La lezione ambivalente dei monaci ecologisti in Thailandia

L’enciclica pontificia del maggio 2015, il cui titolo Laudato Si’ si ispira alla preghiera “Il Cantico delle creature” del monaco San Francesco d’Assisi, costituisce il sigillo dello sforzo intellettuale di Papa Francesco I al fine di sollecitare nell’Occidente cristiano il risveglio delle coscienze in senso ecologista[1]. In questo contributo, d’altra parte, si vuole cogliere l’occasione per istituire un blando paragone tra tale recente tendenza in ambito cattolico e quanto, invece, si verifica nei contesti buddisti del Sud-Est asiatico. L’originale riflessione della Chiesa cattolica sui temi della sostenibilità e del mutamento climatico, infatti, era indubbiamente attesa e necessaria; è purtuttavia rilevante notare come tale riflessione sia maturata con un certo ritardo rispetto al rinnovamento ideologico favorito dai monaci buddisti thailandesi. Questi, infatti, sin dai primi anni Ottanta del Novecento hanno inaugurato una forma inedita di ecologismo di matrice religiosa, le cui tracce si scorgono chiaramente nel paesaggio culturale thailandese contemporaneo e le cui radici affondano tra le righe dei testi sacri del Buddismo Theravada[2].

In particolare, è al monaco Buddhadasa Bikkhu, originario della provincia meridionale di Surat Thani, distretto di Chaya, che si devono le prime formulazioni in senso ecologista degli insegnamenti buddisti. Autore di testi considerati emblematici di quello che gli studiosi definiscono “Buddismo socialmente impegnato” (socially engaged Buddhism) e di cui sono espressione monaci come il vietnamita Tich Nath Hanh, Buddhadasa ha sfidato i modelli di sviluppo industriale incoraggiati dalle élite, che stavano portando il patrimonio forestale nazionale a un rapido e inesorabile degrado. Ispirato alla tradizione dei monaci eremiti della foresta, i cosiddetti phra pa, Buddhadasa inaugurò anche nuovi modi di organizzare lo spazio dei templi buddisti (wat, in thai) in cui, secondo il monaco, la foresta andava lasciata crescere spontaneamente. Lo spazio sacro andava saturato di alberi e animali, in quanto la consapevolezza spirituale è raggiungibile solo nella contemplazione della natura (thammachat, ovvero “ciò che ha origine nel dharma”), e tramite il contatto con essa. Il Budda, infatti, aveva messo alla prova la propria capacità di resistere alle pulsioni e di educare sé stesso all’impermanenza dell’essere conducendo una vita eremitica negli ambienti inospitali della foresta tropicale, sfidando la fame e i molti pericoli, tra cui l’incontro con gli animali feroci. Fu sedendo ai piedi di un albero, come è risaputo, che si crede che il fondatore del Buddismo abbia raggiunto l’illuminazione.

Buddhadasa ha cercato di rinnovare il ruolo della morale buddista, che definiva come una sorta di “socialismo del Dhamma (Dharma)[3]”; essa deve ispirare le relazioni di interdipendenza tra esseri umani, ma anche tra gli esseri umani e la natura. Nei primi anni Ottanta, periodo in cui si concludeva il tentativo rivoluzionario dei guerriglieri thailandesi, il monaco di Chaya si presentava sulla scena pubblica con un messaggio dirompente, esponendosi ad accuse di comunismo (bandito in Thailandia nel 1951), che avrebbero colpito diversi dei suoi primi seguaci. Questi – seguendo in modo pragmatico i suoi insegnamenti – in alcuni casi si sarebbero distinti per l’impronta radicale delle loro azioni tese a conservare (anurak) le foreste minacciate sia dal disboscamento a fini commerciali sia dall’agricoltura industriale.

Ai monaci ispirati a Buddhadasa, come Phra Manat (provincia di Phayao) e Phra Khru Pithak (provincia di Nan) infatti, si deve anche l’introduzione presso le comunità rurali thailandesi di nuovi rituali ecologisti di stampo buddista come il buad pa (“ordinazione o consacrazione delle foreste”), un cerimoniale oggi praticato in tutto il Paese. Esso consiste nel consacrare alla conservazione le foreste più esposte al disboscamento con canti e preghiere e con l’emblematico gesto di circondare gli alberi più longevi con drappi della stoffa color zafferano di cui tradizionalmente si vestono i monaci buddisti Theravada. Questo rituale, altamente suggestivo, si fonda sull’idea che tagliare alberi e contribuire alla degradazione delle fragili foreste locali costituisca un’offesa capace di indebolire il karma degli individui che si rendono responsabili di tali azioni e, addirittura, di attirare su di loro la malasorte. I monaci, in sostanza, consacrandoli invitano a equiparare il “corpo degli alberi” a quello delle persone, concepito come inviolabile. Tra gli anni Ottanta e oggi la potenza evocativa di questo rito ha effettivamente convinto molte comunità della necessità di preservare le foreste locali, estendendosi addirittura ai contesti buddisti in Laos e in Cambogia. I rituali eco-buddisti hanno conosciuto successo presso le comunità locali e sono divenuti oggetto di interesse da parte dei media nazionali e internazionali, attirando l’attenzione della comunità accademica e quella delle agenzie della cooperazione allo sviluppo.

