[FOCUS ECONOMIA] Indonesia: l’ottava potenza economica del mondo

  1. LE TRASFORMAZIONI DELL’ECONOMIA

Può stupire il fatto che, in termini di dimensione economica  complessiva, misurata dal PIL  totale  in parità di potere d’acquisto, l’Indonesia sia già giunta a essere nel 2015 l’ottava  potenza  economica  del  mondo,  avendo  superato il  Regno Unito, la Francia e l’Italia, scesa alla 12° posizione mondiale  (vedi la tabella sottostante).  Nel 2015 l’Indonesia aveva il 15,8 % del PIL statunitense, un livello di oltre il 30% superiore a quello dell’Italia.

Naturalmente ciò è in parte dovuto all’enorme e crescente popolazione  Indonesiana, la quarta  del mondo, dopo  Cina, India e USA, che ha superato nel 2016 i 260 milioni di abitanti.

Tuttavia, ancora più importante per spiegare l’impetuosa crescita delle dimensioni economiche del Paese, è stata la forte ascesa in Indonesia, negli anni 2000, dell’industria, di alcuni servizi moderni e del PIL pro capite, che è salito dal’ 12,7 % del PIL pro capite USA nel 2000 al 20,2% nel 2015 (vedi tabella 1).

Anche se indicatori come il  PIL  e il  PIL  pro capite sono concetti  assai rozzi e  incompleti  per  spiegare  il  livello   di benessere   economico   di  un  Paese,  essi  ci  segnalano   le grandi dimensioni economiche  già raggiunte  dall’Indonesia e i notevoli progressi del suo sistema produttivo. Ciò è anche avvenuto attraverso trasformazioni strutturali importanti nell’economia. Non solo l’Indonesia   ha registrato, come quasi sempre  accade  nelle economie  emergenti,  una  progressiva caduta   degli  occupati   nell’agricoltura   e   un’ascesa   degli occupati nell’industria e nei servizi, ma ha anche registrato un cambiamento  importante  nella struttura  delle esportazioni. Queste ultime erano dominate  fino all’inizio degli anni 2000 dalle esportazioni di risorse naturali e  in particolare di gas naturale,  petrolio  greggio,  carbone,  legno,  olio  di  palma, gomma e oro. Vi erano pure esportazioni di beni dell’industria manifatturiera: PC, prodotti tessili e dell’abbigliamento, mobili, calzature, etc., ma nel complesso si importavano beni manufatti per  un  valore maggiore  di quanto  si riuscisse a esportare. Nel 2015 la struttura del commercio estero era assai mutata. L’Indonesia era diventata un’importatrice netta di petrolio, sia raffinato sia greggio, pur mantenendo un importante  saldo commerciale positivo per il gas naturale e ancor di più per il carbone, che costituisce la principale voce delle esportazioni. L’Indonesia inoltre aveva aumentato fortemente le esportazioni di olio di palma, gomma e in parte dell’oro e di altri minerali.

L’industria manifatturiera indonesiana ha comunque registrato negli anni 2000 una notevole crescita, anche se la produzione di molti beni a tecnologia media o alta, come le auto, le motociclette e i prodotti ITC, è ancora dominata dalle multinazionali estere  e  in particolare da  quelle giapponesi, sudcoreane,  cinesi, statunitensi  e  di  Singapore.  Ne  deriva un’intrinseca debolezza dell’industria indonesiana in questi settori. Le funzioni più avanzate  del ciclo produttivo, quali management e marketing strategico, ricerca e sviluppo, produzione  delle  componenti   più  sofisticate  e  di  diversi pezzi  di  ricambio,   sono   spesso,   infatti,  svolte  nei  paesi di  origine  delle  multinazionali, mentre  in  Indonesia  ci  si concentra   principalmente   su  assemblaggio   e  produzioni delle componenti  più semplici. Vi  sono  sì molte  piccole e medie  imprese,  e  alcune  grandi, controllate  integralmente da capitale indonesiano, ma queste  operano  soprattutto  nei settori di prima trasformazione delle risorse naturali, o  nei comparti tradizionali dell’industria (tessile, abbigliamento, alimentare, pelli e cuoio, etc.), o nelle costruzioni, o nei servizi (banche, telecomunicazioni, commercio, turismo etc.). Lo Stato ha mantenuto  una notevole presenza nel settore petrolifero, nell’avionica e nelle comunicazioni, ma due servizi essenziali quali la sanità e  l’istruzione vedono  un  impegno  pubblico relativamente basso e un forte ricorso alle istituzioni private da parte dei ceti medi e alti.

Nel  complesso  gli  anni  successivi alla  rovinosa  crisi finanziaria e reale 1998-99 e alla difficile ripresa del biennio 2000-2001 hanno  registrato un buon  ritmo di sviluppo economico, risentendo solo marginalmente degli effetti della crisi globale 2008-14 (vedi tabella 2).

Il tasso di crescita del PIL reale è infatti stato mediamente superiore  al  5%, come  nell’Italia  degli  anni  del  miracolo economico, mentre il tasso di disoccupazione è sceso all’incirca fino al 6%. Tale rapido sviluppo economico si è accompagnato inoltre, dopo il 1998-99,  a una progressiva democratizzazione del sistema politico del paese.

