donna-bambola, la cui differenza estetica è marcata sempre più da quella maschile tramite espedienti di mercificazione e commercializzazione del corpo femminile. La donna di città è diventata modello di femminilità stereotipata, anche sotto l’influenza della cultura massificata della globalizzazione che caratterizza le grandi metropoli, modello che viene veicolato anche dai media. Queste nuove interpretazioni dell’identità femminile, le modalità lavorative della Cina “fabbrica del mondo” e le trasformazioni culturali in atto hanno un forte impatto nei rapporti di genere che si vanno costruendo all’interno del nuovo mercato del lavoro.

Oggi possiamo tenere conto di tre ambienti di sviluppo di nuove soggettività femminili: le città, le campagne e il “non luogo” della realtà vissuta dalle donne lavoratrici migranti. La città è diventata il centro di evoluzione nella nuova classe media, il terreno di coltivazione della xiǎokāng shèhuì (小康社会), la società moderatamente prospera su cui lo Stato ha concentrato lo sviluppo negli ultimi decenni. Sotto la spinta della politica del figlio unico, nelle famiglie di città il figlio, maschio o femmina indistintamente, è diventato il centro dell’attenzione dei genitori. L’investimento economico ed educativo familiare sulle bambine e i bambini è sostanzialmente uguale. Le giovani donne in città hanno molte possibilità oggi sia in ambito educativo, sia lavorativo, sia di gestione autonoma nelle scelte di vita. Tuttavia, nel tessuto urbano s’innestano anche dinamiche di rivitalizzazione delle tradizioni familiari e sociali che incidono sulla vita lavorativa delle donne: l’obbligo morale al matrimonio, alla riproduzione, alla cura parentale, in generale ai ruoli tradizionali, colpisce contemporaneamente uomini e donne, ma l’impatto sulla vita delle donne è oggettivamente maggiore di quello esercitato su quella degli uomini.[5] Per l’inserimento nel mondo del lavoro, alle donne è richiesto un titolo di studio sempre più alto, ma al contempo la società richiede che la donna si sposi e faccia dei figli prima dei trent’anni; il matrimonio con un uomo con un titolo di studio inferiore viene poi fortemente scoraggiato. Testimonianze recenti, inoltre, rivelano come il mondo del lavoro urbano richieda alle donne caratteristiche di eleganza e sex appeal, nonché un impegno orario flessibile e difficile da sostenere, data la sempre maggiore richiesta di coinvolgimento nella gestione familiare.

Il modello di donna affascinante, ma non troppo vistosa, istruita, che sa parlare, sa resistere a lunghe ore di lavoro senza mai scomporsi, richiama alla mente il modello di donna virtuosa della tradizione confuciana, esplicitato nei manuali classici di educazione femminile.[6] Oggi, la donna virtuosa è disposta a sottoporsi a minuziosi interventi di chirurgia estetica, non solo per piacere a se stessa o a un partner, ma anche consapevole del fatto che questo può facilitare il suo ingresso nel mondo del lavoro. Questo modello di donna urbana, autonoma, lavoratrice, moglie e madre, piacente e piacevole è molto presente in quella che si definisce “cultura urbana”, e che investe la letteratura, il cinema, i tabloid, insomma, la produzione culturale in generale. Quella cultura che favoriva il modello femminile della donna operaia o contadina, viene oggi considerata retaggio del passato e nell’istante in cui si sono allontanate da quel modello, le donne si sono rivolte sempre più verso l’urbanità. Ma le città oggi sono anche il territorio di coloro che negli ultimi anni si sono trasferiti dalle campagne e hanno costituito quelle zone grigie di vita e di lavoro di intere famiglie che nei recenti fatti di cronaca sono stati classificati come dīduān rénkǒu, 低端人口 (la fascia più infima della popolazione urbana).[7]

