[ThinkINChina] Cina-Stati Uniti: nemici immaginari

ThinkINChina è un’“open academic-café community” attiva a Pechino, luogo di dibattito tra giovani ricercatori e professionisti di varia provenienza impegnati nello studio della Cina contemporanea.

 

In questi giorni a Pechino sembra esistere solo la politica. Cinesi e stranieri discutono incessantemente, tra università ed ambasciate, della transizione al potere in corso in Cina e negli Stati Uniti. Come ha sottolineato Xie Tao (Centro di studi sull’America, Beijing Foreign Studies University) al pubblico di ThinkINChina, la sincronia di questa transizione ai vertici delle due grandi potenze aggiunge ulteriore enfasi alle analisi degli osservatori. Ci si domanda non solo chi comanderà a Washington e a Pechino, ma come le nuove leadership interagiranno tra loro: il ri-orientamento americano verso l’Asia-pacifico e la crescente assertività cinese nelle dispute territoriali con i paesi limitrofi, attribuiscono una nuova urgenza a questi interrogativi.

Secondo Xie Tao le sfide che la quinta generazione di leader cinesi dovrà affrontare sono infatti potenzialmente esplosive: all’interno del paese il rallentamento dell’economia associato al crescente malcontento della popolazione – alimentato dalla frizione tra l’allarmante diseguaglianza sociale e la rampante corruzione del sistema pubblico – rischia di minare le basi di consenso di cui ha goduto fino ad oggi il Partito comunista cinese (Pcc); in politica estera la tensione con il Giappone rischia di compromettere l’immagine rassicurante dello “sviluppo pacifico” (和平发展, heping fazhan) in un momento in cui la stessa posizione cinese in Africa, America Latina e Medioriente, sempre più difficile da sostenere di fronte alla comunità internazionale, necessita di una profonda revisione.

Il XVIII Congresso del Pcc si apre peraltro tra tensioni senza precedenti nella storia del Partito: lo scandalo di Bo Xilai, e le rivelazioni di Bloomberg e del New York Times sulle ricchezze familiari di Xi Jinping e di Wen Jiabao, mettono a repentaglio i fragili equilibri all’interno del sistema di potere cinese.

Il clima elettorale negli Stati Uniti ha gettato benzina sul fuoco. Mentre il duello tra i candidati alla presidenza ha portato ancora una volta alla ribalta la retorica anticinese, il Congresso si impegna in una dura lotta contro il gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei in nome della sicurezza nazionale.

Il quadro sembra poco confortante, ma Xie Tao resta convinto che si tratti solo di una congiuntura e che, una volta maturata la transizione al vertice del Partito, i rapporti con Washington torneranno a svolgersi in sostanziale continuità con il passato. Il processo di selezione delle massime cariche del Partito, secondo Xie, è ormai altamente istituzionalizzato e tende sempre a favorire coloro che si conformano al mainstream. Nessuno all’interno del Pcc ha più un prestigio tale da imprimere un drastico cambiamento alla linea politica come quello realizzato da Deng Xiaoping con la ‘riforma e apertura’ della fine degli anni ’70 del secolo scorso. Il caso di Bo Xilai non ha fatto altro che dimostrare che non c’è più spazio per l’anticonformismo e per lo spirito rivoluzionario, neanche se promossi da un “Principe rosso” del calibro di Bo. La sempre più profonda integrazione dell’economia cinese nel sistema internazionale sembra peraltro irreversibile, un fenomeno che oltre a rafforzare lo status e il benessere del paese lo ha progressivamente reso funzionale agli interessi economici dell’Occidente, Stati Uniti inclusi.

Ciò non toglie che la nuova leadership al potere a Pechino potrebbe lasciarsi tentare dal ricorso a richiami nazionalisti, come mostrano le recenti proteste antigiapponesi, per distogliere l’attenzione della popolazione dalla deludente performance economica, sulla quale il Partito fonda buona parte della sua legittimità. In questo caso i falchi del Pcc assumerebbero una maggiore rilevanza e l’atteggiamento nei confronti degli Usa diventerebbe sicuramente più assertivo. È più probabile tuttavia che un simile scenario si realizzi solo nel caso di un’azione americana percepita dalla popolazione come volutamente provocatoria nei confronti del paese.

Una situazione del tutto diversa si avrebbe, invece, se il paese riuscisse a intraprendere un cammino di progressiva democratizzazione del sistema politico che rendesse la composizione della leadership e le sue disposizioni meno arbitrarie e più soggette alla volontà popolare. In questo caso il governo non avrebbe bisogno di fare leva sul nazionalismo per giustificare la propria legittimità e allo stesso tempo la maggiore compatibilità istituzionale con gli Stati Uniti accrescerebbe la fiducia reciproca.

L’esito delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti dovrebbe in ogni caso portare benefici ai rapporti sino-americani. Xie ritiene che la vittoria del presidente in carica Barack Obama garantirà un miglioramento delle relazioni tra Washington e Pechino. I presidenti americani rieletti per un secondo mandato tendono in genere a ricalibrare la loro “China policy”, ammorbidendo le posizioni più rigide che hanno mantenuto nel corso del primo mandato, ed è probabile che Obama faccia lo stesso.

Xie Tao si pone dunque sulla stessa scia di altri eminenti studiosi cinesi e americani nel sottolineare la necessità strutturale di un dialogo e una cooperazione costruttiva tra la prima e la seconda potenza economica al mondo. Stati Uniti e Cina sono solo “nemici immaginari”, conclude Xie Tao: “Il vero ostacolo per la Cina non sono gli Stati Uniti, ma la Cina stessa”.

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