La potenza marittima cinese: minaccia o tutela alla libertà dei mari?

Se si osserva il mondo da Washington con occhi attenti alla dimensione militare, la Cina parrebbe porre una delle maggiori sfide al principio della libertà di navigazione. Secondo la prospettiva americana, infatti, la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) sarebbe dedita con particolare solerzia al potenziamento delle proprie capacità di anti-access/area denial (A2/AD). Si tratta di un insieme di capacità a lungo e a breve raggio: le prime, volte a impedire al nemico di accedere a una determinata area operativa (anti-access); le seconde, finalizzate a limitarne la libertà d’azione una volta che questi vi abbia avuto accesso (area denial). Stando alle ripetute denunce del Dipartimento della Difesa americano, la Cina avrebbe infatti acquisito nel tempo avanzate capacità di interdizione basate su “molteplici strati di sistemi offensivi che utilizzano il mare, l’aria, lo spazio e il cyberspazio”.

In effetti il potenziamento delle capacità di interdizione nei mari regionali è per la Cina un obiettivo centrale sin dagli anni Ottanta. Le crescenti tensioni con altri Stati costieri della regione per il controllo su isole e spazi marittimi contesi inducevano in quegli anni Pechino a porre le capacità di interdizione al centro del nascente programma di modernizzazione navale dell’EPL. Una tendenza che si sarebbe ulteriormente consolidata nel decennio successivo, quando l’acuirsi delle tensioni fra Cina continentale e Taiwan imponeva a Pechino di fare i conti con il complesso scenario di una possibile riunificazione forzata e di un probabile intervento americano. L’ordine delle priorità non sarebbe cambiato neppure nell’ultimo decennio, nonostante il rasserenamento delle relazioni con Taipei durante gli anni di governo del Kuomintang (2008-2016).

Da parte cinese si è sempre negato che la modernizzazione della Marina dell’EPL rappresenti una minaccia alla libertà di navigazione nella regione. A essere respinta è anzitutto la terminologia impiegata dagli Stati Uniti: il generale Luo Yuan, popolare commentatore di questioni militari, ha per esempio contestato il concetto stesso di A2/AD, ribaltando il ragionamento di Washington e argomentando come le capacità di interdizione sviluppate dalla Cina siano più correttamente definibili “anti-aggressione” (fan qinglüe), poiché volte a proteggere il paese da forze militari americane dispiegate ormai “davanti alla porta di casa”.

Al di là delle schermaglie retoriche, è tuttavia evidente che il potenziamento delle capacità di interdizione cinesi pone un’oggettiva sfida per gli Stati Uniti, poiché rischia di trasformare le regioni marittime dell’Asia orientale in ciò che Barry Posen definiva, in un celebre articolo di quindici anni fa, una “zona contesa”: vale a dire un’arena di combattimento convenzionale in cui un soggetto militarmente inferiore è in grado di infliggere considerevoli danni alle forze americane, a dispetto delle superiori capacità di queste ultime. Le ripercussioni sarebbero politicamente decisive: ostacolati nella propria libertà di accesso alla regione, gli Stati Uniti perderebbero di credibilità dinanzi ai propri alleati asiatici, che non potrebbero più fare sicuro affidamento sul sostegno americano in caso di conflitto con la Cina. In questo senso, il potenziamento delle capacità di interdizione cinesi rischia di mettere in tensione l’intero sistema delle alleanze americane nella regione.

Se nei mari dell’Asia orientale gli interessi cinesi e americani appaiono dunque confliggenti, ben diversa è la situazione allargando lo sguardo oltre l’orizzonte delle acque regionali. Negli oceani globali, infatti, la Cina condivide con gli Stati Uniti il preminente interesse alla libertà di navigazione, per ragioni che hanno principalmente a che fare con la traiettoria seguita dallo sviluppo economico del paese sin dai primi anni Ottanta. L’apertura dell’economia cinese al mondo esterno ne ha infatti determinato la crescente dipendenza dal commercio, che avviene come noto prevalentemente via mare, lungo un ristretto fascio di rotte su cui si concentra buona parte degli scambi internazionali. Cruciali per la Cina sono in particolare le rotte che connettono l’Asia orientale al Medio Oriente e all’Europa, attraverso il Mar Cinese orientale e meridionale, la regione degli stretti del Sud-est asiatico e l’Oceano indiano.

Nave portacontainer nel porto di Ningbo. Fonte: Governo cinese.

Così, sin dai primi anni Duemila, le fonti cinesi hanno annoverato fra gli interessi nazionali del paese la “sicurezza marittima” (haishang anquan), intesa come bene pubblico di rilievo per l’intera comunità internazionale. Nella misura in cui è funzionale a garantire la sicurezza dei commerci internazionali, la supremazia navale americana non rappresenta quindi per Pechino una minaccia, bensì il necessario presidio a tutela di un interesse cruciale del paese. Se cioè nelle acque regionali dell’Asia orientale paiono prevalere le ragioni di una contrapposizione fra le due potenze, nelle acque globali si aprono invece significative opportunità per l’integrazione della Cina entro l’ordine a guida americana.

