L’evoluzione democratica del Myanmar e il ruolo dell’Italia nell’era dell’apertura

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Il Myanmar dopo le recenti elezioni vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia guidata dal Premio Nobel Aung San Suu Kyi ha imboccato con decisione un percorso di progressiva apertura internazionale e di sviluppo economico iniziato nel 2011 dal Presidente U Thein Sein.

Gli anni della dittatura militare hanno impoverito un Paese che nei primi decenni del XX secolo vantava una delle economie più sviluppate del Sud-est asiatico. Rangoon, l’allora capitale coloniale, divenne il principale porto d’arrivo d’immigrati da altri Paesi, superando anche la Città di New York come sottolineato da Cecilia Brighi in un recente volume sulle sfide di Aung San Suu Kyi.  Oggi il Myanmar ambisce a riconquistare un ruolo di leadership tra i paesi ASEAN. Incastonato tra la Cina e l’India, può giocare un ruolo strategico, diventando un importante hHub per il traffico commerciale internazionale, così da garantire l’accesso ad oltre 2,3 miliardi di consumatori.

Il progressivo sviluppo economico del Myanmar non può prescindere che da una graduale uscita dall’isolamento, in un’epoca la Cina rivestiva un ruolo quasi egemone di partner commerciale, pronto a sostenere importanti investimenti a fronte dello sfruttamento delle ingenti risorse naturali del Paese. Esemplificativi di questo rapporto sono stati due importanti progetti come la diga di Myitsone e la miniera di rame di Letpadaung. Nel caso della diga che avrebbe rifornito la Cina per quasi il 95% della sua produzione il governo dell’ex Presidente U Thein Sein ha dovuto sospendere il progetto a causa delle forti proteste della popolazione locale. Lo sfruttamento della miniera di Letpadaung è un altro esempio d’influenza cinese sul Myanmar, al quale nonostante le pressioni sociali, la stessa Aung San Suu Kyi, a capo di una commissione d’inchiesta, dovette dare parere positivo.

Dal 2011 si è quindi assistito a un graduale alleggerimento del controllo dei militari sull’economia del Paese, che ha permesso di attenuare le sanzioni internazionali agevolando lo sviluppo del Paese con una crescita progressiva e stabilizzata del PIL intorno all’8% annuo, anche se i militari tuttora dispongono di accesso privilegiato ai settori più nevralgici del sistema economico-istituzionale

Contestualmente alla progressiva apertura economica, il Paese ha intrapreso un difficile percorso di democratizzazione che è culminato con le elezioni del 2015 (si vedano le analisi contenute in RISE 1/1, N.d.R., e la T.note n.5). Nonostante la via intrapresa appaia ormai irreversibile, i militari detengono ancora un’importante influenza politica con il controllo del 25% dei seggi parlamentari e di tre Ministeri chiave come Interno, Difesa ed Immigrazioni, oltre che economica attraverso il controllo dell’Union of Myanmar Economic Holding (UMEHL) e Myanmar Economic Corporation, due dei maggiori conglomerati del Myanmar (MEC). L’UMEHL detiene il monopolio nel settore delle gemme oltre che diverse partecipazioni in settori quali: turismo, bancario, immobiliare, trasporti e metalli. La MEC invece può contare su 4 acciaierie, una banca, un cementificio e una compagnia di assicurazioni.

In questo contesto istituzionale ed economico si inseriscono le relazioni politiche e commerciali tra l’Italia e il Myanmar. I due Paesi vantano un cordiale rapporto d’amicizia suggellato dalle numerose visite istituzionali degli ultimi anni: il già Presidente U Thein Sein nel 2014, la leader e State Counsellor Aung San Suu Kyi nel 2013 a Torino dove è stata insignita della cittadinanza onoraria, la partecipazione da parte del Myanmar ad EXPO Milano 2015 e alla Triennale nel 2016. L’ottimo stato delle relazioni con il nostro Paese è stato da ultimo suggellato nell’aprile del 2016 dalla visita dell’attuale Primo Ministro italiano (allora in veste di Ministro degli Affari Esteri) Paolo Gentiloni. Nell’occasione il Presidente del Consiglio – primo rappresentante di un governo occidentale a fare visita al Paese all’indomani dell’insediamento del nuovo esecutivo – ha incontrato il Presidente U Htin Kyaw e il Ministro degli Affari Esteri e Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi. Gentiloni è stato seguito da una variegata delegazione imprenditoriale, a cui hanno partecipato tra gli altri Danieli, Pirelli, IDS, Tenaris e SACE. Nel 2017 sono già state confermate a maggio la visita del Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi a Roma, mentre a giugno sarà in Italia per un tour che toccherà le Città di Torino, Milano e Roma il Chief Minister della Regione di Yangon Phyo Min Thein.

