Cinesi d’Italia, minoranza modello?

Durante un’estate segnata da roventi polemiche attorno al tema della recrudescenza del razzismo in Italia, con 56 aggressioni fisiche di sospetta matrice razzista (14 sparatorie) in soli cento giorni dall’insediamento del nuovo governo, diversi articoli pubblicati sul quotidiano Libero, tipicamente orientato su posizioni vicine alla politica di centrodestra, hanno evocato l’immagine dei cinesi in Italia come “l’unica integrazione riuscita”. A fine agosto, il tema guadagnerà addirittura la prima pagina, con un lungo articolo che propone i cinesi come modello d’integrazione riuscita, e questo successo spiegherebbe “perché contro i cinesi non c’è intolleranza”. L’intento sembra infatti essere quello di porre in contrasto l’esemplare laboriosità e scarsa pericolosità sociale dei cinesi con la presunta indolenza e propensione all’illegalità di immigrati di altra provenienza, legittimando dunque l’intolleranza come comprensibile reazione di insofferenza nei confronti di immigrati meno laboriosi e mansueti.

Per il direttore di Libero, Vittorio Feltri, questa linea argomentativa non è nuova. Già nel 2015, in un articolo per Il Giornale, Feltri commentava l’espansione dei cinesi nella ristorazione e nel piccolo commercio nella città di Bergamo con la seguente riflessione: “I cinesi sono silenziosi, non delinquono, non si «allargano», insomma non si fanno notare se non come uomini e donne disposti a lavorare indefessamente. Cosicché si sono mescolati con i bergamaschi con i quali hanno delle caratteristiche in comune: sgobbano evitando di lagnarsi. […] I cinesi sono di forte temperamento, non hanno tutele sindacali, badano al sodo. I loro locali fanno fortuna perché efficienti e amministrati con giudizio: sono la prova che la crisi si combatte e si vince con i sacrifici, la tenacia, la voglia di sfondare. I clienti se ne rendono conto, apprezzano la disponibilità e la cortesia dei gestori e non hanno più nemmeno l’ombra della iniziale diffidenza nei confronti dei «diversi» alla cassa o dietro il bancone di vendita o di mescita, persone civili e di buona creanza. Risultato: una perfetta integrazione fra orobici e cinesi, avvenuta grazie a una convivenza che non ha registrato resistenze degli ospiti sul piano dei costumi, delle abitudini. Soprattutto non si sono segnalati episodi di razzismo o analoghi sentimenti di ostilità. Viene spontaneo pensare che la xenofobia di cui si ciancia sui giornali e in tivù non esista nei confronti di chi, come i cinesi, si comporti correttamente. L’intolleranza, viceversa, scatta automaticamente verso coloro che rubano, spacciano droga, campano di espedienti e costituiscono una minaccia per la comunità”. Tornerà sull’argomento nel 2016, su Libero, in un commento all’acquisto delle due squadre di calcio meneghine da parte di investitori cinesi: “Milano […] è piena di persone con gli occhi a mandorla e nessuno si sogna di avere nei loro confronti atteggiamenti di intolleranza. Lavorano più di noi, si danno da fare in ogni settore, pagano sull’unghia ciò che acquistano e godono del rispetto generale. Insomma, sono brava gente, in linea di massima”.

All’inizio di settembre, la polemica sul razzismo conosce un nuovo acme quando l’Alto commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet annuncia l’intenzione di inviare personale in Italia e Austria per investigare l’aumento degli atti di violenza razzista nei due paesi. Il 10 settembre, nel corso di uno speciale dedicato al razzismo in Italia dalla trasmissione l’Aria che tira (La7), Feltri enuncia con chiarezza il suo punto di vista: “in Italia c’è una comunità molto importante e massiccia di cinesi, che non sono esattamente identici a quelli di Campobasso, no? Anche fisicamente. Eppure, non si è mai registrato un atto di razzismo, di intolleranza nei confronti dei cinesi. Ci sarà un motivo. Il motivo è che i cinesi vengono qua, lavorano come matti, producono, non sono un peso per la società italiana, non si fanno mantenere, ma hanno le risorse e soprattutto le energie per mantenersi da soli. Questo è il vero motivo. Ma quando l’Italia si riempie di nullafacenti, gente senz’arte né parte che gironzola senza avere un obiettivo neanche di tipo lavorativo, è ovvio che si creano delle tensioni, e quindi poi si spaccia per razzismo una semplice rottura di scatole molto diffusa. Questa è l’analisi sociologica da fare. Altrimenti noi ci laviamo subito la bocca con il termine «razzismo» e chiudiamo ogni discorso, mentre non comprendiamo le ragioni che inducono molta gente a essere intollerante”.