L’esempio più significativo è senza dubbio offerto dalla partecipazione cinese alle attività di contrasto della pirateria nel Golfo di Aden. Avviata a inizio 2009, la missione cinese ha visto l’avvicendamento nella regione di ventisette squadre navali, incaricate di proteggere le navi mercantili in transito. La Marina dell’EPL si è così trovata a operare fianco a fianco di numerose altre Marine, presenti nella regione su base nazionale o entro dispositivi multinazionali a guida occidentale (EUNAVFOR “Atalanta”, NATO “Ocean Shield” e “Combined Task Force 151”). Benché le squadre navali cinesi abbiano operato autonomamente, costante è stata l’interazione con gli altri attori presenti nella regione, mediante l’attiva partecipazione cinese ai meccanismi di coordinamento, come il foro multilaterale SHADE (Shared Awareness and Deconfliction). Il ruolo giocato dalla Cina nel Golfo di Aden è dunque la dimostrazione che l’interesse alla sicurezza delle vie di comunicazione marittima incentiva il coinvolgimento cinese nella governance degli spazi marittimi globali. Non a caso, è proprio in questa chiave che Pechino ha voluto legittimare la decisione di stabilire la propria prima “base di supporto” (baozhang jidi) all’estero, inaugurata ad agosto 2017 a Gibuti e presentata come funzionale alle crescenti “responsabilità internazionali” del paese.

La nave cinese Huang Gang, impegnata nel Golfo di Aden, riceve la visita di una delegazione europea – giugno 2017. Fonte: EUNAVFOR.

Contemporaneamente, però, quello stesso interesse produce anche un significativo rovesciamento dell’approccio cinese verso le capacità di interdizione. Se cioè da un lato la Cina continua a presentare le proprie capacità di interdizione come “anti-aggressione”, dall’altro essa percepisce sempre più come una minaccia le capacità analoghe che vengono sviluppate da paesi terzi a ridosso delle vie di comunicazione marittima globali. A destare preoccupazione è soprattutto l’arco marittimo compreso fra il Mar Cinese meridionale e il Golfo di Aden e avente come suo perno l’Oceano indiano. Già quindici anni fa Zhang Wenmu, uno fra i più controversi profeti cinesi del potere marittimo, vedeva nella competizione per il controllo sull’Oceano indiano uno dei motori della politica internazionale contemporanea e metteva in guardia la Cina dal sottovalutarne le implicazioni. A suo parere, anzi, proprio la centralità geopolitica dell’Oceano Indiano avrebbe imposto a Pechino di consolidare il controllo sulle isole contese del Mar Cinese meridionale, da cui proiettare la propria potenza militare verso la regione per assicurarsi la libertà di navigazione.

È interessante notare come queste generiche preoccupazioni per la potenziale interruzione delle comunicazioni marittime nell’Oceano Indiano abbiano assunto di recente contorni più definiti, con riferimento a uno scenario specifico. Nell’estate del 2017, durante lo stallo militare fra Cina e India sull’altopiano del Doklam, traspariva sulla stampa cinese il timore che l’India potesse aprire un “secondo fronte” nell’Oceano Indiano, bloccandone il transito alle navi cinesi. Significativo appare in questo senso un commento pubblicato sul quotidiano Huanqiu Shibao all’inizio di agosto a firma di Li Jie, “esperto navale” in auge sulla stampa nazionalista. Secondo Li, in caso di conflitto aperto New Delhi sarebbe pronta a far leva sul proprio “vantaggio geografico” derivante dal controllo delle isole Andamane e Nicobare, all’imbocco nord-occidentale dello Stretto di Malacca. Da qui, grazie alle capacità di interdizione sviluppate negli ultimi vent’anni, l’India potrebbe chiudere a piacimento le vie di comunicazione che collegano Oceano Pacifico e Oceano Indiano, trasformando quest’ultimo in un vero e proprio “Lago indiano” (Yindu hu).

Alla prova di una grave crisi regionale, insomma, quelle stesse capacità di interdizione che la Cina sta da decenni sviluppando a propria difesa nei mari dell’Asia orientale appaiono – nelle mani altrui – una formidabile minaccia alla sicurezza nazionale del paese. È questo un segnale dell’ambiguità di fondo che caratterizza l’atteggiamento cinese verso il principio della libertà dei mari: un’ambiguità che è propria di una potenza in transizione, da un orizzonte marittimo meramente regionale a uno più compiutamente globale.

Per saperne di più:

Dossi, S. (2015) “La politica di difesa cinese: una trasformazione lunga trent’anni”, OrizzonteCina, vol. 6(5), settembre-ottobre 2015, pp. 2-5. Disponibile su: www.twai.it/articles/la-politica-di-difesa-cinese-una-trasformazione-lunga-trentanni/

Erickson, A. S., e Strange, A. M. (2013) No substitute for experience. Chinese antipiracy operations in the Gulf of Aden, U.S. Naval War College, China Maritime Studies, n. 10.
Disponibile su: www.andrewerickson.com/wp-content/uploads/2013/11/China-Antipiracy-Ops-in-GoA_CMS10_201311.pdf

Posen, B. R. (2003) “Command of the commons. The military foundation of U.S. hegemony”, international Security, vol. 28(1), estate 2003, pp. 5-46. Disponibile su: www.belfercenter.org/publication/command-commons-military-foundation-us-hegemony

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