La notte birmana: pandemia e tentazioni autoritarie in Myanmar

Human Security n. 16

Il 1° febbraio 2021 i generali del Myanmar hanno messo fine all’esperimento di democrazia “disciplinata”, a cui loro stessi avevano dato inizio appena dieci anni prima, realizzando un ossimoro politico: un colpo di stato militare quasi “a norma di legge”. Nonostante la Costituzione del 2008 tuteli le prerogative dei militari, la brusca presa di potere da parte dell’esercito birmano ha colto molti osservatori di sorpresa. Se si prendono in esame solo gli ultimi dieci anni, infatti, gli eventi del 1° febbraio sembrano avere caratteri quasi paradossali. Tuttavia, come osserva Stefano Ruzza – autore del primo articolo di questo numero di Human Security e docente di Scienza Politica e di Peace and Conflict Studies presso l’Università degli Studi di Torino – il golpe appare più intellegibile se valutato in relazione al più ampio progetto che i generali birmani avevano già avviato prima della (parziale) liberalizzazione politica e, soprattutto, se si osserva ciò che i militari hanno fatto o annunciato una volta tornati al governo.

La complessità delle dinamiche politiche in Myanmar, però, non si esaurisce nel ruolo e nelle azioni della giunta militare: come spiega nell’articolo seguente David Brenner – docente di Global Insecurities presso la University of Sussex – a partire dal colpo di stato i movimenti ribelli etnonazionali sono tornati al centro della politica del Myanmar. Prendendo in esame il sostegno delle organizzazioni etniche armate Karen e Kachin alla resistenza popolare anti-golpe, Brenner evidenzia come il loro atteggiamento strategico e le loro decisioni siano influenzate dalle diverse relazioni verticali che intercorrono tra leader e basi sociali. A differenza delle ribellioni Karen e Kachin discusse da Brenner, nello Stato Rakhine l’Arakan Army ha mantenuto una certa ambiguità strategica mentre la società civile locale sembra non si sia esposta molto sul deterioramento della situazione politica nel resto del paese. Tra luglio e agosto, l’Arakan Humanitarian Coordination Team (AHCT) ha condotto una serie di interviste – qui riassunte da Lorraine Charbonnier, Research Fellow di T.wai – per meglio comprendere le reazioni del popolo Rakhine agli eventi recenti. Come si evince dalle parole degli intervistati, le ragioni alla base del relativo silenzio dei Rakhine sono anch’esse complesse e derivano da una lunga storia di discriminazione ed emarginazione e dalle aspirazioni politiche del popolo Rakhine e dell’Arakan Army.

C’è poi una dimensione numinosa e oscura delle vicende politiche del Myanmar, un “brodo di coltura” che Massimo Morello – giornalista professionista e indipendente – delinea nel suo articolo per Human Security rifacendosi all’idea di psicomagia di Alessandro Jodorowsky e descrivendo i modi in cui il fondamentalismo buddista, amplificato dalla pratica delle arti esoteriche, si coniuga con l’etnocrazia birmana e le violente repressioni dei militari. Ma non basta: alla psicomagia birmana di cui parla Morello si aggiungono interessi ben più terreni che spostano il focus di questo numero di Human Security sul commercio e la proliferazione di armi leggere in Myanmar a partire dal ritrovamento di un bossolo calibro 12 marcato “Cheddite” – la ditta italo-francese produttrice di munizioni ed esplosivi con base a Livorno – impiegata dai militari birmani durante una delle numerose proteste che hanno incendiato le strade di Yangon dopo il golpe. I primi a interrogarsi su come ci sia finito quel bossolo in Myanmar sono Alessandro De Pascale ed Emanuele Giordana – entrambi giornalisti e collaboratori de il manifesto – che nel loro articolo ricostruiscono il percorso seguito dalle munizioni dell’azienda livornese per giungere prima nelle mani dei militari birmani e poi nell’ordine del giorno della Farnesina e dei parlamentari italiani. Segue un articolo di Francesco Buscemi – ricercatore presso l’Emerging Research in International Security (ERIS) Research Group della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa e Research Fellow di T.wai – che approfondisce le dinamiche di proliferazione e acquisizione di armi da parte dei movimenti ribelli politico-armati nei territori del confine del Myanmar.

Questo numero di Human Security dedicato al Myanmar si chiude con un approfondimento sulla situazione sanitaria nelle zone periferiche del paese. Il primo articolo ad affrontare il tema – redatto a partire dai report settimanali dell’AHCT – si concentra sull’impatto socio-economico delle misure anti-COVID-19 nello Stato Rakhine e sulle sfide che le organizzazioni umanitarie si trovano a dover affrontare per poter operare in un contesto di “crisi nella crisi”. Tra queste, c’è anche la torinese MedAcross, che dal 2016 è impegnata in un progetto medico e umanitario nell’estremo sud del Myanmar e che racconta a Human Security gli sforzi fatti per continuare a rispondere alle necessità sanitarie della popolazione più povera del distretto di Kawthaung.

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