La politica di difesa cinese: una trasformazione lunga trent’anni

Gli osservatori internazionali prestano crescente attenzione alla dimensione militare dell’ascesa cinese. Ciò vale anzitutto per il ruolo che Pechino gioca nella complessa vicenda delle controversie marittime in Asia orientale. Nel corso del 2015, in particolare, l’attenzione si è concentrata sul potenziale militare dei lavori di ampliamento effettuati dalla Cina su alcune isole e scogli sotto proprio controllo nel Mar cinese meridionale. Il rafforzamento delle capacità di proiezione che potrebbe derivarne è motivo di allarme per diversi paesi della regione, che per tutta risposta si vanno allineando sempre più agli Stati Uniti. D’altra parte, non tutti gli aspetti del crescente ruolo militare della Cina implicano il rischio di una maggiore conflittualità. In questo stesso 2015, grande interesse ha suscitato per esempio l’impegno di Pechino a rafforzare ulteriormente il proprio contributo alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. Intervenendo dinanzi all’Assemblea generale in settembre, il presidente Xi Jinping ha infatti annunciato che Pechino metterà a disposizione dell’organizzazione 8mila militari, a conferma di una crescente assunzione di responsabilità internazionali.

Tutto ciò contribuisce all’immagine di una Cina che non è soltanto una grande potenza economica, ma – sempre più – anche una grande potenza militare. L’attuale politica di difesa cinese non è, però, un fenomeno estemporaneo, derivante dalle scelte compiute in questi ultimi anni o addirittura – come si tende talvolta a credere – dal nuovo corso inaugurato dall’attuale leadership capeggiata da Xi Jinping. È, al contrario, il risultato di una lunga evoluzione, le cui origini risalgono agli anni Ottanta – decennio quanto mai fecondo di trasformazioni in Cina, sul piano economico, politico, e anche militare. Proprio quest’anno ricorre il trentesimo anniversario di un passaggio-chiave di questa trasformazione: la sessione allargata della Commissione militare centrale che nella primavera del 1985 decise la cosiddetta “transizione strategica” (zhanlüe zhuanbian, 战略转变). E allora conviene ripartire proprio da lì, dalle scelte compiute nel lontano 1985, per cogliere la dimensione di più lungo periodo del cambiamento e poterne comprendere al meglio gli sviluppi più recenti.

Una “transizione strategica”

L’Esercito popolare di liberazione (Epl) viene oggi rappresentato come un’organizzazione moderna e proiettata verso il mondo esterno, ma ben diverso era il quadro all’inizio degli anni Ottanta. Reduci dalle traversie della rivoluzione culturale, le Forze armate cinesi erano allora un’organizzazione “sovradimensionata e caotica” (yongzhong pangza, 臃肿庞杂), decisamente obsoleta nell’equipaggiamento e quanto mai ripiegata sulle dinamiche interne della Cina. Ancora alla fne degli anni Settanta prevaleva infatti a Pechino una valutazione pessimistica del contesto internazionale: “guerra e rivoluzione” restavano i due temi dominanti, mentre imminente appariva il rischio di un’invasione sovietica. La grande strategia del paese restava dunque quel “fronte unito contro l’egemonismo sovietico” (fandui Sulian baquanzhuyi de tongyi zhanxian, 反对苏联霸权主义的统一战线) che aveva a suo tempo determinato il riavvicinamento di Pechino a Washington. Su questo sfondo, l’Epl era chiamato a prepararsi al combattimento, secondo una dottrina militare la cui stessa denominazione ufficiale suggeriva uno scenario apocalittico: “combattere presto, combattere in grande, combattere una guerra nucleare” (zao da, da da, da he zhanzheng, 早打、大打、打核战争).

Nei primi anni del decennio successivo, tuttavia, il quadro iniziò gradualmente a cambiare. Lentamente, la dirigenza cinese ridimensionò la minaccia posta da Mosca e rivide la propria lettura del contesto internazionale, sino alla celebre dichiarazione di Deng Xiaoping del 1985, secondo cui la politica internazionale era ormai dominata da due nuovi temi: “pace e sviluppo” (heping yu fazhan, 和平与发展). Parallelamente, veniva rivista la grande strategia del paese e al “fronte unito” subentrava la nuova “politica estera indipendente per la pace” (duli zizhu heping waijiao zhengce, 独立自主和平外交政策), adottata ufficialmente nel settembre 1982 durante il XII Congresso nazionale del Partito comunista cinese. Due ne erano i principi-cardine, tuttora in vigore: l’indipendenza, cui corrispondeva un allentamento delle relazioni con Washington e l’avvio di un lento percorso di distensione con Mosca; e la pace, vale a dire il mantenimento della stabilità internazionale come precondizione per il successo delle ambiziose riforme economiche interne, intraprese in quegli stessi anni.