L’eco-buddismo inaugurato dai monaci, salutato come rivoluzionario da alcuni antropologi come Susan M. Darlington[4], si è però presto mostrato ambivalente: se alcuni monaci ecologisti sono arrivati a mettere a rischio la propria carriera e, in alcuni casi, anche la propria vita affrontando apertamente le burocrazie statali e le imprese del taglio, altri hanno invece acquisito fama e sono avanzati nella carriera ecclesiastica, riuscendo a conciliare gli interessi dei diversi attori e agenzie (le comunità locali, le élite aristocratiche, lo Stato, le imprese nazionali e multinazionali) in competizione per lo sfruttamento delle abbondanti risorse naturali della penisola.

Inoltre, dalla fine degli anni Novanta – e in particolare a seguito della crisi finanziaria del Tom Yam Kung[5] che ha colpito la Thailandia nel 1997 – anche gli esponenti della famiglia reale, e in particolare Re Bhumibol Adulyadej (Rama IX), si sono inseriti in modo prorompente nel dibattito sulla conservazione ambientale formulando e adottando una prospettiva di stampo eco-buddista improntata al valore della moderazione (po phiang). Nella visione del Re, tale valore avrebbe dovuto orientare i comportamenti economici ed ecologici dei sudditi al fine di prevenire crisi drammatiche provocate dall’acritica adozione dei modelli di sviluppo occidentale. Fondato sul recupero della morale buddista, delle tradizioni rurali e del senso della comunità e sul diniego dell’avidità (kilesa) che contraddistingue i modelli economici di stampo capitalista e neoliberista, il nuovo modello di sviluppo fu presentato da Re Rama IX come Setakit Pho Phiang (Sufficiency Economy o “Economia della Moderazione”). Dopo il colpo di Stato del 2006 con cui il Premier riformista Thaksin Shinawatra[6] è stato indotto all’esilio, la filosofia economica del Re è stata ufficialmente adottata come cornice morale della politica economica dal Partito democratico (Phak Prachathipat), ovvero il movimento politico che rappresenta i gruppi vicini all’aristocrazia siamese e all’esercito.

Quelli in cui emerge l’ideologia regia dell’Economia della Moderazione sono gli stessi anni in cui le contraddizioni dello sviluppo portano alcuni intellettuali occidentali ed europei a formulare nuove teorie di stampo progressista (si pensi all’economista e filosofo francese Serge Latouche), improntate alla decrescita. Queste paiono consonanti con l’idea della rinuncia materiale come premessa per l’elevazione spirituale in armonia con la creazione, espressa dai monaci ecologisti. Sono gli stessi anni in cui i primi social forum globali portano le lotte delle popolazioni indigene del Sud del mondo sotto i riflettori dei media internazionali e sui tavoli della politica. Non a caso l’idea soggiacente all’Economia della Moderazione a molti è parsa convincente, sensata, lungimirante, progressista – anche ai monaci e ai militanti eco-buddisti.

Tuttavia, esiste evidenza del fatto che la popolazione rurale e suburbana non trova altrettanto convincente la formulazione delle élite, che pare basata su un fraintendimento della quotidianità e delle aspirazioni economiche dei membri dei ceti meno abbienti. L’Economia della Moderazione, infatti, si poggia su una visione romantica delle comunità rurali thailandesi, considerate autosufficienti in virtù della cooperazione tra contadini, della sostenibilità delle pratiche economiche tradizionali e della morale buddista che permea la socialità e la cultura dei villaggi. Tuttavia, è evidente che la modernizzazione del Paese, auspicata dallo stesso Re Bhumibol e dai suoi predecessori prima della svolta eco-buddista degli anni Novanta, ha favorito l’individualizzazione delle scelte economiche, un rapporto utilitaristico con l’ambiente e la diffusione di una mentalità privatistica e imprenditoriale tra le classi contadine – elementi che nelle aree rurali erano in parte presenti in modo esplicito o latente anche prima dell’incontro serrato con le potenze occidentali, e su cui si è innestata la modernità auspicata dalle élite siamesi[7].

