Il Partito comunista del Viet Nam

Indipendenza nazionale e rivoluzione socialista. In questo binomio, che diventa indissolubile, si trovano le radici del Partito comunista del Viet Nam e la bussola della lunga guerra di liberazione nazionale. I nazionalisti vietnamiti di inizio Novecento cercano diverse ispirazioni per dare forza alla lotta anticoloniale contro la Francia. Spiegherà poi Ho Chi Minh – che di quella lotta diventerà il simbolo – che saranno la rivoluzione bolscevica e il pensiero di Lenin a fornire i riferimenti ideologici capaci di mobilitare le masse vietnamite e, al tempo stesso, a consentire di inserire la questione dell’Indocina dentro un più ampio movimento anticoloniale afroasiatico.

Come altri futuri leader delle rivoluzioni nazionali in Asia, il giovane Ho Chi Minh (all’epoca noto con lo pseudonimo di Nguyen Ai Quoc) si forma leggendo in modo onnivoro testi di diversa ispirazione, dai classici confuciani alla letteratura rivoluzionaria socialista e marxista. A differenza di altri leader, però, viaggia anche molto, con lunghi soggiorni in Inghilterra, negli Stati Uniti, in URSS e soprattutto in Francia. Ed è in Francia che Ho Chi Minh diventa militante socialista e partecipa alla fondazione del partito comunista francese. La scelta di campo sarà facile: sono i comunisti ad appoggiare le lotte anticoloniali, mentre i socialisti restano ambigui e troppo legati agli interessi della madrepatria. Da quel momento la biografia di Ho Chi Minh compie una svolta decisiva: diventa un leader bolscevico e un funzionario della Terza internazionale, incaricato di promuovere la rivoluzione socialista in diverse parti dell’Asia[1]. Nel 1930 Ho Chi Minh viene inviato a Hong Kong, dove guida il processo di formazione del PCV unificando tre formazioni minori. Su richiesta del COMINTERN, il nome del partito viene poi cambiato in Partito comunista indocinese per riunire in un’unica formazione politica i rivoluzionari cambogiani, laotiani e vietnamiti.

Nel quadro della strategia del fronte popolare adottata nel 1935 dalla Terza internazionale, il partito promuove la creazione di un’organizzazione che raccolga le forze democratiche e di sinistra contro l’imperialismo francese. Con il nome di Viet Minh questa organizzazione assume un ruolo importante a partire dal 1941, quando il Giappone occupa l’Indocina pur lasciando formalmente in carica l’amministrazione coloniale della Repubblica di Vichy. Il movimento Viet Minh prende la guida della resistenza antigiapponese ed è sostenuto anche militarmente dagli Alleati e dalla Repubblica di Cina (governata a sua volta da un fronte unito fra i nazionalisti di Chiang Kai-shek e i comunisti di Mao Zedong). Nell’agosto 1945, con il collasso del regime di occupazione giapponese, il Viet Minh lancia un’insurrezione generale e il 2 settembre Ho Chi Minh proclama l’indipendenza del Paese e la nascita della Repubblica Democratica del Viet Nam (RDV). Il testo della proclamazione si apre con una citazione della Costituzione degli Stati Uniti, a segnalare l’intenzione di cooperare con gli Alleati e la speranza di vedere riconosciuta l’indipendenza dal colonialismo francese. Questo tentativo, tuttavia, fallisce. Il nord del Paese viene occupato dai nazionalisti cinesi e il sud da una spedizione congiunta fra Gran Bretagna e Francia e l’intero territorio viene poi restituito al governo di Parigi. Si apre così la Prima guerra indocinese, che oppone le forze anticoloniali alla Francia di Charles de Gaulle[2].

