La crisi dei Rohingya e le implicazioni per la Malaysia come nazione marittima

Un raduno organizzato a Kuala Lumpur a fine 2016 per protestare contro le violenze ai danni dei Rohingya in Myanmar. Immaigne: AP

La catastrofica crisi umanitaria che colpisce lo stato Rakhine dalla fine degli anni Settanta è risultata in quasi un milione di rifugiati Rohingya in fuga principalmente via terra verso Cox’s Bazar in Bangladesh e via mare attraverso il Mare delle Andamane e lo Stretto di Malacca in direzione di Thailandia, Malaysia e Indonesia.

Paesi di destinazione dei rifugiati Rohingya

Potenziali implicazioni per la Malaysia

Tra le più gravi a livello globale, la crisi dei Rohingya ha avuto effetti non solo all’interno del Myanmar, ma anche sugli stati della regione come la Malaysia, che negli ultimi quarant’anni ha funto da via di transito primaria per i rifugiati in fuga dai devastanti conflitti che hanno colpito la regione,[1] tra cui quelli in Myanmar, in cerca di rifugio sia temporaneo sia permanente. La questione dei Rohingya costituisce pertanto una preoccupazione di primo piano per i Paesi marittimi e viene vista da ricercatori e think tanks come una potenziale minaccia alla pace e alla stabilità regionale.

I. La minaccia alla sicurezza nazionale

Pur non essendo parte della Convenzione sullo statuto dei rifugiati del 1951 e del suo Protocollo del 1967, la Malaysia ha costantemente accettato i rifugiati Rohingya su base ad hoc per ragioni umanitarie. Infatti, come mostra il grafico sottostante, tra il 2012 e il 2015 quasi 100.000 rifugiati hanno raggiunto il Paese via mare attraverso la Baia del Bengala e il Mare delle Andamane.

Al fine di gestire tale flusso, il governo malaysiano ha adottato varie misure tra cui l’introduzione di un programma pilota che garantisca la possibilità di lavorare legalmente ed essere economicamente autonomi prima di essere trasferiti in Paesi del Terzo Mondo. Tuttavia, il programma non affronta la posizione dei Rohingya non registrati che, non godendo dello status di rifugiati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), sono costretti a vivere in modo precario ai margini della società e rischiando l’arresto come immigrati illegali. Tale situazione crea problemi sociali e spinge molti verso la criminalità organizzata transnazionale, ponendo problemi di sicurezza alle agenzie governative. La Malaysia deve essere consapevole di questo rischio dal momento che, come sottolineato da un report della Royal Malaysian Police, il crimine organizzato sta cercando nuovi approcci e opportunità per espandersi nella regione oltre il proprio perimetro tradizionale. Allo stesso tempo, a causa della posizione geografica e dello sviluppo economico, la Malaysia costituisce terreno fertile per la tratta di donne e minori. Uno studio del 2015[2] ha messo in luce che nei mesi di aprile e maggio dello stesso anno sono stati scoperti campi di trafficanti di esseri umani da entrambi i lati del confine tra Thailandia e Malaysia in conseguenza dell’enorme migrazione di rifugiati via mare di inizio 2015 che ha complicato gli sforzi dei governi di controllare i propri confini. I rifugiati Rohingya non riconosciuti dalle Nazioni Unite e privi di garanzie rischiano pertanto di essere coinvolti in attività quali traffico di esseri umani o di droga, sia direttamente sia indirettamente, venendo raggirati, reclutati, adescati e costretti a prendere parte a sfruttamento della prostituzione, lavoro forzato e traffici illeciti, dando così l’opportunità a gruppi criminali di espandere il raggio delle proprie attività nel Paese. La situazione può quindi degenerare in attività terroristiche dal momento che, come indicato dal Ministro degli Esteri della Malaysia, la crisi umanitaria è utilizzata come uno strumento per rafforzare attività terroristiche nella regione. I gruppi terroristici possono infatti reclutare i rifugiati Rohingya soddisfacendone i bisogni primari e offrendo loro un senso di appartenenza che i Paesi ospitanti non riescono a garantire. Se le attività militanti nella regione dovessero divenire incontrollabili, le risorse e le misure di sicurezza degli stati dell’area, Malaysia inclusa, sarebbero sottoposte a forte pressione. Di conseguenza, una gestione non adeguata della questione dei Rohingya ostacolerebbe verosimilmente in modo rilevante la salvaguardia della pace e della stabilità del Paese.