Inoltre, agli occhi della popolazione rurale appare eccessivo il divario tra la loro condizione e quella dei regnanti, e tra lo stile di vita auspicato dai sovrani per i loro sudditi e quello di fatto condotto dalla Famiglia reale. Il Crown Property Bureau (CPB), l’agenzia che gestisce le proprietà della Corona, manovra un volume d’affari tale da rendere la monarchia thailandese la più ricca del globo[8]. La successione al trono di Rama X, il figlio di Re Bhumibol, Maha Vajiralongkorn, dopo la morte del padre avvenuta nel 2016, ha acuito lo scetticismo delle masse. Il nuovo sovrano, infatti, è stato criticato dalle stesse diplomazie occidentali per il suo stile di vita dedito a feste private e a soggiorni di lusso lontano dal suo Regno, che invece versa in una crisi politica ed economica protratta, aggravata dalla pandemia da COVID-19.

La legittimazione del discorso eco-buddista da parte del defunto Rama IX nei contesti locali ha comunque favorito la tendenza ad assimilare i rituali eco-buddisti a celebrazioni del potere monarchico, dell’identità nazionale e dunque dell’identità del gruppo etno-linguistico dominante (t’ai). Questi rituali possono dunque agire come dispositivi di esclusione, e in alcuni casi anche di criminalizzazione, delle pratiche ecologiche delle minoranze etniche non buddiste nel nord del Paese (come gli Hmong, Mien, Karen, Lawa, Lahu, Lisu, Lua, Khamu, etc..). Oggi i monaci connessi al network eco-buddista si sono allineati perfettamente all’ideologia della Economia della Moderazione, divenendone sostenitori e propagatori come Phra Khru Sangkom Thanapanyo Khunsurin, che a Chonburi ha fondato il “Centro di Meditazione Maab-Euang per l’Economia della Moderazione[9]”. Diversamente che in passato, oggi i monaci ambientalisti si prodigano in attività che non contestano i rapporti di potere da cui, storicamente, si generano la competizione per le risorse e il degrado ambientale.

L’indifferenza verso i temi della riforma della proprietà agraria, l’implicita legittimazione delle gerarchie politiche e karmiche, e i molti scandali che costellano la storia recente del Sangha (clero) thailandese rappresentano forse il limite principale dell’eco-buddismo. Alcuni di questi scandali hanno minato gravemente la credibilità dei monaci ecologisti. Ad esempio, nel gennaio del 2016 un raid della polizia ha sgominato le attività illecite perpetrate da monaci buddhisti e dal personale del celebre Tiger Temple, fondato nel 1994 presso il tempio della foresta denominato Wat Pha Luang Ta Bua (provincia di Khanchanaburi). Questi ultimi sono stati accusati dalle autorità di violazione delle norme sulla protezione degli animali e di allevare illegalmente cuccioli ed esemplari adulti di tigre indocinese (Panthera tigris tigris) per la produzione – effettuata anche in loco – e il traffico di pelli, pellicce, tappeti, amuleti, talismani e medicamenti[10].

Sebbene l’ambivalenza del messaggio eco-buddista depotenzi la rivoluzione inizialmente innescata dai primi monaci ecologisti, il tema dello sviluppo sostenibile, in senso sociale ed ambientale, è tuttora nell’agenda delle organizzazioni buddiste thailandesi e non solo. Lo testimonia, ad esempio, la recente organizzazione – presso l’Università Thammasat di Bangkok – della Conferenza regionale intitolata “Buddismo e sviluppo sostenibile”, e promossa dalla International Buddhist Confederation (IBC) e dall’Indian Council for Cultural Relations (ICCR) il 7 ottobre 2021. Le sfide intrinseche agli approcci eco-buddisti non devono scoraggiare la promettente sintesi tra religione ed ecologia. Osservando le nuove sperimentazioni emerse nei contesti urbani e nella fase pandemica, persiste senza dubbio la capacità del movimento eco-buddista di rinnovarsi e diffondere nuove prassi ecosostenibili. Si pensi all’impegno di alcuni monaci che in contesti urbani si prodigano per raccogliere quintali di plastica affinché questa venga trasformata in vesti monacali color zafferano e, più di recente, in mascherine anti-COVID-19 riutilizzabili, su cui peraltro vengono impresse preghiere in lingua pali[11].