Necessariamente, cambiavano anche missioni e ruolo dell’Epl. Veniva così avviata una fase di profonda revisione dottrinale, che si sarebbe conclusa nel 1985. Convocata in sessione allargata dal 23 maggio al 6 giugno di quell’anno, la Commissione militare centrale – organo di vertice politico-militare – approvava la “transizione strategica” dallo “stato di guerra imminente” al “binario della costruzione pacifica”. Anziché prepararsi a combattere nel breve periodo, l’Epl era ora chiamato a sfruttare al meglio la fnestra di opportunità aperta dall’allentamento delle tensioni internazionali per concentrarsi sugli sforzi di modernizzazione interna. Per agevolare il percorso si decideva di ridimensionare la mole dell’organizzazione militare, a partire da una drastica riduzione del personale, cresciuto in modo vertiginoso durante gli anni della rivoluzione culturale sino a toccare i 4,75 milioni di unità nel 1981. La Commissione militare centrale approvava quindi un imponente piano di smobilitazione, che avrebbe avuto un impatto particolarmente significativo soprattutto sui livelli di comando dell’organizzazione.

Parallelamente, veniva rivista la dottrina militare: il vecchio concetto di “combattere presto, combattere in grande, combattere una guerra nucleare” era ora sostituito dalla nuova dottrina di base delle “guerre locali” (jubu zhanzheng, 局部战争). All’Epl si chiedeva cioè di prepararsi non più a una guerra generale, bensì a una “guerra condotta in un’area circoscritta, con fni, mezzi e portata piuttosto limitati”. Notevoli erano in particolare le implicazioni spaziali di questa revisione dottrinale. Secondo la vecchia dottrina, l’Epl avrebbe combattuto esclusivamente sul territorio nazionale cinese, applicando il tradizionale principio maoista di “attrarre il nemico in profondità” (you di shenru, 诱敌深入). Secondo la dottrina delle “guerre locali”, per contro, l’Epl avrebbe d’ora innanzi fronteggiato un nemico animato da obiettivi politici limitati, in combattimenti circoscritti alle regioni periferiche della Cina. Ne derivava sul piano operativo un ribaltamento concettuale, per cui al principio-guida di “attrarre il nemico in profondità” si sostituiva il suo contrario: “impedire al nemico di penetrare in profondità, proteggere i centri politici e militari dello Stato e i punti di rilevanza cruciale per la situazione complessiva”. Il teatro spaziale dei combattimenti si spostava così definitivamente dal nucleo del territorio cinese alle periferie dell’Asia orientale – quelle continentali, ma per la prima volta anche quelle marittime.

Aggiustamenti in corso d’opera

Così come la grande strategia resta tuttora ancorata ai due principi di “indipendenza” e “pace” formulati nel 1982, la dottrina militare resta parimenti ancorata al concetto di “guerra locale” introdotto nel 1985. Su questo sfondo, alcuni aggiustamenti sono stati introdotti nei decenni successivi, sulla base della lettura data dalla dirigenza cinese ai coevi confitti armati.

Un nuovo ciclo di revisione dottrinale fu anzitutto innescato dalla guerra del Golfo del 1991, che esercitò una profonda influenza sul dibattito strategico cinese. Ne derivò la nuova dottrina delle “guerre locali in condizioni di alta tecnologia” (gao jishu tiaojian xia jubu zhanzheng, 高技术条件下局部战争), adottata dalla Commissione militare centrale a inizio 1993. Le guerre del futuro cui l’Epl doveva prepararsi restavano “locali” nel senso individuato nel 1985, ma veniva ora evidenziato il ruolo determinante giocato delle nuove tecnologie. Ciò aveva conseguenze significative soprattutto sui tempi del combattimento, poiché – e in questo l’esperienza della guerra del Golfo era illuminante – le nuove tecnologie consentivano al più forte di sconfiggere il più debole già nelle fasi iniziali della guerra. Si trattava dunque di modificare l’impianto della dottrina operativa, richiedendo all’Epl di contrattaccare sin dalle fasi iniziali del confitto, con un approccio che – pur sempre difensivo sul piano strategico – si faceva però più marcatamente offensivo sul piano operativo. Un ulteriore aggiustamento sarebbe stato introdotto dieci anni più tardi, quando la definizione delle guerre future venne perfezionata nella formula delle “guerre locali in condizioni di informatizzazione” (xinxihua tiaojian xia jubu zhanzheng, 信息化条件下局部战争), con l’enfasi ora sulla tecnologia informatica che tanto aveva pesato sugli esiti delle guerre in Kosovo (1999), Afghanistan (2001) e Iraq (2003).

