DDR in Bosnia ed Erzegovina: un caso d’eccezione

Nei contesti post-conflittuali, i processi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione (Disarmament, Demobilization and Reintegration, DDR) degli ex combattenti sono considerati parte integrante del processo di realizzazione della pace liberale. Mentre per ‘disarmo’ si intende la raccolta, il controllo e lo smaltimento delle armi leggere e pesanti, ‘smobilitazione e reintegrazione’ rappresentano i processi attraverso cui far ritornare le forze armate in assetto di pace e reinserire gli ex combattenti all’interno della società. Sebbene non vi sia una prova empirica della loro effettiva utilità nel lungo periodo, i processi di DDR sono spesso associati ai temi della sicurezza e dello sviluppo. In particolare, si sostiene che disarmare e smobilitare le forze armate renda più sicura una società e che reintegrare, soprattutto dal punto di vista economico, gli ex combattenti contribuisca allo sviluppo della società stessa. Sulla base di questo assunto, la comunità internazionale ha portato avanti numerosi processi di DDR in svariati paesi in transizione dal conflitto alla pace fin dagli anni novanta, spesso inserendoli principalmente all’interno di trattati e accordi di pace.

Tra i diversi casi di DDR, quello verificatosi in Bosnia ed Erzegovina ha una storia particolare. Tra il 1992 e il 1995 la Bosnia fu teatro di un violento conflitto tra i tre macro-gruppi etnici presenti sul territorio: i bosniak, i serbi e i croati. Dato l’alto livello di violenza nel conflitto e la conseguente sfiducia tra le parti, la negoziazione dell’accordo di pace fu particolarmente complessa e gli attori internazionali coinvolti nelle trattative optarono per una soluzione rapida, benché sub-ottimale, e preferirono raggiungere un accordo che, più che un vero trattato di pace, è stato considerato un “cessate il fuoco”.

Vista dal cimitero di Sarajevo. Fonte: pixabay

L’Accordo di Dayton del 1995 è tuttora giudicato un avvenimento cruciale della storia del paese poiché non pose solo fine alla violenza fisica, ma riorganizzò lo stato. Innanzitutto, istituì un sistema di condivisione del potere tra i tre gruppi, ancora oggi esistente, basato su un meccanismo elettorale proporzionale su base etnica. In secondo luogo, ufficializzò i confini geopolitici che suddividevano la Bosnia in due entità amministrative, la Federazione della Bosnia ed Erzegovina (con popolazione a maggioranza bosniak e croata) e la Republika Srpska (a maggioranza serba). Infine, creò molteplici municipalità locali, i cantoni, dotati di un certo livello di autonomia politica. Il potere politico non fu solo fortemente etnicizzato, ma anche frammentato tra le diverse realtà.

All’interno dell’Accordo di Dayton non fu previsto alcun processo di DDR e anzi i temi legati alla sicurezza vennero trattati solo parzialmente. Per quanto riguarda il disarmo, l’accordo di pace stabilì il ritiro di tutte le armi pesanti presenti sul territorio, senza però occuparsi di quelle leggere, che rimasero quindi diffuse in grande quantità. Per ovviare a questa mancanza, diversi programmi vennero messi in atto negli anni successivi: dopo un primo ritiro coercitivo delle armi da parte della NATO, che creò malumore tra la popolazione, la NATO stessa, l’Unione Europea e le Nazioni Unite promossero amnistie e controlli delle armi tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila. Nonostante queste misure, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (United Nations Development Programme, UNDP), nel 2010 sul territorio bosniaco circolavano ancora più di un milione di armi, di cui solo 750.000 legalmente possedute. I numeri rivelano quindi che nel 2010 un abitante su tre in Bosnia ed Erzegovina possedeva un’arma (la popolazione della Bosnia equivaleva infatti a circa 3 milioni e mezzo di persone), un numero che è molto alto in uno stato in pace.

Le misure previste per la smobilitazione e reintegrazione degli ex combattenti furono ancora più frammentate: mentre la seconda non venne in alcun modo trattata, la prima fu considerata solo superficialmente come congedo dei combattenti dal servizio. In assenza di previsioni specifiche, circa 300.000 ex combattenti, cioè la maggior parte dei 400-450.000 totali, lasciò volontariamente le forze armate, incentivati anche da una somma di 10.000 marchi bosniachi devoluta dai Ministri della Difesa della Federazione e della Republika Srpska. Si assistette quindi a un fenomeno che venne poi definito ‘auto-smobilitazione’ (self-demobilisation).

Come conseguenza dell’auto-smobilitazione e della mancanza di programmi finalizzati alla reintegrazione, la maggior parte degli ex combattenti non ricevette alcuna formazione e alcun sostegno per il rientro nella società. Qualche tentativo di ovviare a queste mancanze fu portato avanti dalla Banca Mondiale e dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (International Organization for Migration, IOM) che promossero tra il 1996 e i primi anni duemila alcuni programmi di reinserimento degli ex combattenti. Nonostante fosse considerato il più efficace, sia in termini di alleviamento della povertà sia per quanto riguarda i programmi per l’inserimento degli ex combattenti nel mercato lavorativo, il programma di IOM venne sospeso per mancanza di fondi. Un ulteriore importante elemento da tenere in considerazione nell’analisi è la mancanza di programmi di riconciliazione realizzati dalle associazioni di società civile, che hanno invece preferito, anche basandosi sugli interessi dei propri donatori, finanziare programmi per i giovani o i rifugiati.