Il mancato sostegno degli Stati Uniti al processo di decolonizzazione costringe la RDV a spostare il governo in un’impervia zona montuosa al confine con la Cina. Il tentativo francese di ricostituire la vecchia amministrazione coloniale, però, incontra una forte resistenza soprattutto nella parte settentrionale del Paese. Si tratta di una resistenza che si traduce sia in azioni di guerriglia sia − in misura crescente − in più ampie operazioni militari che vedono contrapposto un esercito di liberazione alle forze di occupazione francese. Per enfatizzare il carattere anticoloniale della resistenza antifrancese, rispondendo agli attacchi di chi vedeva nel Viet Minh solo lo strumento di una rivoluzione socialista, il Partito comunista indocinese decide di sciogliersi, formalmente mantenendo in vita solo un istituto per lo studio del marxismo. Questa decisione, tuttavia, avrà breve durata. Nel 1951 il movimento comunista viene riorganizzato con il nome di Partito dei lavoratori del Viet Nam[3]. Di fatto la leadership comunista mantiene la guida sia politica sia militare della RDV. È a un dirigente comunista – il ministro della Difesa Vo Nguyen Giap – che si deve la strategia militare che porta alla decisiva sconfitta dei francesi nella battaglia di Dien Bien Phu. La sconfitta sarà tanto significativa da costringere la Francia ad accettare una conferenza di pace a Ginevra che segna il suo ritiro dall’Indocina. La conferenza di Ginevra, a cui partecipano oltre alla Francia e al Viet Minh anche Stati Uniti, Unione Sovietica (URSS), Repubblica Popolare Cinese (RPC) e Gran Bretagna, porta a risultati deludenti. Il Paese viene diviso a metà lungo il 17° parallelo: a nord la RDV, a sud la Repubblica del Viet Nam (RdV) guidata dal primo ministro Ngo Dinh Diem e sostenuta dagli Stati Uniti.

Indipendenza nazionale e rivoluzione socialista sono per il partito un binomio indissolubile con modalità molto simili a quelle sperimentate in Cina nello stesso periodo. L’influenza cinese sarà particolarmente visibile nel periodo immediatamente successivo alla conferenza di Ginevra, quando la RDV attuerà una riforma agraria radicale spesso imposta con durezza come accadeva nello stesso periodo al di là del confine. Gli eccessi della riforma agraria vengono imputati a errori compiuti dal segretario generale Truong Chinh il cui nome di battaglia, che in lingua vietnamita significa “Lunga Marcia”, indica una particolare vicinanza alle posizioni di Mao. La crisi prodotta dalla riforma agraria porta Ho Chi Minh ad assumere la direzione del partito in prima persona, ma l’età e le condizioni di salute lo costringeranno presto a cedere il timone a Le Duan, che nel 1960 diventa il nuovo segretario generale. Solo in tempi relativamente recenti è emersa la reale gestione del potere all’interno del gruppo dirigente nel decennio che precede la morte di Ho Chi Minh (1969)[4]. Il presidente Ho, o Bach Ho (lo “zio Ho”) come viene ad essere conosciuto sia in Viet Nam sia all’estero, mantiene un ruolo nei rapporti internazionali incarnando il simbolo stesso della lotta di liberazione nazionale. Il leader bolscevico, che era stato agente della Terza internazionale in diversi Paesi dell’Asia, diviene il volto moderato di un Paese che cerca di difendersi contro l’aggressione imperialista. Ad Hanoi, tuttavia, anche se mantenendo ufficialmente un basso profilo, il potere reale sarà nelle mani di Le Duan, dirigente politico inflessibile originario del sud, per il quale la riunificazione del Paese è un obiettivo che non può essere rinviato. Il regime filoamericano della RdV, d’altra parte, incontra una crescente opposizione popolare tanto che nel 1961 l’amministrazione di John F. Kennedy decide di eliminare Ngo Dinh Diem. I governi militari che si susseguono a Saigon non riescono comunque a creare una base di consenso e sono caratterizzati da una forte corruzione e una crescente dipendenza dall’aiuto economico e bellico statunitense.

