[FOCUS ECONOMIA] La politica economica internazionale del Giappone nel Sud-Est asiatico

Focus economico a cura di OEET, l’Osservatorio sulle Economie Emergenti di Torino

Il Sud-Est asiatico ha continuato ad essere per il Giappone un’area geografica di grande importanza economica e geopolitica per almeno seicento anni. Se in passato prevaleva l’interesse per le risorse naturali e il ruolo di centro d’incontro e di scambio culturale ed economico, interesse trasformatosi poi in tentativo egemonico al tempo della Seconda guerra mondiale, negli ultimi decenni la chiave di lettura dell’attenzione nipponica verso la regione è da ricercare principalmente nelle relazioni con la Cina e in particolare nel confronto tra la Belt and Road Initiative[1] (BRI) e la Free and Open Indo-Pacific Vision (FOIP)[2].

La visione nipponica dell’Indo-Pacifico, condivisa dagli Stati Uniti, si basa su tre elementi: 1) promozione e istituzione dello stato di diritto, libertà di navigazione e libero scambio; 2) perseguimento della prosperità economica, miglioramento della connettività e rafforzamento dei partenariati economici e degli accordi per gli investimenti; e 3) impegno per la pace e la stabilità, compreso il rafforzamento delle capacità per l’applicazione delle leggi marittime[3]. Dal punto di vista valoriale, la FOIP si distingue certamente dalla BRI, mentre gli obiettivi strategici sono addirittura antitetici, non si deve però dimenticare che il rapporto complessivo del Giappone con la Cina non è semplicemente antagonista. La visione nipponica ambisce certamente ad assicurare la sicurezza delle rotte marittime per gli scambi commerciali, ma non esclude affatto un certo livello di cooperazione economica e la partecipazione alla stessa BRI anche in relazione all’evolvere del quadro geopolitico della regione, in primis per ciò che riguarda la relazione tra gli Stati Uniti e la Cina. Il pericoloso misto di imprevedibilità e disimpegno dell’amministrazione di Donald Trump negli affari asiatici non è certamente passato inosservato alla diplomazia di Tokyo che, sebbene si sia astenuta da misure di “hedging” verso la Cina[4], si è trovata quantomeno a dover rafforzare il dialogo economico con il proprio potente vicino.

Ciò premesso, si può osservare che la politica economica internazionale del Giappone nel Sud-Est asiatico, coerentemente con la FOIP, si esprime lungo quattro direttrici principali: gli investimenti esteri, il commercio, la cooperazione allo sviluppo e la collaborazione scientifica e tecnologica. Queste direttrici sono in buona parte regolate dal partenariato economico globale ASEAN-Giappone[5] (AJCEP) firmato nel 2008. L’accordo copre gli scambi di merci, gli scambi di servizi, gli investimenti e la cooperazione economica. Alcune tra le principali disposizioni AJCEP comprendono gli interventi per l’eliminazione delle barriere tariffarie per i prodotti “normal track” (da adottare in un periodo di dieci anni per la maggior parte dei Paesi e tredici anni per Cambogia, Laos e Myanmar), l’adozione di regole di origine (Rules of Origin) per favorire il commercio, meccanismi di risoluzione delle controversie, accordi sugli scambi di servizi (attualmente in fase di negoziazione), accordi per favorire e tutelare gli investimenti (anch’essi in fase di negoziazione).

A partire dagli investimenti si può osservare che dopo l’avvio della BRI, il Giappone ha aumentato il proprio impegno per la realizzazione e l’ammodernamento delle infrastrutture nel Sud-Est asiatico. La “Partnership for Quality Infrastructure[6]” nel 2015, e la sua versione più estesa nel 2016, hanno fornito rispettivamente 110 miliardi di dollari e 200 miliardi di dollari a favore di progetti per la connettività nella regione. I dati del Word Investment Report 2020 della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (United Nations Conference on Trade and Development – UNCTAD[7]) mostrano inoltre che il Giappone è ancora davanti alla Cina in termini di investimenti infrastrutturali nella regione. A differenza di Pechino che privilegia le rotte Nord-Sud, Tokyo promuove schemi di connettività Est-Ovest, contribuendo così a integrare l’intera regione. Questa strategia è stata disegnata anche per migliorare le condizioni di business per le aziende giapponesi. Più di 12.000 di queste operano infatti nella regione e il Giappone è la prima fonte di investimenti diretti verso l’Association of South-East Asian Nations (ASEAN[8]).