Libero e Il Giornale sono quotidiani di riferimento per l’elettorato di centrodestra nel nostro paese, e tendono a esibire una certa disinvolta indifferenza nei confronti del “politicamente corretto”: negli editoriali, in molti articoli, perfino nelle vignette non si va per il sottile quando si parla dell’“altro”. Anche negli articoli citati ricorrono espressioni che rimarcano inutilmente la differenza somatica dei cinesi (“occhi a mandorla”, “individui con la pigmentazione gialla”) e si sciorinano come dati di fatto comportamenti, attitudini, visioni del mondo attribuite ai cinesi senza preoccuparsi di fornire riscontri fattuali, affidandosi preferibilmente a considerazioni di senso comune. Qualche esempio? Nell’articolo di Costanza Cavalli dedicato alla “Chinatown di Paolo Sarpi”, si legge che “i cinesi non fanno mai vedere niente, cucinano di là, cuciono le borse in cantina, pure il caffè riescono a servirtelo di nascosto (e fa schifo, sembra fatto con una moka del ’67)”. Questo in un quartiere dove l’ultimo laboratorio di pelletteria ha chiuso i battenti oltre quindici anni fa e dove i cinesi sono titolari di bar frequentati in prevalenza dai residenti locali, che al 90% sono cittadini italiani: piuttosto improbabile che si accontentino di un caffè di bassa qualità.

Ma queste sono inezie in confronto alle perle di giornalismo gioiosamente irresponsabile di cui è ricco il lungo articolo che Azzurra Noemi Barbuto dedica al cinese “immigrato perfetto”, perché “si fa i fatti suoi, sgobba e non rompe le scatole”. L’immigrato cinese, infatti, “non viene in Italia con la pretesa di essere mantenuto, bensì con il proposito di faticare; non si aspetta di ricevere una sistemazione in albergo nonché vitto ed alloggio, ma si accontenta di una brandina a sue spese; non ci impone i suoi costumi e rispetta i nostri; non mira a convertirci all’ateismo o al buddhismo o al taoismo; non violenta le fanciulle, non si balocca dalla mattina alla sera sulle panchine, non distrugge i nostri simboli sacri, non strappa il crocifisso dalle aule scolastiche, non bighellona per le strade, non ruba, non impoverisce le casse del nostro sistema previdenziale sfruttando a suo piacimento le leggi di welfare, non si lamenta se non ha il wi-fi gratuito”. Questo perché, sostiene Barbuto, “secoli di collettivismo hanno temprato i musi gialli, educandoli al sacrificio e all’operosità, abituandoli al rispetto delle regole e del prossimo, inteso come ingranaggio di un organismo unico di cui ognuno fa parte”. Libero è forse l’unico quotidiano a tiratura nazionale in Europa che possa permettersi l’uso di dispregiativi “francamente razzisti” di questo calibro senza temere censure o denunce da parte di authority nazionali preposte alla tutela delle minoranze (inesistenti) o organismi di sorveglianza contro la xenofobia nei media (inerti o inefficaci).

Al di là delle coloriture polemiche di una conversazione nazionale sul razzismo necessaria da tempo, ad essere particolarmente interessanti in questa narrazione sono tre aspetti che pertengono, rispettivamente al modo in cui sta cambiando la rappresentazione mediatica dei cinesi d’Italia; alla declinazione italiana di un’etichetta – quella di model minority – che ha antecedenti importanti nel contesto occidentale dove la diaspora cinese è radicata da più tempo, gli Stati Uniti d’America; infine, alla perdurante dissonanza che caratterizza il modo in cui cittadini della società d’arrivo e cittadini migranti concepiscono e vivono la realtà della propria reciproca interazione e “integrazione”.

