[LA RECENSIONE] Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato

Maurizio Scarpari, Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato, Bologna: Il Mulino, 2015

Perché il confucianesimo è tornato alla ribalta in Cina? Perché al pensiero di Confucio – già messo al bando dalla Cina maoista, che lo considerava un retaggio feudale – attingono oggi costantemente sia la retorica ufficiale del Partito comunista cinese sia le politiche sociali del governo? Quali sono i limiti dell’utilizzo del confucianesimo come elemento costitutivo di un possibile soft power cinese? A queste domande risponde brillantemente Ritorno a Confucio, il nuovo libro del sinologo Maurizio Scarpari, profondo conoscitore del confucianesimo, di cui OrizzonteCina ha già recensito altre opere.

Il libro può essere in realtà diviso in due parti. La prima passa in rassegna tutte le contraddizioni dello sviluppo economico (dall’inquinamento alla disparità di reddito) e delle politiche sociali (dalla pianificazione delle nascite al welfare, dal sistema di registrazione della residenza all’istruzione) degli ultimi decenni: esse infatti aiutano a comprendere come mai in Cina si registri ampiamente un senso di vuoto morale, che il richiamo al confucianesimo vorrebbe quindi colmare attraverso le nuove narrazioni del “sogno cinese” (Zhongguo meng, 中国梦), del “rinascimento cinese”, e dei “quattro principi onnicomprensivi”. La seconda parte osserva, attraverso le lenti del confucianesimo, lo sviluppo nella Cina di Xi Jinping dei rapporti del potere – che è evidentemente alla ricerca di una nuova fonte di legittimazione che non sia legata soltanto (come avvenne negli anni Novanta del XX secolo) al benessere economico – con la cultura, la tradizione e la società. “Teorie e concezioni che sembravano abbandonate sono oggi rivisitate e riformulate nella consapevolezza che lo sviluppo dell’economia non può procedere ulteriormente senza il sostegno di quei valori, di quegli ideali e di quelle credenze religiose che hanno tenuto insieme così a lungo etnie e culture diverse” (p. 97).

Nella dottrina confuciana – che ha permeato la storia imperiale cinese – il principio gerarchico dell’amore e del rispetto filiale (xiao, 孝) è biunivoco, poiché non è solo il suddito a dovere rispettare il sovrano, ma anche il sovrano ad avere a cuore il bene dei sudditi pena la caduta del mandato a governare, che proviene dal Cielo: “Xiao non implica dunque obbedienza cieca e sottomessa, imposta dall’alto e subita con rassegnazione, ma rispetto sincero che proviene dal cuore, devozione e ammirazione autentiche che impegnano entrambe le parti a mettersi in gioco tutte le volte che la situazione lo richieda, onde evitare errori che potrebbero riverberarsi negativamente sulla famiglia o sull’intera comunità” (pp. 121-122). Non a caso completa il quadro una dettagliata appendice sulla campagna anti-corruzione condotta dal presidente Xi Jinping, sugli scoop giornalistici che hanno smascherato le immense ricchezze della sua famiglia e di quella di Wen Jiabao, e sul fenomeno delle “volpi”, ossia dei funzionari e imprenditori che spediscono all’estero in approdi sicuri il patrimonio e la famiglia – episodi che indubbiamente allontanano la popolazione dai governanti (giustamente, peraltro, l’autore ricorda come esista il rischio concreto che la campagna contro la corruzione, per la sua pervasiva imprevedibilità nel colpire gli attori di un sistema difdusamente corrotto, conduca alla paralisi burocratico-amministrativa).

Anche nelle relazioni internazionali sembra che il Partito, muovendo dalla ricca cultura confuciana, voglia promuovere un nuovo concetto di “armonia” sul quale fondare il proprio soft power (ampio spazio è dedicato anche alle criticità del sistema degli Istituti Confucio). Vi è però una profonda contraddizione in tutto ciò: il soft power, secondo la definizione di Joseph Nye, non ha bisogno di alcun sostegno ufficiale delle autorità governative, ma si autoimpone grazie al suo richiamo a valori universali, o almeno a valori in linea con lo spirito dei tempi. “[P]er risultare davvero seducente, al punto da attrarre gli altri e influenzarne scelte e comportamenti, la cultura deve però possedere una varietà di attributi di qualità dal valore universale, che trascendano la dimensione nazionale. La prospettiva cinese si distingue per essere troppo incentrata sui propri caratteri specifici e condizionata da rigide politiche di governo” (p. 87).

Il problema riguardante il soft power cinese è che i messaggi altisonanti funzionano tanto meglio quanto minore è lo iato tra retorica e realtà: altrimenti, malgrado siano meritevoli di seria attenzione, vengono generalmente recepiti come propaganda (e forse non ha più senso ricorrere al vittimismo per giustificare la tiepida accoglienza in Occidente delle direttive della nuova politica estera cinese, basata su “nuove forme di relazioni tra le grandi potenze” e una “comunità dal destino comune”, descritte nelle pagine finali del testo). Bene fa l’autore a ricordare come l’azione della Rpc nel Mar cinese meridionale contrasti con questi principi. Anzi, proprio questo teatro di crisi regionale costituirebbe lo scenario perfetto per adottare una logica di gestione dei beni pubblici comuni (c.d. global commons), visti i danni ambientali provocati alle risorse idriche e ittiche dalla corsa alla cementifcazione dei reef contesi ad opera delle potenze rivierasche. Che piaccia o meno, il gap tra retorica e realtà tende a esser minore nelle democrazie, che hanno la possibilità e la capacità – grazie all’esercizio della libertà di espressione – di correggere i devastanti errori dei propri governi (ne sanno qualcosa gli Stati Uniti di George W. Bush e Barack Obama). Forse il confucianesimo – un’ottima chiave di comprensione anche di altre realtà non-leniniste ma corporative quali quelle coreana e giapponese – non è popolare nelle democrazie di più antica tradizione poiché il suo elemento regolatore – la gerarchia – mal si sposa con la struttura fluida, orizzontale e reticolare delle società occidentali, accentuatasi almeno a partire dall’epoca della beat generation e rafforzatasi con la diffusione dei social media. Forse a questo fa riferimento la Cina quando parla di “inquinamento spirituale” proveniente dall’Occidente, per le tensioni che indubbiamente esso crea quando l’individualismo s’infiltra nei contesti gerarchici. In Occidente la cultura (spesso inizialmente alternativa) ha plasmato le società e si è diffusa oltre i confini nonostante (e a volte contro) i pensieri e gli auspici ufficiali dei governi: senza volere accostare il diavolo all’acqua santa, immaginiamo soltanto per un secondo che cosa negli anni Settanta i benpensanti di Westminster pensassero del glam rock, mentre osserviamo nel 2016 il primo ministro britannico David Cameron piangere, con il mondo, la morte del suo concittadino David Bowie, la cui arte è parte integrante del soft power culturale inglese.

 

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