Il conflitto idrico nelle relazioni internazionali: la gestione delle acque comuni a più paesi

 

 

Elemento orografico, confine naturale, risorsa strategica: l’acqua ha accompagnato le fasi dello sviluppo dell’uomo fin dall’antichità: le prime civiltà nacquero a cavallo di fiumi e le risorse idriche sono da sempre tra le più contese al mondo. Basti pensare che etimologicamente il termine “rivale” (dal latino rivus) significa “colui che dimora sulla riva”, divenuto poi per estensione “il contendente dell’acqua”. L’acqua è fondamentale per la sussistenza. Il conflitto idrico, nelle varie zone del mondo, produce i suoi effetti laddove venga ravvisato diseguale (o insufficiente) accesso all’acqua dolce, sia in funzione alla possibilità di produrre cibo, che per scopi energetici ed industriali. Il casus belli potenzialmente più rilevante è quello che si può verificare in presenza di bacini fluviali plurinazionali e concerne soprattutto il comportamento che gli stati a monte (e quindi più vicini alla sorgente) possono porre in essere rispetto a quelli che si trovano a valle (più vicini alla foce). Tale fattispecie può riguardare sia la gestione del flusso delle acque che il livello di inquinamento delle stesse ed è generalmente disciplinata da accordi tra i paesi che sono toccati da dette acque comuni. Prendere in esame alcuni scenari internazionali attuali offre interessanti spunti di riflessione in merito al ruolo del conflitto idrico nelle relazioni internazionali.

IL CASO DEL MEKONG.

Il fiume Mekong, nel sud-est asiatico, è il secondo contenitore di biodiversità al mondo dopo il Rio delle Amazzoni. La produzione agricola dei paesi attraversati dal fiume – cioè Laos, Vietnam, Cambogia e, in misura minore, Thailandia – vede il riso, coltura che cresce nell’acqua dolce, avere la parte dominate. L’eventuale scarsità di acqua potrebbe quindi significare fame e implosione sociale. Sia la Cina che il Laos, entrambi paesi upstream, intendono costruire delle dighe per formare bacini artificiali e produrre energia idroelettrica: la Cina per nutrire la propria crescita, e i laotiani per esportare energia per la fiorente manifattura vietnamita. Questo, però, rischia di depotenziare notevolmente il braccio di fiume, il più profondo, dei paesi downstream ed in particolare del Vietnam che si troverebbe così con limitate quantità di pesce (alimento base per una popolazione in piena espansione di 90 milioni di persone) e con fondali scoperti, cioè vulnerabili all’ingresso di acque salate dal mar Cinese Meridionale e quindi a rischio di salinizzazione del terreno. Vietnam e Cambogia stanno valutando l’attuazione di progetti simili, che favorirebbero la Thailandia in quanto produttore industriale di maggiore spessore, ma al prezzo di un ulteriore danno ambientale. Quello che sta succedendo nell’area rischia di innescare una serie di soluzioni politiche ed industriali beggar thy neighbour, utili solo a chi le compie e a detrimento degli altri. A complicare ulteriormente la situazione, gli effetti de El Niño hanno portato alla siccità più persistente negli ultimi 100 anni nel sud-est asiatico.

LA SITUAZIONE TIGRI-EUFRATE.

È probabilmente a causa della reciproca diffidenza che, nonostante i negoziati ufficiali, l’accordo tra la Turchia ed i paesi rivieraschi (Siria, Iraq) non è mai stato trovato relativamente al bacino del TigriEufrate. Negli ultimi tempi, la turbolenza geopolitica che ha interessato Siria e Iraq ha di fatto lasciato campo libero alla Turchia e ai suoi piani di egemonia idrica sul sistema dei due fiumi. Il progetto più controverso è il turco GAP (Guneydogu Anadolu Projesi) che riguarda lo sviluppo agricolo e industriale della regione sudest della Turchia, attraverso la costruzione di dighe (nel 2040 saranno ben 22) e di bacini idrici artificiali. La Turchia, in qualità di rivierasco di corso superiore sta esercitando il cosiddetto “diritto sovrano di sfruttare le risorse idriche nel proprio territorio”, un diritto che storicamente gli altri rivieraschi hanno contestato. Il progetto investe un’area complessiva di 75.000 km quadrati, quasi il 9.5% della superficie totale del Paese. Circa 6 milioni di persone vivono in quell’area, di cui soltanto il 9% è costituito da turchi mentre la parte restante è composta soprattutto da curdi e da altre minoranze, per cui è facile prevedere che le relazioni con tali minoranze non ne gioveranno. Ora Siria e Iraq sono alle prese con troppi fronti aperti e non hanno la capacità militare, né di intelligence probabilmente, per gettare le basi di un conflitto sull’acqua con la Turchia che, dal canto suo, si pone sempre più come attore protagonista dell’area, anche per via dell’efficienza delle proprie forze armate. Ma se i rapporti bilaterali di Assad con Putin dovessero effettivamente stabilizzarsi e le milizie islamiche essere militarmente battute, per il sultano di Ankara potrebbe aprirsi una fase nuova e difficile, e non si esclude che anche i curdi possano giocare un ruolo significativo nell’affaire.