Non vi è dubbio che nei mass media italiani – e forse anche nell’opinione pubblica che contribuiscono a formare – sia in atto un mutamento di prospettiva nel modo in cui si descrive l’immigrazione cinese. Un po’ per il ruolo sempre più importante della Cina nel mondo, un po’ per il fatto che i cinesi d’Italia sono sempre meno facilmente riducibili allo stereotipo della comunità migrante “incapsulata”, chiusa e non assimilabile, tutta sfruttamento e illegalità. Dopo vent’anni di cattiva stampa, in cui a dominare l’immaginario degli italiani era la misteriosa e inafferrabile mafia cinese che schiavizzava lavoratori succubi di imprenditori refrattari al fisco e alle normative sul lavoro, oggi, almeno nelle maggiori città, è ineludibile l’incontro pressoché quotidiano con esercenti cinesi che offrono beni e servizi di ogni tipo a persone di ogni genere, con discreta efficienza e spesso in buon italiano. In questo senso, le parole di Feltri colgono nel segno. Tuttavia, questo non basta a porre la maggior parte dei cinesi che vivono in questo paese al riparo dalle forme di discriminazione trasversali un po’ a tutti gli immigrati: nell’accesso al mercato immobiliare, che riserva loro solo un certo tipo di immobili in un certo tipo di quartieri (in particolare se si parla di locazioni); nell’accesso al mercato del lavoro, che risente ancora molto dell’etnicizzazione di certi mestieri e tende ancora molto ad attribuire soverchia importanza alla “variabile somatica” (per alcune occupazioni avere la faccia cinese “funziona”, per altre no); nell’accesso ai servizi pubblici, dove ancora si fatica molto a superare barriere linguistico-culturali che, almeno per una parte rilevante dell’immigrazione cinese di prima generazione, potrebbero durare per tutta la vita. Ma è anche vero che il successo nell’inserimento economico e sociale può essere (e di fatto spesso è) fonte di una diffusa invida sociale, mentre le accuse di evasione fiscale, concorrenza sleale, cattiva qualità di beni e servizi non si sono mai sopite per davvero. I cinesi continuano a essere oggetto di discriminazione per il loro aspetto, per la loro origine nazionale, per i loro veri o presunti usi e costumi, per la difficoltà che incontrano nell’imparare l’italiano e nell’imparare come “funziona” la società in cui vivono: un po’ come tutti gli altri immigrati in Italia.

Il concetto di “minoranza modello” è stato inizialmente proposto negli Stati Uniti per descrivere la realtà dei nippo-americani negli anni Sessanta, ma è soprattutto a partire dagli anni Ottanta che si afferma come tipico cliché nella rappresentazione dei cittadini statunitensi di origine asiatica, e soprattutto cinese. Ad avvalorare la tesi della minoranza di successo, bene inserita nella classe media, con un’etica del lavoro ferrea, solidi valori famigliari, e una marcata propensione ad assicurare mobilità sociale verso l’alto a ciascuna sua nuova generazione, è soprattutto l’esperienza dell’immigrazione cinese proveniente da Taiwan. Un elemento chiave di questa immigrazione è infatti il ruolo che vi hanno giocato politiche d’immigrazione selettive, con misure pensate per riservare l’opportunità di stabilirsi negli USA a persone con profili di competenza elevati. A partire dall’Immigration and Nationality Act del 1965, che attrasse un gran numero di giovani studenti di scienze applicate ed ingegneria originari di Taiwan e Hong Kong, un numero crescente di persone con un alto livello di qualificazione completò la propria formazione negli Stati Uniti o si inserì in qualità di quadro intermedio in aziende che avevano necessità di specifiche competenze, grazie ai visti H-1B riservati alle risorse umane qualificate. Genitori con lauree specialistiche e dottorati di ricerca, affermatisi in America grazie al proprio talento e alla propria determinazione, non poterono essere altro che “mamme tigre” e “padri drago” per i propri figli, spingendoli a eccellere a scuola, aprendo loro la strada alle cattedrali dell’istruzione superiore, le università dell’Ivy League. La seconda generazione asiatico-americana si rivelò una fucina di medici, avvocati, ingegneri, scienziati e banchieri d’investimento: “più bianchi dei bianchi” scrisse il settimanale Newsweek in un articolo del 1971. Era nata una nuova élite, lontana anni luce dalle umili lavanderie cinesi delle Chinatown di San Francisco e di New York.