Nelle campagne, d’altra parte, il modello positivo della contadina non è più di moda, e la cultura urbana dominante entra nelle case attraverso i canali oggi deputati alla diffusione della cultura di massa in tutto il mondo, ossia televisione e Internet. In Cina gli scambi città-campagna sono veicolati massicciamente dal flusso – sempre in aumento – dei lavoratori che lasciano le campagne per andare a lavorare in città, ma che con i villaggi di origine mantengono un rapporto viscerale. Per chi resta, la campagna offre poco: il lavoro dei campi si regge su un’economia di sussistenza e non porta all’autonomia economica. L’arretramento dello Stato nella funzione del welfare, dalla copertura delle spese sanitarie all’istruzione, mette le famiglie in campagna nelle condizioni di dover designare qualcuno da mandare in città a lavorare per poter rispondere ai bisogni di base. D’altra parte, in città, per soddisfare le nuove esigenze del “benessere” (kāng, 康), la richiesta di manodopera a basso costo è sempre più pressante. Ma ciò che è più drammatico è che nelle campagne il ruolo delle donne viene sempre più riportato all’interno dei modelli tradizionali dove ad essa, più che un ruolo di produzione, veniva assegnato un ruolo di ri-produzione, e dove l’assoggettamento alle figure maschili è un obbligo morale. Fortunatamente in molte aree rurali della Cina sono stati avviati progetti sperimentali di sviluppo basato su associazioni e cooperative, anche su base femminile, che contribuiscono a riportare lo sviluppo economico delle campagne e lo sviluppo dell’autonomia femminile sullo stesso binario.[8]

Generalmente sono le donne in età prematrimoniale a partire per andare a lavorare nelle fabbriche nelle zone di grande sviluppo oppure ad infoltire l’esercito delle dǎgōngmèi (打工妹) nelle città.[9] Quest’ultimo è il termine che si riferisce alle donne che fanno parte della categoria di lavoratori migranti, la “popolazione fluttuante” (liúdòng rénkǒu, 流动人口). Si tratta di un neologismo che si è affermato intorno alla fine degli anni Novanta e denota un nuovo tipo di relazione lavorativa, che si distingue da quella del periodo precedente. È un composto costituito dal verbo dǎgōng (打工), che significa “lavorare per un padrone”, e mèi (妹), ossia “sorellina”. Nella cornice dei rapporti familiari tradizionali, la sorella minore è il componente di rango gerarchicamente inferiore.[10] Letteralmente, dunque, il termine fa riferimento a uno status sociale basso, ma nell’uso corrente, mèi, o i derivati, (mèimei 妹妹, xiǎomèi 小妹) si usano come appellativi che si rivolgono a una giovane donna non sposata. Il termine dǎgōngmèi si riferisce soprattutto alle giovani operaie che lavorano con contratti spesso temporanei nelle grandi fabbriche delle zone economiche speciali (ZES), come Shenzhen, o comunque a grande sviluppo industriale, come Dongguang, Wuyi, Chongqing. [11]

Oltre che nel settore della produzione, le giovani di campagna sono molto richieste nel settore dei servizi: ci sono le commesse nei negozi, le giovani cameriere, o zágōng (杂工), lavoratrici generiche, addette alle pulizie nei ristoranti, nei piccoli e grandi esercizi commerciali; ci sono le giovani insegnanti che offrono lezioni private ai bambini di città, oppure ai figli degli stessi lavoratori migranti che, per problemi di tipo burocratico non vengono accettati nelle scuole; ragazze di bella presenza che danno il benvenuto nei locali, e poi parrucchiere, massaggiatrici, addette ai servizi alla persona che sovente diventano attività liminali alla prostituzione. Ma ci sono anche le donne che puliscono le strade, che vendono i prodotti della campagna sui banchi dei mercati, e anche quelle che, forti di una vita allenata nei lavori agricoli, lavorano nelle costruzioni delle strade e dei palazzi del boom dell’edilizia urbana. E qualche anno dopo, da dǎgōngmèi si diventa āyí (阿姨), “zia”: quella figura, ormai irrinunciabile, della signora che accudisce i bambini, gli anziani, pulisce le case delle donne lavoratrici delle grandi città. Questa categoria di lavoratrici giovani costituisce un importante soggetto sociale, ricco di stimoli culturali, ma anche di contraddizioni ed eterogeneo al suo interno.