Secondo la Japan External Trade Organisation (JETRO), gli investimenti diretti in Asia Sud-orientale da parte di società giapponesi sono stati pari a 22 miliardi di dollari nel 2017, il doppio rispetto al 2012. Al contrario, gli investimenti giapponesi in Cina sono diminuiti del 30% nello stesso periodo, scendendo a 9,6 miliardi di dollari[9]. I produttori giapponesi hanno avviato da tempo un processo di diversificazione delle loro catene di approvvigionamento nel Sud-Est asiatico per integrare la propria produzione localizzata nella Cina continentale. Questa cosiddetta strategia “China Plus One” sembra destinata ad espandersi nel 2021 anche a seguito delle tensioni commerciali tra gli Stati Uniti e la Cina.

L’accordo globale Comprehensive and Progressive Transpacific Partnership Agreement (CPTPP)[10], entrato in vigore a dicembre 2018, contribuisce ulteriormente alla localizzazione degli investimenti giapponesi nel Sud-Est asiatico. Il CPTPP include Giappone, Viet Nam, Malaysia, Singapore e Brunei, con la Thailandia che sta valutando la propria adesione. Il trattato fornisce vantaggi commerciali e di investimento reciproci ai suoi membri attraverso la riduzione delle barriere commerciali tariffarie e non tariffarie, e incentiva le società giapponesi a espandere le proprie catene di approvvigionamento nei Paesi membri del CPTPP.

Un rapporto del novembre 2018 del gruppo Mizuho[11] evidenzia non solo l’espansione, ma anche la diversificazione settoriale e geografica degli investimenti giapponesi nei dieci Paesi che appartengono all’ASEAN. Nel 2017 e nel 2018, la Thailandia e l’Indonesia hanno visto un aumento significativo degli investimenti giapponesi nel settore automobilistico, il Viet Nam nei macchinari e nella vendita al dettaglio, la Malaysia nel settore chimico e farmaceutico e le Filippine nella produzione di semiconduttori. Tra i Paesi ASEAN a basso costo del lavoro, vale a dire Laos, Cambogia e Myanmar, quest’ultimo ha visto una crescita continua e significativa degli investimenti giapponesi a partire dal 2014. La maggior parte di essi si trova nella Zona Economica Speciale (ZES) di Thilawa e si rivolge alla domanda interna, inclusi acciaio e pesticidi, non meno importanti gli investimenti nel comparto dell’abbigliamento nella zona industriale di Mingaladon a Yangon.

Secondo i dati elaborati dalla JETRO[12], il commercio tra il Giappone e l’ASEAN si è attestato a 214 miliardi di dollari nel 2019, con le importazioni (108 miliardi di dollari) leggermente superiori alle esportazioni (106 miliardi di dollari), in calo da un totale di 226,5 miliardi di dollari nel 2018. Il dato è chiaramente influenzato dalla pandemia da COVID-19, in realtà le relazioni commerciali tra il Giappone e il Sud-Est asiatico continuano a espandersi, sebbene le aziende giapponesi debbano ancora affrontare problemi persistenti, insieme a rischi emergenti quando investono nella regione. La corruzione pervasiva, l’incertezza normativa, la debole governance aziendale e le catene di approvvigionamento poco trasparenti sono alcuni dei problemi che il Giappone si trova ad affrontare nelle sue relazioni economiche con la comunità ASEAN. La strategia per affrontare questi problemi passa attraverso la diplomazia economica e la cooperazione allo sviluppo.