Nel corso degli anni Novanta e Duemila, quest’immagine andò rafforzandosi ulteriormente, man mano che sempre più studenti venivano “paracadutati” (non a caso erano chiamati parachute children) negli Stati Uniti dalle proprie famiglie rimaste in Cina, a Taiwan o a Hong Kong, infoltendo i ranghi delle migliori università. Americani di origine cinese cominciarono ora a essere presenti e influenti anche nella politica, nello spettacolo, nello sport. Ma, parallelamente, riprese anche l’immigrazione di lavoratori cinesi con bassi livelli di qualificazione: immigrati irregolari, che ripartivano da zero nelle cucine e negli sweatshop delle Chinatown. Il loro sogno americano partiva da molti gradini più in basso, ma si nutriva delle medesime ambizioni, ed era condizionato dai medesimi stereotipi. Tanto che per i loro figli, cresciuti in quartieri-ghetto, ma spinti ad ogni costo al salto di qualità attraverso l’istruzione superiore, l’immagine della “minoranza modello” finiva spesso per trasformarsi in una prigione dalla quale si cercava in tutti i modi di evadere, come racconta Eddie Huang, oggi affermato chef e stilista hip-hop, nel suo celebre romanzo/memoriale Fresh Off the Boat. Fin dagli anni Settanta fu chiaro a diversi intellettuali e attivisti sino-americani, come Frank Chin e Peter Kwong, che quella della “minoranza modello” era un’invenzione della maggioranza dominante, il tentativo di costruirsi a tavolino un “immigrato perfetto”: laborioso, culturalmente ghettizzato nella sua esotica identità asiatica, socialmente innocuo, politicamente sottomesso, lodato paternalisticamente per i suoi progressi, ma pur sempre vincolato ai parametri e ai ruoli che l’America bianca avrebbe stabilito per lui.

Ed ecco la dissonanza e l’ipocrisia di fondo di tutte queste rappresentazioni dell’immigrazione costruite aprioristicamente da persone che fanno parte della maggioranza non-migrante. L’idea, cioè, che la persona che lascia il proprio paese di nascita per trasferirsi “a casa nostra” sia in qualche modo anche lei “roba nostra”: non un soggetto, ma piuttosto un oggetto dei nostri bisogni, delle nostre necessità, dei nostri desideri. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, sarebbero 244 milioni le persone migrate dal paese di nascita verso un altro paese, il mero 3,3% della popolazione mondiale. Emigrare, trasferirsi in un paese diverso da quello in cui si è nati, non è né un’esperienza facile, né frequente, né diffusa. Vista nella prospettiva di quello che Abdelmalek Sayad chiamava “il pensiero di Stato”, è piuttosto un’esperienza potenzialmente sovversiva, perché sfida alcuni impliciti fondamentali dello Stato-nazione. Lo Stato nazionale infatti, deve delimitarsi per definirsi. Deve discriminare, tracciare una linea tra “noi” (cittadini) e gli “altri” (stranieri). Questi ultimi dunque “esistono” per lo Stato ospitante solo a livello materiale e strumentale. Da questa visione è esclusa del tutto l’epica umana della migrazione, la propria reinvenzione come persona, il lento processo di maturazione di una nuova consapevolezza, di nuove appartenenze, di nuove identità.

Se l’integrazione si riduce a “farsi i fatti propri, sgobbare e non rompere le scatole”, fondamentalmente significa che con l’immigrato come persona e come soggetto si desidera avere a che fare il meno possibile. Suoi sono tutti gli oneri e tutte le fatiche dell’immigrazione; nostro, preferibilmente, il maggior vantaggio che è possibile trarre dalla sua condizione subordinata e produttiva. La storia dell’immigrazione cinese (e non) in altri paesi ci insegna che questa prospettiva tendenzialmente non ha futuro, si infrange al volgere delle generazioni, man mano che una minoranza si radica e ridefinisce il proprio accomodamento nella società di cui ormai è parte integrante. Ogni migrante non può che definire la propria integrazione nel contesto in cui si inserisce a modo proprio. Per dare un senso ai tanti sacrifici che ci si è assunti, ai rischi incorsi, alle promesse fatte, si deve poter credere al valore delle proprie scelte. Al maturare di una nuova generazione nata in emigrazione, questo valore tende a crescere, orienta i percorsi di vita dei propri discendenti, ne plasma le aspirazioni, ne stabilisce l’identità. Questo è necessariamente un cammino comune, che sarebbe saggio e opportuno costruire insieme. Senza sudditanze indebite, che avviliscono chi le subisce e degradano chi le impone.

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