Creare spazi di pace e di sviluppo sostenibile: l’accompagnamento protettivo internazionale come metodo non-violento di trasformazione dei conflitti

Rivendicando la fondamentale co-dipendenza tra sviluppo sostenibile e pace – “there can be no sustainable development without peace and no peace without sustainable development” – l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile pone particolare enfasi sulla promozione di società pacifiche, giuste e inclusive. A tal fine, il raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile 16 (Sustainable Development Goal, SDG 16) implica equo accesso alla giustizia, rispetto per i diritti umani, efficienza dello stato di diritto e buona governance. In questa prospettiva, istituzioni forti, trasparenti e responsabili avrebbero il compito di contenere, in numero e portata, i conflitti e le guerre, nonché di prevenire la corruzione e i comportamenti criminali. Per quanto moralmente e politicamente cruciale, questo obiettivo risulta però difficile da definire nella pratica – e quindi da misurare e da raggiungere.

Sempre più spesso, infatti, la violenza e l’insicurezza si presentano in contesti ibridi, non propriamente in guerra né in pace, all’interno dei quali manifestazioni di violenza politica e criminale si sovrappongono a processi di degradazione socio-economica ed ecologica.

In contesti ibridi come quello messicano, caratterizzati da asimmetrie di potere apparentemente irrisolvibili, l’SDG 16 è esposto a una doppia ‘in-comprensione’: quella dell’oggetto – cioè della situazione da trasformare – e quella dell’obiettivo o risultato – cioè la condizione di pace, giustizia e sicurezza da raggiungere. In Messico, la decennale crisi di violenza e insicurezza trova comunemente giustificazione nelle tensioni tra le organizzazioni del narcotraffico e le autorità governative. D’altra parte, un approccio storico e critico rivela la complessità di tale conflittualità al di là delle rappresentazioni tradizionali e chiarisce le premesse e gli interessi che ne hanno favorito origine e sviluppo.

Per molti versi, il Messico sta attraversando una crisi sistemica della governance e dei diritti umani simile a quella vissuta da altri paesi in diverse regioni del mondo la cui sussistenza economica dipende dall’estrazione ed esportazione di risorse naturali: le economie predatorie trovano spesso terreno fertile in governi fragili e corrotti. Gli spazi vuoti lasciati dalla governance nella regolamentazione di attività e servizi dall’elevato valore capitalistico ha infatti permesso l’infiltrazione di attori privati, regolari e irregolari. Essendo i privati legalmente meno vincolati alle norme internazionali in materia di diritti umani rispetto ai governi, questo stato di cose ha portato in molti casi a una drastica contrazione della sicurezza per le popolazioni locali. In questi contesti si sovrappongono violenza politica e criminale, ‘genitrici’ di una cultura del terrore che, oltre a reprimere le manifestazioni contingenti di protesta e opposizione, permea la percezione individuale e collettiva della società, instillando paura e minando le capacità intellettuali e organizzative della società civile.

L’incapacità di, o la riluttanza a, risolvere la crisi politica e socio-economica vissuta dai messicani è il risultato, più che di una mancanza di mezzi e competenze, di una centralizzazione della produzione della cultura e dell’informazione in pochi poli del potere, i cui interessi sono confluiti nella costruzione di un immaginario ad hoc che ha spostato l’attenzione dalle cause ai sintomi, dall’insicurezza socio-economica e ambientale all’esplosione del crimine organizzato. A conseguenza di ciò, le politiche di sicurezza adottate finora hanno usato il narco come pretesto e come capro espiatorio per giustificare la pressoché totale militarizzazione del paese, ignorando il sistema di violenza strutturale, ben più imponente e istituzionalizzato, che sta a monte. Il risultato è stato un drammatico aumento dell’insicurezza per la popolazione civile.

È qui che entra in gioco l’accompagnamento protettivo internazionale e il lavoro di organizzazioni come Peace Brigades International (PBI), il cui obiettivo è quello di interrompere la spirale di violenza attraverso un approccio nonviolento di deterrenza. Senza alcuna pretesa di risolvere il conflitto, e anzi riconoscendolo come parte costituente e inevitabile delle relazioni sociali, PBI cerca invece di promuovere una maggiore comprensione del fenomeno e la sua trasformazione in senso pacifico.

Un volontario delle PBI durante un accompagnamento. (Fonte: EU-LAT Advocacy Network Red de Incidencia)

Le pratiche di conflict transformation trattano i conflitti e le conflittualità come fenomeni dinamici e multiformi, alimentati da fattori disparati e interessi divergenti. Risolvere queste dinamiche richiede una trasformazione sistemica della società dall’interno, attraverso la rimozione delle fonti strutturali dell’ingiustizia, della disuguaglianza e dell’oppressione. Si tratta di un approccio olistico, negli strumenti e negli obiettivi, in quanto non si limita ad affrontare le manifestazioni puntuali e incidentali della violenza, bensì cerca di risalire alle origini di quelle asimmetrie di potere che ne sono la ragione, così da poterle ‘ri-bilanciare’.

Nella sua declinazione nonviolenta, questa pratica richiede l’elaborazione di premesse e obiettivi chiari e ben definiti. Non si tratta infatti di una questione di astinenza o passività: al contrario, la nonviolenza implica la doppia capacità di resistere alla tentazione di ricorrere alla violenza e di proporvi alternative concrete e partecipative, capaci di tenere insieme dimensione locale e transnazionale. Si tratta di introdurre empatia e creatività nelle dinamiche del conflitto e va quindi considerato come un metodo cognitivo ed emotivo.