II. Pressione sulla situazione geo-economica

Nonostante le attività terroristiche evidenzino in primo luogo “l’incubo” per la sicurezza regionale e nazionale, la loro minaccia per l’economia malaysiana non deve essere ignorata. Gli attacchi terroristici del sedicente Stato Islamico che hanno di recente colpito il Sud-est asiatico (a Bangkok nell’agosto 2015 e a Giacarta nel gennaio 2016), hanno colpito soprattutto stranieri rischiando di comprometterne il senso di sicurezza, con possibili ripercussioni negative sull’economia malaysiana. Infatti, la Malaysia sfrutta le opportunità economiche derivanti dallo Stretto di Malacca, infrastrutture di prim’ordine, un sistema legale e istituzionale solido, un clima favorevole agli affari e attrazioni naturali e non per visitatori e investitori internazionali[3]. Lo Stretto di Malacca, una delle rotte marittime più trafficate al mondo, è un passaggio vitale per il trasporto di merci e persone da Europa e India verso il resto dell’Asia e l’Australia.[4] Lo Stretto è inoltre un’arteria vitale per il trasporto di energia a livello globale (diretta in particolare verso le potenze economiche dell’area Cina, Giappone e Corea del Sud): nel 2015 circa un terzo dei prodotti petroliferi e altri liquidi trasportati via mare (il 61% del totale) è transitato da Malacca, facendone il secondo stretto per passaggio di petrolio al mondo dietro allo Stretto di Hormuz. Come mostra il grafico seguente, nel 2016 sono transitate 83.740 navi e il trend è in crescita grazie alla presenza di porti container, favorendo gli scambi commerciali e l’economia della Malaysia che nel 2018 ha visto l’interscambio con la sola Cina raggiungere i 96,03 miliardi di dollari.[5]

Malacca: uno Stretto sempre più trafficato

Il progetto Melaka Gateway, investimento connesso all’Iniziativa “Belt and Road” (BRI) di Pechino, è significativamente situato nello Stretto di Malacca, rafforzando gli interessi geo-economici della Malaysia. Pertanto, ogni forma di terrorismo nella regione avrebbe nello Stretto di Malacca un obiettivo primario e, minando la fiducia dei partner commerciali del Paese, gravi ripercussioni geo-economiche sulla Malaysia.

III. Un dilemma geo-strategico

La crisi dei Rohingya si inserisce così nella geo-strategia dello Stretto di Malacca, dal momento che quest’ultimo è utilizzato dai profughi in fuga dalle persecuzioni. Le stesse acque non rappresentano però, storicamente, solo un interesse cruciale per lo sviluppo economico e per le relazioni internazionali della Malaysia[6], ma sono altresì di primaria importanza per molti altri Paesi grazie alla loro rilevanza economica e strategica[7], in particolare per gli stati membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), potenze marittime come gli Stati Uniti, potenze regionali come Cina, Giappone, India e Corea del Sud, e attori più distanti come l’Unione Europea.[8] In quanto principale anello di congiunzione tra Oceano Indiano e Pacifico, questi attori guardano allo Stretto con grande interesse perché da esso dipende la stabilità geopolitica della regione e la sicurezza delle rotte di navigazione internazionali. Le minacce da parte di organizzazioni criminali transnazionali, incluse quelle di matrice terroristica, derivanti dalla crisi dei Rohingya non solo aumenterebbero le preoccupazioni legate alla sicurezza tra chi utilizza lo Stretto di Malacca, ma potrebbero anche indurre potenze straniere a cercare un ruolo più attivo. E se il coinvolgimento di una pluralità di attori potrebbe, in generale, essere efficace nel contrasto alle attività transfrontaliere illecite, verosimilmente allo stesso tempo condurrebbe a una militarizzazione simile a quella che si sta sviluppando nel Mar Cinese Meridionale. Infatti, un dispiegamento militare da parte di un numero elevato di stati non costieri giustificato dalla necessità di garantire maggior sicurezza, come avviene nel Mar Cinese Meridionale con il dispiegamento navale cinese, potrebbe compromettere la giurisdizione degli stati costieri, disturbare gli accordi in vigore, e avere un impatto negativo sulle relazioni pragmatiche della Malaysia con le controparti regionali e globali.