Oggi le dǎgōngmèi ricoprono un ruolo importante che è quello, forse meno visibile, di fare da tramite nella comunicazione città-campagna contribuendo così a diffondere nelle campagne la cultura urbana. La cultura urbana acquista così sempre più prestigio, anche all’interno di contesti rurali che si spopolano, impoveriti e soprattutto spogliati del valore soggettivo di cui erano stati investiti negli anni della rivoluzione. Il risultato è che il lavoro agricolo viene lasciato agli anziani, che restano per curare pezzi di terra sempre più piccoli e i figli delle giovani generazioni che lavorano nelle città in condizioni sempre più difficili e meno tutelate. Le dǎgōngmèi sono donne che, pur presentando sovente condizioni di partenza di forte svantaggio, grazie a tenacia, determinazione e capacità individuale riescono ad esprimere delle soggettività forti. L’emigrazione dalle campagne è vista dalle donne non solo come una corsa all’oro, ma come una possibilità di reinvenzione di sé, di crescita personale, di affermazione di una propria identità.

[1]  Xinhua, Zhōngguó gòngchǎndǎng dì shíjiǔ jiè zhōngyāng wěiyuánhuì wěiyuán míngdān (Elenco dei membri del 19° Comitato centrale del Partito comunista cinese), 24 ottobre 2017, disponibile all’Url http://www.xinhuanet.com/politics/19cpcnc/2017-10/24/c_1121846551.htm (link in cinese).

[2] The World Bank, Labor Force, Female (% of Total Labor Force), China, 2017, disponibile all’Url https://data.worldbank.org/indicator/SL.TLF.TOTL.FE.ZS?locations=CN. Si veda anche:
International Labor Office, Women at work – Trends 2016, 2016, disponibile all’Url http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—dgreports/—dcomm/—publ/documents/publication/wcms_457317.pdf.

[3]  The World Bank, Employment to Population ratio, 15 +, female (%), (modeled ILO estimate), 2017, disponibile all’Url https://data.worldbank.org/indicator/SL.EMP.TOTL.SP.FE.ZS?locations=CN-US-GB-JP-IN.

[4] Tani Barlow, The question of women in Chinese feminism (Durham: Duke University Press, 2004), 351.

[5] Leta Hong Fincher, Leftover women: the resurgence of gender inequality in China (London: Zed Books, 2014).

[6] Il più antico libro scritto in epoca Han da una donna, Ban Zhao (tra il I e il II sec. d.C.), Precetti per le donne, pubblicato anche in Italia da Einaudi, o il Guīfàn, le “Regole del gineceo”, scritto durante la dinastia Ming da Lü Kun (1536-1618), finanche ai più recenti manuali di educazione delle fanciulle scritti nei primi anni del Novecento, predicavano una morale femminile di buon comportamento delle donne, che dovevano rimanere nelle case ed escluse dalle attività lavorative fuori dalle mura domestiche.

[7] Il termine si riferisce agli abitanti dei villaggi nati intorno a Pechino, gli “invisibili”, gli “indesiderati”, gli “ultimi” della scala sociale, che nel novembre del 2017 sono stati ricacciati verso le loro residenze rurali di origine.

[8] Tamara Jacka e Sally Sargeson (a cura di), Women, gender and rural development in China (Cheltenham: Edward Elgar Publishing, 2012).

[9] Leslie Chan, Operaie, (Milano: Adelphi, 2010).

[10] Nella famiglia moderna l’ordine gerarchico è un po’ diverso da quello della famiglia tradizionale: colui che sta più in alto è il fratello maggiore gē 哥, seguito dalla sorella maggiore jiě 姐, poi il fratello minore dì 弟, da ultima, la sorella minore mèi 妹. Si veda Liu Zhengzheng, Liúdòng fùnǚ de nánnǚ píngděng jiàzhíguān yánjiūjīyú dì sān qí Zhōngguó fùnǚ shèhuì dìwèi tiáo chá shùjù de fēnxī (Studio sulle opinioni di donne appartenenti alla popolazione fluttuante in merito alla parità di genere – Analisi basata sui dati del terzo sondaggio sullo status sociale delle donne cinesi), Fùnǚ yánjiū lùn cóng (Saggi di studi sulle donne) (Pechino: Zhōngguó fùnǚ yánjiū huì, 2017), 6.

[11] Si vedano: Pun Ngai, Cina, la società armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli operai migranti (Milano: Jaca Book, 2012); Pun Ngai, Jenny Chan e Mark Selden, Morire per un iPhone. La Apple, la Foxconn e la lotta degli operai cinesi (Milano: Jaca Book, 2015).

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