In conclusione, tuttavia, va anche evidenziato che gli sforzi dei monaci più impegnati sono estremamente localizzati e non sembrano vincolare la politica ufficiale. La “comparsata” del Premier Prayut Chan-o-cha, Generale dell’esercito autore del colpo di Stato del 2014, alla XXVI Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP26) tenutasi in Scozia a novembre, dimostra come il summit abbia rappresentato un semplice palcoscenico diplomatico e che l’Economia della Moderazione può essere all’occorrenza accantonata. Prayut, infatti, non ha sottoscritto l’accordo di Glasgow sostenendo che non si impegnerà a interrompere il disboscamento entro il 2030, ma entro il 2050[12].

Tornando all’enciclica ecologista di Papa Francesco I, sicuramente l’etica religiosa e quella ambientalista possono convergere e nutrirsi vicendevolmente. Eppure, la traiettoria ambivalente dell’eco-buddismo thailandese insegna come tale convergenza ideologica dal potenziale rivoluzionario corra verosimilmente anche il rischio di essere abusata, cooptata, fraintesa, oppure di passare politicamente inosservata.


[1] Papa Francesco (2015), Laudato Si’. Lettera enciclica del Santo Padre Francesco sulla cura della Casa comune, Città del Vaticano: Libreria editrice vaticana.

[2] Rossi, A. (2022), Eco-buddhismo. Monaci della foresta e paesaggi contesi in Thailandia, Meltemi Editore: Milano.

[3] Bikkhu Buddhadasa (1986-I ed., 1993-II ed.), Dhammic Socialism, Thai Interreligious Commission for Development, Bangkok.

[4] Darlington, S.M. (1995), Monks Footsteps in the Night. An Unintentional Buddhist Revolution, articolo inedito, conservato presso EFEO Library, Chiang Mai.

[6] L’ascesa, intorno alla fine degli anni Novanta, di questo carismatico uomo d’affari di Chiang Mai, di origine cinese, ha ampiamente posto in discussione i privilegi dell’aristocrazia siamese. Prestiti a bassi tassi garantiti alle frange più povere della popolazione (per l’acquisto di automezzi, telefoni cellulari, per il pagamento delle tasse universitarie e il finanziamento di microimprese in ambito commerciale, ad esempio), la liberalizzazione di professioni scarsamente regolamentate (come quella dei tassisti e dei moto-taxi drivers), la promozione dell’accesso gratuito alle cure mediche per la popolazione più povera sono da considerarsi tra i tratti più distintivi delle politiche populiste e socialisteggianti di Thaksin, che grazie a queste ha potuto ampliare considerevolmente la propria base elettorale. Nato come leader delle telecomunicazioni e della telefonia cellulare, con una carriera d’alto rango in polizia, il suo potere economico, politico e mediatico ha coinciso con l’emergere – dalle ceneri della crisi del 1997 – di una nuova classe politica e di un’élite economica non allineate ai poteri tradizionali, e le cui pretese egemoniche e l’indubbia capacità di manovrare le masse hanno fortemente preoccupato l’establishment conservatore del Regno, portando sia al colpo di Stato del 2006 (cfr. Pye, O. e Schaffar, W. (2008), “The 2006 anti-Thaksin Movement in Thailand. An Analysis”, Journal of Contemporary Asia, 38 (1), febbraio, pp. 38-61), che a quello del 2014.

[8] Dimitropoulou, A. (2019), “These Are The World’s Richest Royals, 2019”, Ceoworld Magazine, 18 settembre, disponibile online al link https://ceoworld.biz/2019/09/18/these-are-the-worlds-richest-royals-2019/.

[9] Price, K. (2018), “Ecology Monks in Thailand Seek to End Environmental Suffering”, Pulitzer Center, 13 agosto, disponibile online al link https://news.mongabay.com/2018/08/ecology-monks-in-thailand/.

[10] Guynup, S. (2016), “More Controversy for the Tiger Temple”, 10 giugno, disponibile online al link www.nationalgeographic.com/animals/article/tiger-temple-thailand-animal-abuse.

[11] Pitcha, D. (2020), “Thai Monks Make Virus Masks From Recycled Plastic”, Breaking Asia, 23 marzo, disponibile online al link www.breakingasia.com/culture/thai-monks-make-virus-masks-from-recycled-plastic.

[12] Sanglee, T. (2021), “What Was Thailand Doing at the COP26 Summit?”, The Diplomat, 11 novembre, disponibile online al link https://thediplomat.com/2021/11/what-was-thailand-doing-at-the-cop26-summit/.


 

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