L’attuale scambio commerciale tra i due Paesi, sebbene sia piuttosto esiguo, segue un trend di crescita che non potrà che essere favorito dalla stabilità politica e dalle riforme economiche tese a liberalizzare e rendere più dinamico il sistema economico del Myanmar. L’Italia, come gli altri Paesi dell’Unione Europea, guarda con interesse allo sviluppo economico di questo importante Paese dell’ASEAN, situato strategicamente tra Cina e India, ricco di risorse minerarie, gas e petrolio, con una popolazione giovane e con uno spiccato accento per l’imprenditorialità.

Come per altri mercati dell’ASEAN, l’Italia riscontra una certa difficoltà di approccio rendendoli ancora marginali nella bilancia complessiva dell’export, assorbita per la stragrande maggioranza da Unione Europea e Stati Uniti. Il nostro sistema produttivo incentrato sulle piccole e medie imprese a conduzione famigliare sconta gli alti costi d’investimento necessari per penetrare efficacemente questi mercati e una forte concorrenza internazionale soprattutto da parte di Paesi della regione come Thailandia, Cina, Giappone e Corea, ma anche da competitors europei come Francia, Germania e Gran Bretagna. Nonostante queste difficoltà rallentino il progressivo rafforzamento delle relazioni commerciali trai i due Paesi, non possiamo non sottolineare come la struttura imprenditoriale del Myanmar, costituita per oltre il 90% da PMI a bassa intensità tecnologica, rappresenti un terreno fertile per possibili cooperazioni. Le nostre realtà imprenditoriali devono incentrare la loro offerta sull’alta tecnologia e la qualità che ci viene internazionalmente riconosciuta per riuscire ad emergere in una concorrenza internazionale sempre più incentrata attorno ad una guerra al ribasso sui prezzi nella quale oggettivamente non possiamo competere. Fondamentale per le nostre imprese è anche saper proporre partnership con trasferimento di know-how e un forte supporto alla formazione.

Entrando più nel dettaglio con dei dati puntuali fornitici dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, le esportazioni italiane verso il Myanmar hanno raggiunto nel 2015 il valore di 94 milioni di dollari, mentre le importazioni dal Myanmar sono ammontate a 19 milioni di dollari. L’Italia attualmente si colloca al quattordicesimo posto tra i partner commerciali del Myanmar anche se gli investimenti diretti italiani sono per ora limitati a poche presenze, principalmente nel settore turismo e dell’energia. Negli ultimi anni grandi gruppi come Unicredit, Leonardo/Finmeccanica ed ENEL si sono recati nel Paese in missioni esplorative. Importante l’investimento di ENI che nel 2013/2014 si è aggiudicata il permesso di esplorazione di due blocchi oil&gas onshore e due blocchi offshore. Le imprese italiane sono presenti in alcuni settori chiave: gas e petrolio (ENI), turismo, agricoltura (tra cui produttori di macchinari quali trattori), manifattura (Danieli per acciaio e Italcementi per cemento), estrazione di marmo e agro-alimentare. L’interesse continua ad essere elevato per quanto riguarda energia elettrica e fonti rinnovabili, costruzioni e infrastrutture, abbigliamento e servizi finanziari.

In conclusione, il Myanmar, soprattutto in questi anni di forti tensioni geopolitiche nell’area mediterranea, può rappresentare un’importante mercato alternativo, essendo in costante crescita e presentando importanti prospettive di sviluppo. Da qui l’appellativo di “ultima frontiera asiatica” che il Paese si è conquistato negli anni più recenti.

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