L’avvento di Le Duan come segretario del partito corrisponde alla creazione di un fronte del popolo nella RdV che ha come obiettivo la riunificazione del Paese. Questo fronte è guidato da rivoluzionari comunisti e conta sull’aiuto di migliaia di militari inviati dalla RDV. La risposta di Washington alla radicalizzazione del conflitto al sud sarà il diretto coinvolgimento americano, non più solo attraverso l’invio di consiglieri militari ma anche con truppe combattenti in quella che a partire dal 1965 diviene la Seconda guerra indocinese. Impegnata militarmente nel sud e sottoposta ai duri bombardamenti statunitensi, la RDV adotta un’economia di guerra la cui tenuta dipende dall’aiuto cinese e sovietico. Nel frattempo, però, le tensioni esistenti fra Mosca e Pechino si trasformano in una rottura insanabile. Il gruppo dirigente vietnamita viene coinvolto nella diatriba, ma prevale la linea di Le Duan che, in continuità con Ho Chi Minh, cercherà di bilanciare i rapporti con le due grandi potenze del campo socialista, del cui aiuto il Viet Nam non può assolutamente fare a meno. Sarà in occasione dei funerali di Ho Chi Minh che la dirigenza vietnamita tenterà un’opera di mediazione che però non porta ad alcun risultato. Da lì a poco, anzi, la rottura fra RPC e URSS si tradurrà in un clamoroso riavvicinamento fra Pechino e Washington. Una svolta diplomatica di enorme importanza che rischia di isolare il Viet Nam, ma che invece permette all’amministrazione di Richard M. Nixon di poter gestire con maggiore libertà le trattative segrete e poi gli accordi di pace del 1973 con Hanoi. Con il ritiro degli Stati Uniti le sorti del conflitto sono quindi segnate. All’inizio del 1975, quando il Viet Nam del Nord lancia un’ampia campagna militare, l’esercito del sud collassa nel giro di poche settimane, consentendo ai militari di Hanoi di prendere il palazzo presidenziale di Saigon e porre fine al lungo conflitto.

Liberata Saigon il 30 aprile 1975, per il Paese si apre una nuova fase piena di difficoltà. La fine della guerra comporterà, infatti, il sostanziale prosciugamento dell’aiuto economico esterno – sia da parte degli USA verso Saigon, sia da parte sovietica e cinese verso Hanoi – portando a quello che viene definito uno “shock sistemico[5]”. A questo shock il gruppo dirigente prova a rispondere con la rapida costruzione di un sistema socialista nel Viet Nam unificato. Questa strategia viene adottata dal quarto congresso del 1976, durante il quale viene adottato il nome di Partito Comunista del Viet Nam (PCV), ma si rivela, però, piena di ostacoli. Da un lato, l’estensione del modello di economia socialista al sud incontra forti resistenze sia nelle campagne sia nelle aree urbane. Dall’altro, è ancora il quadro internazionale a costituire una minaccia per la sopravvivenza del Paese appena unificato. Fino alla conclusione della guerra, Hanoi aveva continuato a ricevere il sostegno sia della RPC sia dell’URSS, nonostante i due grandi stati socialisti fossero ormai due potenze rivali. Dopo la riunificazione, invece, Hanoi non riesce più a bilanciare i rapporti con Mosca e Pechino. La Cina sceglie di stabilire un rapporto preferenziale con i Khmer Rouge di Pol Pot, spingendo il Viet Nam a entrare nel campo sovietico. Hanoi reagirà agli attacchi da parte dei Khmer Rouge invadendo la Cambogia alla fine del 1978, ma subendo poi un attacco militare da parte della Cina nel febbraio del 1979.

Il precipitare della crisi con la Cambogia e la parallela scelta da parte di Washington di stabilire formali relazioni diplomatiche con Pechino fanno cadere nel vuoto i tentativi di normalizzazione delle relazioni fra Viet Nam e Stati Uniti. Il Viet Nam si troverà quindi isolato a livello internazionale, potendo contare solo sull’URSS e i suoi Paesi satellite. In questo quadro, la decisione presa nel 1979 di nazionalizzare l’impresa privata, in cui era particolarmente attiva la minoranza cinese di Saigon, si salda al conflitto fra Hanoi e Pechino contribuendo alla tragedia dei cosiddetti boat people, ovvero le decine di migliaia di persone che fuggono dal Paese su imbarcazioni di fortuna, spesso andando incontro a naufragi o alle aggressioni dei pirati. Ma è proprio in questo momento drammatico nella storia vietnamita che all’interno del PCV iniziano a delinearsi quelle idee che porteranno poi alle riforme del decennio successivo.