IL GIORDANO E LA PALESTINA.

Un altro scenario paradigmatico è quello del fiume Giordano e dei pozzi sotterranei della Cisgiordania dai quali dipendono in larga parte l’agricoltura e l’industria israeliane. Solo il 3% del bacino del Giordano si trova sul territorio di Israele, che però ne sfrutta il 60% della portata, a scapito dei suoi vicini libanesi, siriani, giordani e palestinesi. Il controllo del Giordano rappresenta uno strumento molto efficace per la gestione del potere all’interno di una regione in cui l’acqua scarseggia. Non essendoci alcuna convenzione internazionale a regolamentare la gestione delle risorse idriche del Giordano, tecnicamente non c’è nessuna violazione da parte israeliana, ma chiaramente tale situazione costituisce motivo di malcontento, soprattutto per le popolazioni palestinesi.

IL CONFLITTO SUL NILO.

Negli anni Sessanta l’Egitto bloccò l’approvazione di un prestito internazionale a favore dell’Etiopia per la costruzione di 29 dighe per uso idroelettrico e per l’irrigazione sul Nilo Azzurro, progetto che avrebbe ridotto dell’8,5% la capacità dei bacini artificiali egiziani. Nel 1970 invece venne inaugurata la diga di sbarramento di Assuan, la cui costruzione portò allo sfollamento di 100 mila sudanesi e alla conseguente tensione tra i due Paesi. Nel 1999 si è svolta in Tanzania un’apposita conferenza regionale sulle questioni delle acque della Foce del Nilo. I dieci stati partecipanti hanno sottoscritto un accordo strategico per superare i loro conflitti: un piano per “ottenere uno sviluppo socio-economico sostenibile mediante l’utilizzo equo delle risorse idriche, riconoscendo i diritti di tutti gli stati costieri all’utilizzo delle risorse del Nilo per promuovere lo sviluppo dentro le sue frontiere”. Era l’epoca dell’Egitto tendenzialmente laico e del Sudan tendenzialmente islamista e la disputa finì per assumere connotazioni anche religiose. La diplomazia ha portato, poi, nella primavera del 2015, ai primi risultati: è stata firmata la “Dichiarazione di principi” per mettere fine alla disputa sulle acque del Nilo e sul loro sfruttamento da Egitto, Sudan ed Etiopia a Khartoum. Casus belli era stato l’avvio della costruzione della Great Ethiopian Renaissance Dam. Una volta terminata, questa diga sarà la più grande d’Africa e il governo di Addis Abeba ha scommesso un bel po’ del futuro su questo progetto: l’energia ricavata fornirà elettricità ai cittadini ma sarà anche venduta ai paesi vicini.

I bacini relativamente ai quali non esiste convenzione o trattato tra i paesi interessati sono definiti “internazionali”. Il loro numero è cresciuto nel corso degli anni, come conseguenza soprattutto della polverizzazione dell’ex Unione Sovietica e della ex Jugoslavia. Nel 1978 se ne contavano 214; oggi ne esistono più di 240. Le implicazioni di tale interdipendenza si realizzano già in rapporto al numero di Paesi che vantano diritti su questi bacini, ben 145, pari al 90% della popolazione mondiale. Più di 30 Paesi al mondo si trovano in bacini idrici transfrontalieri (transboundary basins). Proprio su questa fattispecie sarebbe necessario avere un accordo internazionale che regoli l’utilizzo delle acque altrimenti il rischio di contenzioso, quando non di conflitto vero e proprio, diventa più consistente. A livello di diritto internazionale, in realtà, si possono annoverare due convenzioni in sede ONU: la Convenzione sugli usi non navigabili dei fiumi e la Convenzione sulle acque transfrontaliere dell’UNECE. Entrambe vincolanti, ma solo per i Paesi che le hanno ratificate, al momento ben pochi. In conclusione è facile affermare che l’acqua diventerà sempre più oggetto del contendere nel tempo. La crescita della popolazione mondiale (si stimano 9 miliardi nel 2050), la necessità di sfamare tutti, l’esito delle migrazioni che farà accrescere i consumi nel mondo “ricco”, gli sprechi, l’interesse della finanza, faranno crescere le possibilità di stress per il controllo – se non il possesso – dell’oro blu. L’eco-politica, cioè la gestione strategica delle risorse naturali, dovrà trovare risposte e posture strategiche realmente convincenti.

PER SAPERNE DI PIÙ:

Ansalone, G. (2009) Le risorse idriche ed i rapporti geopolitici: Le guerre per l’acqua, Gnosis – Rivista Italiana di intelligence, n.3/2009. Disponibile su: http://gnosis.aisi.gov.it/gnosis/Rivista20.nsf/ServNavig/21

Romeo, G. (2005) L’acqua. Scenari per una crisi, Rubettino Editore, Catanzaro, 2005

Guide di Unimondo su ambiente e acqua. Disponibile su: http://www.unimondo.org/ Guide/Ambiente/Acqua/(desc)/show

Per un elenco completo dei conflitti idrici mondiali si suggerisce di consultare il sito http://www2.worldwater.org/conflict/list/

 

*a cura di Il Caffè Geopolitico

 

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