L’ASEAN e il Giappone hanno infatti avviato diversi progetti di cooperazione, compresi il rafforzamento delle capacità istituzionali e l’assistenza tecnica in aree di reciproco interesse. Questi includono, tra gli altri, le procedure per favorire il commercio, il clima degli investimenti, la responsabilità sociale delle imprese, i diritti di proprietà intellettuale, l’energia, la tecnologia dell’informazione e delle comunicazioni, lo sviluppo delle risorse umane, le piccole e medie imprese, il turismo e l’ospitalità, il trasporto e la logistica, gli standard di qualità e conformità delle merci.

La Japan International Cooperation Agency (JICA) non fa mistero di voler perseguire obiettivi di interesse nazionale nel sostenere i Paesi beneficiari del proprio “aiuto”[13]. Questo è particolarmente evidente nel Sud-Est asiatico dove le strategie geopolitiche, economiche e di cooperazione allo sviluppo si intrecciano senza soluzione di continuità. Lo sviluppo della ZES di Thilawa[14] e il relativo porto in Myanmar sono un perfetto esempio. Le infrastrutture realizzate dagli sviluppatori giapponesi, Marubeni, Sumitomo e Mitsubishi, con il sostegno di JICA, attraverso una partnership pubblico-privata tra imprese e Governo del Myanmar, ha sicuramente contribuito al rafforzamento infrastrutturale birmano e del suo potenziale di connettività internazionale, ma ha anche creato profittevoli opportunità d’investimento per le imprese del Sol Levante e creato un’alternativa agli investimenti cinesi.

Il Giappone ritiene che l’ASEAN svolga un ruolo centrale nella promozione di un Indo-Pacifico “libero e aperto” e orienta la propria assistenza strategica per migliorarne l’autonomia, l’indipendenza e l’integrità, o più semplicemente, per approfondire la sua integrazione, sia a vantaggio della regione che per i propri interessi nazionali. Su queste basi, come precedentemente accennato, il Giappone sostiene pienamente gli sforzi ASEAN per migliorare la sua connettività, da un lato, attraverso lo sviluppo di corridoi economici Est-Ovest e meridionali a terra in Indocina; dall’altro, invece, attraverso infrastrutture marine[15], nonché favorendo la capacità di applicazione delle leggi marittime. Coerentemente con queste strategie, nella propria Carta di cooperazione allo sviluppo, il Giappone dà priorità allo sviluppo autosufficiente, alla promozione della crescita economica e ai partenariati pubblico-privato (principalmente con aziende giapponesi). Di conseguenza, la maggior parte dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) giapponese viene convogliata attraverso prestiti, tipicamente di natura agevolata, con tassi di interesse inferiori a quelli di mercato e periodi di rimborso più lunghi.

Conclusioni

La partita tra la BRI e la FOIP è appena cominciata ed è sicuramente difficile prevedere quale potrà essere l’esito. Il Giappone, infatti, non potrà competere con la forza economica e commerciale crescente della Cina nei prossimi anni, tuttavia, le proprie scelte di politica economica internazionale coerenti con la FOIP potrebbero riuscire a svolgere un ruolo di contenimento verso le spinte egemoniche regionali di Pechino. La strategia adottata dal Giappone verso i Paesi ASEAN di proporre delle “opzioni” o “alternative” in ambito economico e infrastrutturale, rinunciando a un ruolo impositivo ed esercitando invece un soft power tecnologico, sembra funzionare. Se negli anni Settanta i cittadini del Sud-Est asiatico temevano ancora l’“Impero del Sol Levante” e nelle manifestazioni di piazza che accompagnavano le visite dei leader nipponici lanciavano slogan apostrofandoli come banana Japan (“Gialli fuori, ma bianchi dentro”), oggi il Giappone è un partner economico e strategico molto gradito. La scelta di Tokyo di promuovere schemi di connettività Est-Ovest, a differenza di Pechino che privilegia le rotte Nord-Sud, contribuisce a integrare l’intera regione rendendola più forte sia a livello economico che a livello geopolitico. Gli investimenti esteri giapponesi permettono la realizzazione delle infrastrutture e il loro ammodernamento, mentre la formazione offerta dalla JICA e la collaborazione scientifica con le università e i centri di ricerca contribuisce al superamento della “trappola del reddito medio” che ostacola la crescita di molti Paesi ASEAN.