La riunificazione viene gestita in modo duro e intransigente dal segretario del partito, Le Duan. Sarà lui a voler accelerare la conversione del sud al modello di economia pianificata. A livello locale, tuttavia, le resistenze al nuovo modello economico non sempre vengono represse dai quadri del partito. Al contrario, specie al sud si diffondono “esperimenti” che vengono addirittura incoraggiati o promossi dai dirigenti politici. D’altra parte, al di là del confine l’odiato Deng Xiaoping (responsabile dell’aggressione militare del 1979) ha avviato la politica di “riforma e apertura” che diviene inevitabilmente una fonte di ispirazione. Nella prima metà degli anni Ottanta questi esperimenti vengono addirittura tradotti a livello nazionale con riforme che interessano sia l’agricoltura (consentendo alle famiglie contadine di coltivare autonomamente una parte della terra) sia l’industria (consentendo attività di mercato una volta raggiunti gli obiettivi del piano). Sarà lo stesso Le Duan a dare legittimità a questi esperimenti. Nella sua relazione al quinto congresso del partito, il segretario generale riconosce gli errori commessi nella rigida implementazione del modello sovietico e apre la strada a una politica di riforma.

L’esperienza di questi esperimenti condotti al di fuori dell’economia pianificata (fence breaking) e la contemporanea esperienza cinese offrono ad Hanoi un riferimento fondamentale per rispondere alla crisi del modello sovietico sancito dall’avvio della perestroika di Michail Gorbacev. Nel dicembre 1986 il sesto congresso del partito adotta una politica di rinnovamento – ovvero, Đổi Mới – che porta a un graduale superamento dell’economia pianificata e una transizione verso l’economia di mercato. Tra il 1989 e il 1991 – non a caso nel periodo fra la caduta del Muro di Berlino ed il collasso dell’URSS – le riforme economiche trovano una forte accelerazione in politiche di stabilizzazione economica e nel dimezzamento del numero delle imprese di stato, in un processo che però porta solo alla privatizzazione delle piccole imprese, mentre le più importanti vengono riorganizzate all’interno di grandi gruppi industriali. La caratteristica principale dei primi vent’anni anni di Đổi Mới è la sua gradualità che consente di accompagnare alti livelli di crescita economica a una forte riduzione della povertà[6]. Analogamente a quanto era accaduto in Cina, la terra viene restituita alle famiglie attraverso diritti d’uso di lunga durata, consentendo un forte aumento della produzione agricola, ma anche la creazione di un più grande mercato interno per la produzione industriale. Nonostante inevitabili errori e abusi, questa restituzione delle terre da parte delle comuni, che a loro volta erano state costituite dopo una riforma agraria che aveva rimosso i latifondi, consente alla gran parte delle famiglie rurali di ricavare un reddito sufficiente ad affrancarle dalla condizione di povertà assoluta[7].

Il Đổi Mới si accompagna a, ed è fortemente favorito da, un completo riallineamento delle relazioni internazionali. Il Viet Nam risponde al collasso dell’URSS trovando un’intesa che consenta una sua uscita dalla Cambogia e la normalizzazione dei rapporti con la Cina. La soluzione della crisi cambogiana, d’altro canto, porta anche al forte miglioramento delle relazioni con i Paesi del Sud-Est asiatico, con una conseguente ammissione, nel 1995, nell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (Association of South-East Asian Nations, ASEAN) di cui il Viet Nam diventa poi un importante protagonista. Sempre nello stesso periodo Hanoi raggiunge la normalizzazione dei rapporti diplomatici con gli Stati Uniti e con il resto dell’Occidente. Il miglioramento complessivo delle relazioni internazionali del Paese apre anche le porte a un ristabilimento dei rapporti con le organizzazioni finanziarie internazionali, presto rendendo il Viet Nam uno dei maggiori beneficiari dei prestiti della Banca mondiale e dalla Banca asiatica di sviluppo.

L’adozione del Đổi Mới trova un forte consenso nel Partito e rinsalda il rapporto fra il partito stesso e la società. Se la legittimità del PCV si era basata innanzitutto sulla sua guida nella lotta anticoloniale e nella resistenza contro gli Stati Uniti, nel periodo post-Đổi Mới l’efficacia delle riforme economiche trova una forte adesione anche nei diversi strati della popolazione sia rurale sia urbana. Nel dibattito interno al partito, la discussione riguarda specifici aspetti di questa o quella riforma, ma non la direzione complessiva della politica economica.