Come migliorare la gestione dei rifugiati Rohingya in Malaysia

Secondo i dati dell’UNHCR a fine febbraio 2018 in Malaysia c’erano 154.400 rifugiati e richiedenti asilo e tra questi 68.510 erano Rohingya. Oltre a quelli registrati vi è però un numero significativo di Rohingya non registrati. Pertanto, il Governo malaysiano potrebbe istituire un sistema di registrazione immediata (Instant Comprehensive Registration System – ICRS) tramite verifiche biometriche che permetterebbe di tracciare facilmente movimenti e attività dei Rohingya non registrati dall’UNHCR. Tale sistema potrebbe essere proposto alle organizzazioni basate sulle comunità locali dei Rohingya[9] diffuse nel Paese[10] per facilitare la registrazione e per individuare ogni forma di attività illegale come traffico di esseri umani o di droga, e in generale una gestione migliore nel prossimo futuro. Nell’istituzione di tale meccanismo il governo malaysiano potrebbe beneficiare della consulenza della stessa UNHCR relativamente ad approcci e metodi per la registrazione dei Rohingya.

Va sottolineato che un più elevato grado di controllo permetterebbe anche a un maggior numero di Rohingya di accedere legalmente al mercato del lavoro e di essere economicamente autonomi prima di essere ricollocati in Paesi del Terzo Mondo. La comunità internazionale ha applaudito la Malaysia per la gestione dei rifugiati vietnamiti negli anni Settanta e Ottanta, evento che portò il Paese a redigere nel marzo 1989 a Kuala Lumpur un piano di azione internazionale globale (International Comprehensive Plan of Action, CPA) per i rifugiati indocinesi e la sua successiva adozione alla conferenza internazionale di Ginevra nel giugno dello stesso anno.[11] L’istituzione del CPA non solo permise di arginare il flusso di boat people provenienti da Vietnam, Cambogia e Laos, ma fornì anche un impianto per il riconoscimento dello status di rifugiato per i richiedenti asilo di questi Paesi e il loro rimpatrio volontario o il reinsediamento in Paesi terzi. Tramite un efficace coordinamento con questi ultimi e con gli stati d’origine, la Malaysia riuscì a garantire protezione temporanea ai rifugiati vietnamiti nel campo di Terengganu, mentre venivano esaminati dall’UNHCR al fine di determinare lo status di rifugiato.[12] Il CPA si concluse ufficialmente il 6 marzo 1996 e da allora non sono stati elaborati piani analoghi per la gestione dei rifugiati nel Paese. Forse è giunto il momento di avviare una strategia multilaterale per un CPA dedicato ai Rohingya sulla base di quello del 1989. Un approccio multilaterale non solo faciliterebbe il compito di gestire i rifugiati in Malaysia, ma rafforzerebbe in modo concreto le relazioni tra gli stati coinvolti.

Nel lungo periodo la Malaysia deve affrontare le lacune del quadro giuridico relativo alla gestione della situazione dei rifugiati Rohingya nel Paese. Il non far parte né della Convenzione sullo statuto dei rifugiati del 1951 e del Protocollo del 1967, né della Convenzione sullo status degli apolidi del 1954, non dovrebbe impedire di impegnarsi ad attuare un quadro giuridico e amministrativo nazionale che svolgerebbe un ruolo cruciale nella gestione dei richiedenti asilo e rifugiati giunti via mare, consentendo loro di acquisire il diritto a lavorare e l’accesso a istruzione e sanità. Inoltre, ciò faciliterebbe considerevolmente la loro registrazione come rifugiati da parte dell’UNHCR e consentirebbe alla Malaysia di distinguere chiaramente tra lavoratori irregolari (immigrati illegali) e rifugiati, dato che i primi spesso si mischiano ai secondi nel loro viaggio verso la Malaysia attraverso lo Stretto di Malacca. Avere una legislazione nazionale sui rifugiati, dunque, non solo preserverebbe la sicurezza del Paese, ma rafforzerebbe anche la sua reputazione internazionale e il riconoscimento come stato marittimo pur non essendo firmatario delle convenzioni su rifugiati e apolidi.