  1. PROBLEMI SOCIO-ECONOMICI INSOLUTI

Permangono,  tuttavia, seri  problemi  sociali. La disoccupazione giovanile è ancora elevata, intorno al 30% della forza lavoro giovanile, e il lavoro informale, pur in progressiva discesa, è molto esteso, raggiungendo circa il 60%  dei posti di lavoro. La corruzione è elevata. Il livello della spesa in ricerca e  sviluppo e  della spesa  pubblica  in istruzione e  sanità  è piuttosto basso, anche in rapporto a paesi di analogo livello di PIL pro capite. Tutto ciò ha contribuito a limitare le potenzialità di  sviluppo  inclusivo e  a  mantenere   forti  diseguaglianze economiche  e sociali. L’indice di Gini sulla distribuzione del reddito tra le famiglie è salito nel 2014 a un livello piuttosto elevato (0,41); sono rimasti quasi 45 milioni di poveri sotto il livello di 3,10$ al giorno e, anche se il numero si è all’incirca dimezzato rispetto al 1980, vi sono tuttora forti disuguaglianze sia di  genere  sia tra  le  diverse  regioni  del  paese.  Infine, l’ambiente si è rapidamente deteriorato per la grande ascesa delle emissioni di CO2, dovute principalmente ai devastanti incendi spesso  provocati dalla messa  a fuoco delle foreste pluviali per dare posto a enormi piantagioni per la produzione di olio di palma o di gomma. Lo smog e la congestione nelle zone urbano-industriali sono anch’essi cresciuti notevolmente, mentre ripetuti e assai forti terremoti e tsunami hanno devastato vaste zone del territorio indonesiano.

Si è verificato, infine, come in diversi altri paesi emergenti, l’esplosione delle grandi ricchezze private. Secondo la rivista Forbes,  nel 2016 in Indonesia  erano trentadue  i  titolari   di una ricchezza superiore al miliardo di dollari  USA. Garibaldi Tohir, il fratello ricco dell’ex proprietario dell’Inter, Erik Tohir, era l’ultimo della fila, con 1,05 miliardi. Per un confronto, nel 2016, in un Paese assai più ricco per PIL  pro capite, come Italia,  gli ultra miliardari  erano quaranta, ma il  loro numero era cresciuto molto meno velocemente che nel grande Paese asiatico. Nel 2010 i  detentori di una  ricchezza superiore al miliardo di dollari USA erano infatti dieci in Italia e soltanto tre in Indonesia. La presenza di molti poveri e di una grande massa di occupati precari nell’economia informale accanto a un numero  rapidamente  crescente  di grandi ricchi, insieme alle tensioni  etniche  e  religiose e  alla ricorrenza di  gravi attentati terroristici, può contribuire a una particolare fragilità nella coesione sociale.

  1. OPPORTUNITÀ ECONOMICHE PER L’ITALIA

L’Indonesia  offre  notevoli  opportunità   per   il   nostro Paese, finora sfruttate  solo in minima parte. Il  valore delle esportazioni e importazioni di merci è decisamente  basso e la bilancia commerciale è nettamente passiva (vedi tabella 3).

Le    esportazioni    verso    l’Indonesia    sono    soltanto una   minuscola   frazione  delle   esportazioni   italiane  (nel 2014  rappresentavano   lo  0,3% delle  esportazioni  totali). Importiamo soprattutto  olio di palma, carbone  e calzature (come  segnalato  in RISE/1 lItalia  è anche  il  terzo mercato per il caffè indonesiano) ed esportiamo principalmente vari tipi di macchine e impianti, prodotti  chimici e farmaceutici e autoveicoli. I  flussi turistici italiani verso l’Indonesia  sono crescenti, anche se i gravi attentati terroristici a Bali e Giacarta degli anni 2000 ne hanno attenuato  la crescita. Modesti sono invece i flussi  di turisti indonesiani in Italia.

Gli investimenti diretti italiani in uscita verso l’Indonesia sono nel complesso assai bassi rispetto alle grandi e crescenti dimensioni e potenzialità del mercato indonesiano, e inferiori anche a quelli di Paesi europei più piccoli come Austria e Belgio. Del resto pesano le enormi lacune culturali del nostro paese e dei nostri mass-media, mediamente  in ritardo di oltre un decennio nel percepire la grande crescita del Giappone negli anni 1960 e 70, della Cina negli anni 1980-90, dell’India negli anni 1990 e 2000. Così sta accadendo  anche per l’Indonesia, la cui grande performance economica e importanza strategica nell’area ASEAN sono note solo ai pochi addetti ai lavori.

Sono comunque  presenti in Indonesia con propri investimenti diretti il gruppo  Pirelli, ormai a controllo cinese, ENI, Piaggio,  Iveco, Techint, Telecom Italia, Perfetti Van Melle, Sacmi, Mastrotto, Costa crociere e altri gruppi (per un resoconto  completo  si vedano  i  rapporti dell’ICE Dossier Indonesia del 2013 e la scheda del 2015).  Ben  pochi sono gli investimenti Indonesiani in Italia, a parte il fatto tanto noto, quanto  relativamente limitato dal punto  di vista finanziario, della temporanea  acquisizione dell’Inter da parte di Erik Tohir, presto anch’essa – come noto – finita in mani cinesi.

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