Una nuova revisione – questa volta nel senso di un’estensione dei compiti dell’Epl – venne disposta a metà degli anni Duemila. Nel 2005 la Commissione militare centrale approvava il nuovo concetto di “rafforzare la capacità di affrontare minacce molteplici alla sicurezza e di compiere missioni militari diversifcate” (tigao yingdui duozhong anquan weixie, wancheng duoyanghua junshi renwu nengli, 提高应对多种安全威胁,完成多样化军事任 务能力). Si prendeva così atto della crescente complessità delle minacce gravanti sulla sicurezza nazionale cinese e su queste basi si richiedeva all’Epl di diversificare le proprie operazioni militari, concentrandosi non più solo sulla preparazione a eventuali guerre future, ma anche su forme più flessibili di impiego della forza armata – ciò che le fonti cinesi definiscono abitualmente, con termine mutuato dal lessico americano, “operazioni militari diverse dalla guerra” (fei zhanzheng junshi xingdong, 非战争军事 行动). Rientrano tra queste le operazioni antiterrorismo, il contrasto al traffico di stupefacenti, il peacekeeping, ma anche una vasta gamma di operazioni a sostegno delle autorità civili.

Si noti che anche le citate revisioni dottrinali disposte negli anni Novanta e Duemila sono state accompagnate da consistenti misure di smobilitazione, volte a facilitare l’adattamento dell’organizzazione militare ai nuovi obiettivi. La riduzione del personale totale dell’Epl ai suoi livelli attuali (stimati in 2,333 milioni di unità) è infatti avvenuta con due ulteriori cicli di smobilitazione, avviati rispettivamente nel 1997 e nel 2003, e ancora una volta mirati soprattutto ai segmenti alti dell’organizzazione.

Chiavi di lettura

È proprio allargando la visuale a questa prospettiva di più lunga durata che diventa possibile osservare gli sviluppi recenti con chiavi di lettura adeguate. È il caso anzitutto della crescente proiezione cinese in teatri spaziali nuovi: e questo a partire proprio da quei teatri marittimi che sono oggi centrali nella percezione esterna di una Cina sempre più rilevante negli equilibri militari.

Come osservato sopra, fu appunto la revisione dottrinale della metà degli anni Ottanta ad attribuire nuova valenza strategica alle periferie marittime del paese, che sino ad allora avevano giocato un ruolo sostanzialmente marginale nella politica di difesa cinese. Fu non a caso in quegli anni che – parallelamente alla revisione della dottrina militare in generale – venne condotta anche una revisione della dottrina navale, con graduale ampliamento del perimetro d’attività della Marina militare. Se fno ad allora quest’ultima aveva di fatto circoscritto le operazioni alle sole acque costiere, la nuova dottrina della “difesa nei mari vicini” (jinhai fangyu, 近海防御) indicava ora come teatro di riferimento i mari dell’Asia orientale – ovvero il Golfo di Bohai, il Mar giallo, il Mar cinese orientale e il Mar cinese meridionale. Proprio in questi spazi si andava allora delineando una competizione crescente tra Stati costieri per il controllo di arcipelaghi contesi. Era in questo contesto che si giungeva nel marzo 1988 allo scontro diretto tra forze cinesi e vietnamite nell’arcipelago delle Spratly, in una breve battaglia navale vinta dalla Marina cinese – e vale forse la pena di notare che proprio due delle isole oggetto dello scontro di allora, Johnson Reef e Fiery Cross Reef, sono oggi al centro delle polemiche per i lavori di ampliamento effettuati dalla Cina.