Conclusioni

La Malaysia, nazione marittima, vanta vari successi nel risolvere i problemi nel settore marittimo come quelli legati a confini, sicurezza della navigazione, e sicurezza tout court per salvaguardare i propri interessi nazionali, in particolare nello Stretto di Malacca. A tal riguardo, la gestione dei rifugiati Rohingya rappresenta un’ulteriore impresa per la Malaysia, visto che una cattiva gestione del problema può tradursi in serie minacce ai suoi interessi marittimi e alla sicurezza. La crisi dei Rohingya ha importanti implicazioni a livello regionale e globale e la Malaysia deve giocare un ruolo attivo e mantenere l’iniziativa nell’affrontare la questione. Tuttavia, prima di giungere a una decisione finale si dovrà decidere prendendo in considerazione tutti gli elementi disponibili, a partire dai risultati del programma pilota, e le loro implicazioni per l’interesse nazionale.

Traduzione dall’inglese a cura di Gabriele Giovannini

Presto anche in inglese sul sito del Maritime Institute of Malaysia (MIMA)

 

[1] Abdullahi Ayoade Ahmad, Zulkanain Abdul Rahim and Abdul Majid Hafiz Bin Mohamed, “The Refugee Crisis in Southeast Asia: The Malaysian Experience”, International Journal of Novel Research in Humanity and Social Sciences, 3 (2016) 6: 80-90.

[2] Kathleen Newland, “Irregular maritime migration in the Bay of Bengal: The challenges of protection, management and cooperation”, International Organization for Migration and Migration Policy Institute. Issue in Brief, No. 13 (2015).

[3] Nazery Khalid, “Harnessing Economic Opportunities” in Mohd Arshad Atta Mohamad (a cura di) The paradox of the straits of Malacca: balancing priorities for a sustainable waterway (Kuala Lumpur: Maritime Institute of Malaysia, 2014).

[4] Mansoureh Shahryari e Mohd Arshad Atta Mohamad, “Tipping Points in the Strait of Malacca,” MIMA Bulletin 18 (2011) 1: 4-11.

[5] Ong Ka Chuan, Keynote address in The 20th Malaysia Strategic Outlook Conference 2018 “Embracing Disruption: Future Proof Malaysia”, Kuala Lumpur: January 25, 2018

[6] Sumathy Permal e Noor Aziz Yunan, “Geopolitical Imperatives” in Mohd Arshad Atta Mohamad (a cura di) The paradox of the straits of Malacca: balancing priorities for a sustainable waterway (Kuala Lumpur: Maritime Institute of Malaysia, 2014).

[7] Noorul Shaiful Fitri Abdul Rahman, Saharuddin, Abdul Hamid, e R Rasdi, “Effect of the northern sea route opening to shipping activities at Malacca Straits”, International Journal of e-Navigation and Maritime Economy, 1 (2014): 85-98

[8] Sumathy Permal e Noor Aziz Yunan, “Geopolitical Imperatives” in Mohd Arshad Atta Mohamad (a cura di) The paradox of the straits of Malacca: balancing priorities for a sustainable waterway (Kuala Lumpur: Maritime Institute of Malaysia, 2014).

[9]  Le “Community-Based Organizations (CBOs)” sono un programma di sostegno dell’UNHCR che fornisce servizi ai rifugiati.

[10] Caitlin Wake e Tania Cheung, “Livelihood strategies of Rohingya refugees in Malaysia: ‘We want to live in dignity’”, Humanitarian Policy Group (HPG) Working Paper 2016.

[11] Abdullahi Ayoade Ahmad, Zulkanain Abdul Rahim and Abdul Majid Hafiz Bin Mohamed, “The Refugee Crisis in Southeast Asia: The Malaysian Experience”, International Journal of Novel Research in Humanity and Social Sciences, 3 (2016) 6: 80-90. Si veda anche: William Courtland Robinson, “The comprehensive plan of action for Indochinese refugees, 1989–1997: Sharing the burden and passing the buck”, Journal of Refugee Studies, 17 (2004) 3: 319-333

[12] Abdullahi Ayoade Ahmad, Zulkanain Abdul Rahim and Abdul Majid Hafiz Bin Mohamed, “The Refugee Crisis in Southeast Asia: The Malaysian Experience”, International Journal of Novel Research in Humanity and Social Sciences, 3 (2016) 6: 80-90.

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