In generale, si ritiene che i processi di DDR promossi in Bosnia ed Erzegovina siano stati inefficienti e confusi, con conseguenze rilevanti sulle scelte dei veterani nel dopoguerra. In particolare, il vuoto istituzionale e la mancanza di programmi statali e internazionali di reintegro socio-economico spinse i veterani a ricercare attori sociali che preservassero e si battessero per i loro diritti. L’importanza delle associazioni di veterani nate durante la guerra aumentò ed esse assunsero quindi un ruolo fondamentale nella Bosnia post-conflittuale. Le associazioni di veterani, delineatesi fin dalla loro nascita a carattere fortemente etnico, divennero lobby politiche con una forte influenza sui partiti e rappresentano ancora oggi gruppi di pressione che assicurano che i veterani godano di speciali benefici in cambio di voti al partito di appartenenza etnica. Gli ex combattenti sono infatti elettori chiave in quanto rappresentano un’ingente parte della popolazione e quindi una grande porzione di elettorato (nel 2013 i veterani corrispondevano all’80% dei maschi sopra i 37 anni). I rapporti tra queste associazioni e partiti ha fatto sì che i veterani godano di svariati privilegi, tra cui pensioni, trattamenti sanitari preferenziali e agevolazioni fiscali. I dati rivelano che i tre quarti dell’ammontare totale del PIL dedicato all’assistenza sociale della Bosnia nel 2013 era destinato ai veterani e alle loro famiglie. In altre parole, i benefici di questa categoria dominano tuttora i sistemi di protezione sociale sia nella Federazione sia in Republika Srpska. Allo stesso tempo, nei discorsi politici i veterani vengono spesso strumentalizzati al fine di ottenere il sostegno di un certo gruppo etnico, specialmente durante le campagne elettorali: i veterani vengono raffigurati a seconda delle necessità come salvatori della propria etnia, come vittime o come colpevoli. Questi discorsi sono delle cosiddette ‘war narratives’ che alimentano una percezione distorta che tende a disumanizzare il nemico e nutrire un sentimento di vittimizzazione, ostacolando così la possibilità di riconciliazione post-conflittuale e alimentando invece tensioni che risalgono al conflitto.

Stari Most, nella città di Mostar in Bosnia ed Erzegovina. Fonte: Pixabay

Prevedere cosa sarebbe successo se la storia dei processi di DDR in Bosnia ed Erzegovina fosse andata diversamente è impossibile. Tuttavia, l’assenza di processi strutturati di DDR ha lasciato un alto numero di armi illegali in circolazione e ha spinto i veterani ad andare alla ricerca di chi poteva garantirgli benefici e diritti, cioè le associazioni di veterani che, man mano, si sono radicalizzate nella loro dimensione etnica. La mancanza di una reintegrazione socio-economica nella società ha portato i veterani a rimanere in un limbo, incastrati tra il loro passato da combattenti e la radicalizzazione della loro prospettiva etnica, che, nel contesto politico bosniaco, rappresenta una possibile minaccia alla pace e alla sicurezza. Reintegrare gli ex combattenti nelle società in transizione dal conflitto alla pace pone spesso sfide complesse. Nonostante per molti versi l’esperienza bosniaca rappresenti un caso d’eccezione, essa offre comunque uno spunto di riflessione cruciale: i processi di DDR, in Bosnia ed Erzegovina o altrove, dovrebbero essere finalizzati alla creazione di legami tra i veterani e la società in cui ritornano e dovrebbero includere la tematica della riconciliazione al fine di promuovere una pace sostenibile nei contesti post-conflittuali.

Per saperne di più:

Berdak, O. (2013). “War, gender and citizenship in Croatia, Bosnia and Herzegovina and Serbia”, CITSEE Working Paper Series. Disponibile su: http://www.citsee.ed.ac.uk/working_papers/files/CITSEE_WORKING_PAPER_2013-32.pdf

Bougarel, X. (2007). “The shadow of heroes: former combatants in post-war Bosnia-Herzegovina: Former combatants in post-war Bosnia-Herzegovina”, International Social Science Journal, 58(189). Disponibile su: https://doi.org/10.1111/j.1468-2451.2007.00646.x

Hadzovic, D., Krzalic, A. and Mihajlovic, S. (2010) Small arms survey, UNDP. Disponibile su: https://www.ba.undp.org/content/bosnia_and_herzegovina/en/home/library/crisis_prevention_and_recovery/small-arms-survey-2010-2011.html

Obradović, N. (2017). “War veteran’s policy in Bosnia and Herzegovina”, Revija za socijalnu Politiku, 24(1). Disponibile su: https://hrcak.srce.hr/index.php?show=clanak&id_clanak_jezik=263126

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