In anni più recenti, il perimetro di attività della Marina è stato ulteriormente esteso, al di là delle acque regionali. Gradualmente le fonti cinesi hanno segnalato un’attenzione crescente per i cosiddetti “mari lontani” (yuanhai, 远海), sino al libro bianco del 2015 sulla Strategia militare della Cina, nel quale per la prima volta si ufficializza il concetto di “protezione nei mari lontani” (yuanhai huwei, 远海护卫) come necessario complemento della tradizionale “difesa nei mari vicini”. Quali siano i compiti cui la Marina dell’Epl è chiamata in questo secondo e più vasto perimetro operativo è a sua volta chiaro se si legge questa recente evoluzione alla luce della “diversificazione” delle operazioni militari decisa nel 2005. Per un’economia sempre più integrata nella rete degli scambi commerciali internazionali, diviene fondamentale la stabilità di quelle vie di comunicazione marittima globali su cui transita la gran parte delle merci importate ed esportate. Da qui l’interesse cinese per la “sicurezza marittima” (haishang anquan, 海上安全) e la disponibilità a un impegno diretto in taluni spazi marittimi che sono sì lontani dall’Asia orientale, ma pur tuttavia cruciali per la sicurezza nazionale cinese. Ecco dunque la partecipazione cinese alle operazioni di contrasto della pirateria nel Golfo di Aden, esempio concreto delle “operazioni militari diverse dalla guerra” citate sopra.

Ma una prospettiva di lunga durata ci aiuta anche a cogliere appieno strumenti e metodi della riforma militare in Cina. Grande interesse ha suscitato l’annuncio dell’imminente smobilitazione di 300mila militari, dato da Xi Jinping nella solenne cornice della parata del 3 settembre 2015. Una simile decisione non può essere compresa nelle sue reali implicazioni se non viene collocata sullo sfondo del lungo percorso di successive smobilitazioni intrapreso dall’Epl sin dai primi anni Ottanta. Già allora la smobilitazione non era finalizzata alla mera riduzione quantitativa del numero di effettivi, bensì a una più complessa ristrutturazione qualitativa dell’Epl. Si può anzi dire che, dall’inizio degli anni Ottanta, proprio la smobilitazione abbia costituito la principale politica pubblica di cui le autorità cinesi si sono servite per riformare lo strumento militare, adattandolo alle nuove esigenze poste dal contesto internazionale. Diviene quindi chiaro anche il senso di questo nuovo ciclo di smobilitazione: non già un ridimensionamento dell’Epl, bensì una sua ristrutturazione che lo renda organizzativamente più coerente con i recenti sviluppi dottrinali. Resta da vedere come la smobilitazione verrà attuata, ma in base all’esperienza passata è lecito ipotizzare che gli interventi sulla struttura portante dell’Epl saranno tutt’altro che marginali – e che la smobilitazione sarà anzi utilizzata come leva per quella riforma complessiva di cui da tempo si parla.

Come spesso accade, guardare indietro è dunque essenziale per comprendere quale direzione la Cina stia oggi prendendo, anche sul delicato terreno della politica di difesa. Con questo numero, OrizzonteCina si propone pertanto di fornire alcune chiavi di lettura per una riflessione attorno alla difesa nazionale cinese che superi l’approccio di breve respiro spesso prevalente. Di seguito proponiamo quindi una serie di brevi e puntuali contributi che affrontano ciascuno un nodo tematico di particolare importanza per il futuro della politica di difesa cinese. Nel contributo che segue, Zhu Zhongbo ci offre un punto di vista cinese sul legame tra la strategia della Cina di oggi e la sua esperienza storica – un aspetto spesso sottovalutato, ma assai illuminante. Segue una riflessione a due voci su temi che sono tra i più intriganti e decisivi per il futuro della politica di difesa cinese: Andrea Ghiselli scrive della crescente partecipazione cinese al peacekeeping, con attenta ricostruzione dei passaggi compiuti in questi ultimi anni; Alessandro Arduino esamina invece l’emergere delle compagnie di sicurezza private cinesi, nuovi attori che si vanno ritagliando un ruolo sempre più significativo nella protezione dei grandi interessi economici cinesi all’estero. Quali siano le implicazioni che queste profonde trasformazioni avranno per noi – occidentali, europei, italiani – è l’oggetto dei due contributi conclusivi: il generale Cucchi propone un’autorevole disamina delle implicazioni per la Nato e per l’Unione europea; mentre Nicola Casarini – all’interno della rubrica “Europa&Cina” – analizza l’evoluzione delle relazioni militari tra Cina ed Europa, esaminandone le ragioni strategiche e le prospettive future.

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