Il decennio che va dal decimo (2006) al dodicesimo congresso (2016) vede una importante trasformazione del Paese. Si tratta di una nuova fase del Đổi Mới che consiste in una politica di liberalizzazione del commercio con l’adesione all’Organizzazione mondiale del Commercio e a numerosi accordi bilaterali (tra cui con l’Unione Europea), di attrazione degli investimenti esteri, e di trasformazione del Viet Nam in un importante attore nelle catene di produzione del valore regionali e globali. L’intero decennio è dominato da un potente primo ministro – Nguyen Tan Dung – abile nel rafforzare il suo potere politico con alleanze spesso disinvolte con gruppi di interesse nazionali e locali e sul quale pesa l’accusa di aver favorito la corruzione traendone beneficio per sé e per i suoi famigliari. Durante il suo primo mandato, il primo ministro Dung trova facile gioco perché alla guida del partito c’è un segretario generale debole, Nong Duc Manh, che era stato confermato nel 2006 in quanto candidato di mediazione fra diverse fazioni. All’undicesimo congresso, tuttavia, emerge come nuovo segretario generale Nguyen Phu Trong, considerato un leader integerrimo interessato a contrastare la corruzione e a rilanciare la funzione storica del partito comunista. Il contrasto fra i due dirigenti si risolve solo nel 2016, quando Dung prova a farsi nominare segretario del partito e viene clamorosamente sconfitto da Trong, che non solo ottiene la rielezione ma consolida fortemente il suo potere. La rielezione di Trong non comporta un cambio di linea né in economia né, come alcuni avevano ipotizzato ritenendolo vicino a Pechino, nelle relazioni internazionali. Piuttosto comporta una ripresa di controllo del partito rispetto al governo e la prosecuzione di un’opera di moralizzazione che porta anche a epurazioni e processi di alti dirigenti con accuse di corruzione.

Con il tredicesimo congresso del 2021 Trong ottiene una seconda volta la rielezione nonostante i limiti di età in uso nel partito e la regola per cui ad ogni carica viene consentito solo un secondo mandato. A differenza della Cina, però, dove la rielezione di Xi Jinping a segretario generale nel 2022 ha significato una forte concentrazione del potere nelle mani di un leader che ambisce ad imprimere la sua impronta personale sulla storia nazionale, la rielezione di Trong sembra nascere piuttosto da una difficoltà del partito a trovare un’intesa fra le diverse anime. Non solo: le implicazioni di queste due rielezioni appaiono molto diverse. A Pechino il terzo mandato di Xi conferma un irrigidimento politico a scapito della crescita economica in una logica di contrapposizione con l’Occidente. Il Viet Nam di Nguyen Phu Trong, invece, continua ad essere proiettato verso una crescita economica molto sostenuta, facilitata anche da una gestione molto efficace del COVID-19, che trae beneficio proprio dalle ottime relazioni con gli investitori esteri.


[1] Per la biografia di Ho Chi Minh si rimanda a Duiker, W.J. (2000), Ho Chi Minh: A Life, New York: Theia.

[2] Per una storia del Viet Nam ben documentata, cfr. Ghosha, C. (2016), The Penguin History of Modern Vietnam, Milton Keynes: Penguin Press.

[3] Lo scioglimento del Partito comunista indocinese riflette anche la crescita di tre movimenti distinti nei tre Paesi. La costituzione del Partito dei lavoratori del Viet Nam è accompagnata dalla nascita di due formazioni autonome in Laos e in Cambogia.

[4] Woods, L.S. (2002), Vietnam: A Global Studies Handbook, Santa Barbara; CA: ABC-CLIO.

[5] Beresford, M., e Phong, D. (2000), Economic Transition in Vietnam: Trade and Aid in the Demise of a Centrally Planned Economy, Cheltenham: Edward Elgar.

[6] Masina, P. (2006), Vietnam’s Development Strategies, Abingdon e New York: Routledge.

[7] Tra il 1993 e il 2004 la percentuale di famiglie sotto la soglia di povertà assoluta scende dal 58% al 14%.


 

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