Il rafforzamento economico della regione, con i suoi 600 milioni di abitanti, è naturalmente essenziale anche per la creazione di mercati di sbocco a favore delle merci e dei prodotti giapponesi che internamente si confrontano con una domanda cronicamente asfittica e potrà certamente contribuire al rilancio dell’economia giapponese rafforzando il Paese del Sol levante nel confronto strategico con la Cina. Si può, infine, osservare che il tentativo nipponico di promuovere un modello asiatico multipolare, alternativo alla visione sinocentrica di Pechino, potrà contare sulla convergenza degli interessi strategici di un blocco di Paesi che, comprendendo Stati Uniti, India, Australia e i sette Paesi ASEAN più avanzati, rende l’esito della partita non così scontato a favore del gigante cinese.


Note bibliografiche

[1] Una presentazione dell’iniziativa cinese e disponibile online al link https://www.beltroad-initiative.com/belt-and-road/.

[2] Nagy, S.R. (2020), Per il Giappone il Sud-Est Asiatico è cosa sua, traduzione di Petroni, F., Limes n. 6/2020, disponibile online al link https://www.limesonline.com/.

[3] Sahashi, R. (2020), The Indo-Pacific in Japan’s Foreign Policy, Center for Strategic & International Studies, disponibile online al link

https://csis-website-prod.s3.amazonaws.com/s3fs-public/FINAL_Working%20Paper_Ryo%20Sahashi.pdf.

[4] Liff, A.P. (2019), Unambivalent Alignment: Japan’s China Strategy, the US Alliance, and the ‘Hedging’ Fallacy,

International Relations of the Asia-Pacific, Vol. 19(3), pp. 453-91.

[5] L’accordo è disponibile sul sito del Ministero degli Affari Esteri giapponese al link https://www.mofa.go.jp/policy/economy/fta/asean.html.

[6] L’accordo è disponibile online sul sito del Ministero degli Affari Esteri giapponese al link https://www.mofa.go.jp/files/000117998.pdf.

[7] UNCTAD (2020), Word Investment Report 2020, disponibile online al link https://unctad.org/webflyer/world-investment-report-2020.

[8] Pajon, C. (2019), “Japan in South East Asia: Looking for a Balanced Indo-Pacific”, in Neironi R., Sciorati G., South East Asia: Political Transitions and Regional Ambitions, ISPI Dossier, 11 dicembre, disponibile online al link https://www.ispionline.it/en/pubblicazione/japan-south-east-asia-looking-balanced-indo-pacific-24578.

[9] JETRO (2019), Global Trade and Investment Report 2019. The fluctuating international economic order and global business in the future. Key points, disponibile online al link https://www.jetro.go.jp/ext_images/en/reports/white_paper/trade_invest_2019_overview.pdf.

[10] L’accordo e disponibile sul sito del Ministero degli Affari Esteri giapponese al link https://www.mofa.go.jp/ecm/ep/page25e_000266.html.

[11]Mizuho Financial Group (2018), Integrated Report 2018 Annual Review, disponibile online al link

https://www.mizuhogroup.com/binaries/content/assets/pdf/mizuhoglobal/investors/financial-information/annual/data1803_all.pdf.

[12] JETRO (2019), Global Trade and Investment Report 2019. The fluctuating international economic order and global business in the future. Key points, disponibile online al link https://www.jetro.go.jp/ext_images/en/reports/white_paper/trade_invest_2019_overview.pdf.

[13] JICA 2020 Annual Report, disponibie online al link https://www.jica.go.jp/english/publications/reports/annual/2020/c8h0vm0000fc7q2b-att/2020_all.pdf.

[14] Gabusi, G. e Boario, M. (2020), “La creazione di ZES come politica di industrializzazione in Myanmar”, RISE – Relazioni Internazionali e International Political Economy del Sud-Est asiatico, Vol. 5(2).

[15] JICA’s Regional Cooperation in ASEAN, (2012), disponibile online al link

https://www.jica.go.jp/english/publications/brochures/c8h0vm0000avs7w2-att/jica_asean.pdf.

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