[LA RECENSIONE] Il Giappone nel sistema internazionale. Asia orientale e sud-orientale nella politica estera giapponese dal 1945 all’era Abe

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Marco Zappa, Il Giappone nel sistema internazionale. Asia orientale e sud-orientale nella politica estera giapponese dal 1945 all’era Abe, Venezia: Libreria Editrice Cafoscarina, 2020.

Concentrati sulla fenomenale ascesa economica della Cina, troppo a lungo negli ultimi anni ci siamo dimenticati del Giappone, come se la sua presenza o assenza fosse ininfluente per gli equilibri nell’Asia orientale. Che si trattasse di una percezione sbagliata è evidente dopo aver letto Il Giappone nel sistema internazionale, il libro di Marco Zappa scelto da RISE per la consueta recensione. Il Giappone, del resto, continua a rappresentare la terza economia mondiale e, benché limitato nella sua azione internazionale da un patto di ferro con Washington, che gli impose una Costituzione pacifista dopo il bombardamento atomico e la fine della Seconda guerra mondiale, conduce una politica estera molto attiva in Asia orientale.

Certo il Giappone poco ha fatto per porsi all’attenzione di un’opinione pubblica mondiale distratta da ben più clamorosi eventi internazionali: come ricorda l’autore – ricercatore presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia –, si tratta pur sempre di un “Paese che cambia a ritmo più lento rispetto al mondo che lo circonda (e alla stessa regione dell’Asia-Pacifico)” (p. 229). Ma proprio per questo l’influenza del Giappone in Asia orientale è molto più stabile e continuativa di quel che si pensi, risalente all’epoca in cui Tokyo dominava la regione con strumenti di controllo coloniale: l’eredità storica del passato – ciò che lo storico francese Pierre Renouvin chiamava le “forze profonde” – è in effetti un tema che attraversa sottotraccia tutto il volume.

Sullo sfondo, comunque, per comprendere la politica estera giapponese (in Asia e non solo) dal Secondo dopoguerra, rimane sempre l’alleanza con l’egemone-alleato statunitense, che limita gli spazi di manovra del Giappone nel sistema internazionale. D’altra parte, tale condizionamento non è necessariamente bene accolto a Tokyo, che appena può cerca di svincolarsi dalle maglie di Washington, come successe negli anni della guerra in Viet Nam, dove negli anni Ottanta “i principali conglomerati giapponesi continuavano a operare grazie ad aziende ombra e joint venture, aggirando di fatto le sanzioni tese a isolare il Viet Nam” (p. 195). Lo stesso conflitto in Indocina, anni prima, aveva già offerto ampie occasioni di business alle aziende nipponiche. Fu l’allora Primo Ministro Takeo Fukuda negli anni Settanta a realizzare il desiderio di ridefinire il Giappone come potenza regionale con autonomia diplomatica, ponendo fine alla separazione – praticata fino allora – tra economia e politica: una politica estera accorta divenne leva per ottenere vantaggi economici (un esempio fu il mancato allineamento con Washington in seguito all’incidente diplomatico del 1979 che vide coinvolto il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, quando Tokyo non adottò restrizioni all’acquisto di greggio iraniano).

L’Asia orientale per il Giappone significa essenzialmente accesso alle risorse primarie e al mercato, anche se attraverso le catene globali del valore ora diventano di estremo interesse anche i beni intermedi. Zappa sottolinea come nel Sud-Est asiatico il Giappone abbia adottato una politica neocoloniale manifestando una certa “vocazione al mercantilismo”, sostenendo investimenti (soprattutto per l’estrazione delle materie prime) ed export nell’area, allo stesso tempo mantenendo relativamente più chiuso il mercato interno a investimenti diretti esteri in ingresso e a merci importate.

Nel XXI secolo la crescente assertività cinese nell’area spinge il Giappone ad abbandonare gli ultimi indugi e a giocare a tutto campo, cogliendo nuove opportunità di investimento (nel 2001, ad esempio, nel corridoio economico Cambogia-Laos-Myanmar-Viet Nam) e concludendo accordi di libero scambio bilaterali – importante è il trattato con Singapore – o multilaterali, rilanciando con un nuovo nome la Trans-Pacific Partnership abbandonata dall’amministrazione statunitense di Donald Trump, e partecipando attivamente alla creazione della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo che lega ancor di più Tokyo ai destini economici dell’Asia orientale.

Con il premierato di Abe Shinzo, poi, il Giappone adotta quel che Zappa chiama un “pacifismo energico” che non disdegna, chiaramente inviando con ciò un messaggio a Pechino, collaborazioni in campo militare con i Paesi ASEAN, e la fornitura (a partire dal 2015) agli stessi di imbarcazioni per le guardie costiere impegnate nello storico contenzioso con la Cina per il controllo e la sovranità sul Mar Cinese Meridionale (che il Viet Nam chiama Mare Orientale). Per vedere all’opera la sottile competizione tra Tokyo e Pechino per l’influenza nel Sud-Est asiatico, un angolo di osservazione unico rimane il Myanmar, un Paese in cui gli interessi economici (e strategici) cinesi sono enormi. Il Giappone, infatti, ha sempre mantenuto attivi i canali di cooperazione con il governo di Naypyidaw, tramite prestiti e donazioni, in grande espansione negli anni della coabitazione tra i militari e la Lega Nazionale per la Democrazia, e culminati con la creazione della Zona Economica Speciale di Thilawa.

Malgrado il successo di queste iniziative, il Giappone – Zappa non manca di osservare – è estremamente vulnerabile. Durante l’erratica presidenza Trump, fu chiaro a Tokyo come, a fronte della crescente contestazione dell’ordine egemonico in Asia orientale da parte della Cina, Washington fosse in grado di mettere in discussione l’impegno americano verso gli alleati nell’area. Ora l’approccio del Presidente Joe Biden è indubbiamente diverso, e più in linea con le tradizionali direttrici della politica estera americana, ma la spia di segnalazione di possibili guasti futuri nel motore nippo-statunitense non si è spenta. La geografia conta: lasciato a se stesso, il Giappone si trova davanti al gigante cinese, che è meglio socializzare all’ordine liberale (magari riarticolato) con iniziative multilaterali quali la RCEP piuttosto che respingerlo, come vorrebbero le voci più anticinesi tra i decisori statunitensi. Tokyo sembra anche essere in grado di elaborare con successo nuove narrative: l’adozione della strategia Free and Open Indo-Pacific nel 2016, con l’intento di radunare attorno a sé le democrazie storiche della regione (inclusa l’India) per difendere i principi dell’ordine liberale, ne è un evidente esempio.

Se oggi persino l’Unione Europea, dopo Stati Uniti, Francia e Germania, sta per adottare una strategia per l’Indo-Pacifico, significa che nel dibattito pubblico abbiamo estromesso troppo presto il Giappone dal quadro delle potenze in grado di svolgere un ruolo fondamentale nel sistema internazionale odierno. Il libro di Marco Zappa, che è rivolto sia agli studenti sia a un pubblico più vasto, consente di rimediare all’errore. Peccato solo per la scelta grafica applicata dall’editore agli interessanti box di approfondimento, che li rende di non immediata fruibilità.


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