In contesti colpiti da insicurezza, impunità e repressione, i primi e principali target sono i difensori dei diritti umani. Essi svolgono un ruolo chiave nel determinare il grado di giustizia di una società (SDG 16a). Con il loro lavoro cercano di riportare le norme internazionali sul piano delle violazioni locali e di riconciliare i governi con la società civile. Sono quindi attori cruciali nel raggiungimento di uno sviluppo sostenibile e pacifico. Nonostante la loro importanza politica – o proprio per questa – i difensori dei diritti umani sono sempre più spesso minacciati da repressione e silenziamento da parte di governi ‘terroristici’ – peraltro fenomeno non più confinabile all’interno dei regimi dichiaratamente autoritari.

L’accompagnamento protettivo e le organizzazioni come PBI puntano a ristabilire i principi fondamentali di responsabilità e trasparenza in quelle istituzioni incaricate di sorvegliare sul rispetto dei diritti umani facendo leva su una doppia deterrenza: una immediata – vale a dire proteggere il difensore da potenziali attacchi – e una generale – quindi assicurare che la comunità internazionale sia testimone della violazione. Gli esperti chiamano questa pratica “jiu-jitsu politico”.

Sebbene infatti la protezione dei diritti umani continui a essere una responsabilità fondamentale dello stato, il loro monitoraggio e la loro promozione sono anche di interesse per gli altri governi e per la comunità internazionale in generale. Se uno stato infrange deliberatamente il consenso internazionale sui diritti umani e se c’è qualcuno a testimoniare e denunciare, è estremamente più probabile che la violazione venga sanzionata, politicamente o economicamente. Ecco perché per PBI è importante mantenere viva l’attenzione della comunità internazionale, sia attraverso l’advocacy sia attraverso la frequente pubblicazione di report e materiale audio-visivo: tanto a livello locale quanto internazionale, PBI cerca di risvegliare le coscienze, di dipanare le narrazioni convenzionali per dar spazio a voci diverse e controcorrente.

Manifestanti che protestano contro la scarsa protezione di attivisti e giornalisti in Messico. (Fonte: Cultura Colectiva News)

Data la natura della realtà messicana, in cui una strategia del terrore ha minato le capacità e l’autostima della società civile, ciò che sembra rilevante è precisamente come l’accompagnamento protettivo possa trasformare le asimmetrie di potere. Il valore aggiunto dei metodi nonviolenti risiede proprio nella loro capacità di prendere l’immaginario dominante, scomporlo nelle sue dinamiche costitutive e ricomporlo riassegnando idealmente in modo più equo il potere tra le parti. I risultati concreti di questo metodo diventano evidenti quando i ruoli si invertono e gli accompagnati diventano promotori di iniziative simili, innescando così un circolo virtuoso di formazione e capacity-building dal basso.

L’applicazione di questi sforzi richiede di andare oltre e spesso contro tendenze consolidate. Perché ciò avvenga, bisogna conoscere molto bene cosa e chi si sta cercando di trasformare. Una delle attività costitutive del metodo PBI consiste pertanto in un continuo lavoro di ricerca e analisi finalizzato a mappare attori e interessi. I dati raccolti vengono poi trasmessi ai difensori e alle loro organizzazioni attraverso seminari di protezione e sicurezza in modo da arricchire il loro repertorio di strumenti – teorici e pratici – per affrontare il conflitto e per diventare indipendenti. In linea con l’idea che il proprio servizio non sia altro che un contributo complementare, PBI punta ad esempio a creare spazio per iniziative di pace locali che durino nel tempo attraverso un iniziale supporto internazionale per poi permettere agli attivisti di svolgere le loro attività politiche in una realtà sempre più sicura e senza più bisogno di accompagnamento.

Il fatto che sempre più organizzazioni, in Messico e altrove, stiano prendendo l’iniziativa di chiedere aiuto e accompagnamento a organizzazioni come PBI dimostra la volontà di rompere i modelli di repressione, silenziamento e omertà per ritrovare la forza di testimoniare e di denunciare. Verificare l’efficacia di questo approccio è però difficile, sia per la complessità del contesto di partenza sia perché la si riscontra nei cambiamenti di percezione degli individui e delle comunità – per natura non facilmente quantificabili.

Giustizia e pace non sono realtà statiche e conseguibili una volta per tutte, bensì stati di ‘equilibrio dinamico’ in cui vari elementi interagiscono in modo non lineare. L’Agenda 2030, che poggia ancora le proprie fondamenta ideologiche su un modello neoliberale di gestione della politica e dell’economia prediligendo approcci tecnici e quantitativi, si dimostra pertanto carente nel definire i propri obiettivi e i gli strumenti con cui conseguirli. Promuovere la buona governance e lo stato di diritto richiede un costante lavoro di bilanciamento degli interessi e di dialogo all’interno della società, ma finché non si metteranno in discussione certi modi di interpretare la realtà e non si avrà il coraggio di cambiare prospettiva, molte crisi, come quella messicana, rimarranno irrisolte. Servono linguaggi nuovi e approcci creativi, capaci di tenere insieme dimensione locale e transnazionale e di trasformare i conflitti in dialoghi nonviolenti e partecipativi. Organizzazioni come PBI puntano e ristabilire i principi fondamentali di responsabilità e trasparenza in quelle istituzioni incaricate di sorvegliare sul rispetto dei diritti umani.

 

Per saperne di più

Mahony L. e Eguren L. E. (1997) Unarmed Bodyguards: International accompaniment for the protection of human rights defenders, Kumarian Press.
Peace Brigades International (2014) Pienso, luego resito. Experiencias de proteccion y promocion de derechos construidas desde la base de contextos de grandes inversiones. Disponibile su: https://pbi-mexico.org/fileadmin/user_files/projects/mexico/images/Pienso_luego_resisto.pdf
Aluna Acompañamiento Psicosocial A.C (2017) Modelo de Acompañamiento Psicosocial ALUNA, Mexico DF.

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