[LA RECENSIONE] Le mie nove vite: da Mandalay a Firenze. L’autobiografia dell’ultima principessa birmana

Le mie nove vite

June Rose Yadana Bellamy, Le mie nove vite: da Mandalay a Firenze. L’autobiografia dell’ultima principessa birmana, Torino: Add editore, 2021.

Forse la vita è davvero un film. Per qualcuno noiosa, per altri tragica, oppure comica. Per i pochi fortunati è talmente movimentata da moltiplicarsi in dieci, cento, mille vite, tanti ciak diversi sul palcoscenico del mondo. June Rose Yadana Bellamy (nome reale Yadana Nat Mei, che significa “Dea dei nove gioielli”) è tra questi, e leggere la sua autobiografia – scritta magistralmente con Francesco Moscatelli, giornalista de La Stampa – è come assistere a uno spettacolo cinematografico. Yadana nasce in Birmania nel 1932, all’interno della dinastia reale birmana Konbaung, e muore a Firenze nel 2020. Tra queste date, va in scena una trama che è tanto incredibile quanto affascinante, a cavallo tra modernità e tradizione, tra Oriente e Occidente, mentre sul set si succedono grandi attori del XX secolo e comparse di ogni tipo, che rendono il film – pardon, il libro – un’opera con una protagonista assoluta ma allo stesso tempo corale, a partire dalle figure degli antenati. Il bisnonno di Yadana, il Principe Kanaung, è il fratello e il braccio destro di Re Mindon, designato come futuro sovrano ma ucciso da due nipoti invidiosi. Suo figlio Limbin, nato nel 1858 a Mandalay, viene adottato dal Re fino alla morte di quest’ultimo. Per sfuggire alle truculente faide di corte degne di un dramma shakespeariano che porteranno al potere il Principe Thibaw, suo cugino, figlio di Mindon e di un’altra delle sue innumerevoli consorti, Limbin fugge a Rangoon. Riceve un’educazione British – nella Rangoon coloniale, dove “nell’aria aleggiava una sinfonia unica, composta da una gamma di rumori nuovi, forse provocati dall’azione di qualche macchinario moderno, e poi suoni e accenti più atavici e tradizionali: i fischi alti e perforanti delle navi a vapore che attraccavano al molo, davanti all’hotel Strand, la musica jazz che si poteva ascoltare nei club europei alla moda…” (p. 24) – e sposa una principessa della minoranza etnica Shan, con la benedizione della regina Vittoria, che “celebrò il sacro principio del divide et impera, che la sovrana fu sempre attenta a praticare nel governo coloniale” (p. 29). Successivamente marginalizzato e imprigionato dagli inglesi per il suo ingombrante lignaggio, riesce a scappare e, “accettando l’invito di alcuni principi shan”, dà vita alla “confederazione Limbin”, ultima resistenza all’Impero di Sua maestà. Ma nel marzo del 1887, tradito dagli stessi principi – “furono l’unico gruppo etnico a svendersi pur di mantenere il titolo regale di saopha, “signore dei cieli”, riconoscimento che fu negato ai capi delle altre minoranze” (p. 31) – viene firmato un trattato di pace che di fatto completa l’annessione britannica della Birmania, e Limbin è spedito in esilio a Calcutta, dove nascerà sua figlia Ma Latt, la madre di Yadana. La famiglia torna a Rangoon solo nel 1922, dove Ma Latt – che in India aveva pure fatto amicizia nientedimeno che con Guglielmo II di Prussia – incontra un avventuriero australiano, Herbert Bellamy, che sposerà e diventerà padre della nostra protagonista.

Le storie si fanno Storia, e sullo sfondo l’Impero britannico si presenta come fonte di grandi opportunità: anche un ex minatore come Herbert può lasciare il deserto e dedicarsi al business dei cavalli, fondando una società a Singapore, e viaggiando tra Ascot, Longchamp, Bombay, Calcutta e Batavia (l’attuale Giacarta), finendo a Rangoon grazie al suggerimento di un passeggero conosciuto sulla nave durante uno dei suoi viaggi transoceanici. Insomma, il viaggio, la valigia, le porte che si chiudono dischiudendone altre erano evidentemente nel DNA di Yadana. E, dopo questo maestoso prologo che già incolla lo spettatore (pardon, il lettore) alla sedia, inizia il film vero e proprio. Yadana cresce a Maymo e Yangon, sopravvive – letteralmente – alle bombe dei giapponesi che invadono la Birmania nella Seconda guerra mondiale, ripara in India, torna in patria, sposa un funzionario napoletano dell’Organizzazione mondiale della Sanità, ne negozia la liberazione dopo il rapimento da parte dei guerriglieri, lo accompagna in Siria, nelle Filippine e a Ginevra, mette al mondo due figli, abbandona tutto per la Toscana del suo nuovo amore, entra nel mondo dell’arte ed espone in prestigiose gallerie internazionali, è sposa (per poco tempo) del generale Ne Win, il dittatore birmano che prende il potere nel 1962, torna a Firenze e apre una scuola di cucina. Così, nel ricco – e bellissimo – apparato iconografico, soprattutto in bianco e nero, le case coloniali si mischiano al Rotary Club, gli abiti tradizionali a quelli occidentali, la giungla alle auto inglesi, il volo Pan-American agli yacht, le minoranze Shan al jet-set degli anni Sessanta, un servizio per la rivista americana Life a un articolo su La Stampa. Quando le luci si spengono (pardon, quando il lettore gira l’ultima pagina) rimane non solo il gusto del divertimento per lo spettacolo, ma anche una considerazione più profonda. Nell’abbraccio della modernità, facendo al contempo tesoro della ricca tradizione di famiglia, a Yadana è riuscito quel che non è successo alla Birmania, ora Myanmar, un Paese che sembra incapace di guardare al futuro con visione e coraggio, invischiato in guerre fratricide infinite e oppresso da una casta militare ossessionata dalla grandezza passata di una nazione che non è mai stata veramente tale se non nelle aree di giurisdizione della casa reale. E la scelta di Ne Win di sposarla, un chiaro esercizio di legittimazione politica, dimostra quanto la casa reale abbia rappresentato un simbolo fondamentale per la tenuta del Paese. Yadana ha vissuto una vita rocambolesca, e questa storia meritava di essere raccontata perché, in fondo, il libro costa poco di più di un biglietto per il cinema, ma – con la sua trascinante carica visiva – è meglio di un film, o di tante serie TV che spopolano nell’etere.

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