Le ZES di confine della Cambogia e la riproduzione della povertà

L’inserimento nella rete di produzione tessile, dell’abbigliamento e delle calzature, tema principale di questo articolo, è spesso sostenuto come un bene intrinseco, con un lavoro salariato soggetto a un contratto tra un datore di lavoro e un dipendente che, da un punto di vista ontologico, delimita il confine tra l’integrazione e l’esclusione, tra i privilegi e la marginalità, tra la prosperità e la povertà[1]. Tuttavia, in gran parte della regione asiatica del Mekong, il lavoro regolare non è la via d’uscita dalla povertà, ma è piuttosto la maniera informalizzata in cui i lavoratori sono inclusi nel sistema economico che riproduce la povertà. Infatti, la povertà si struttura attraverso mercati del lavoro formali, contrastando comuni visioni della regione che escludono le persone formalmente impiegate dalla definizione ufficiale di “poveri”[2]. L’esistenza dei lavoratori poveri non è una svista politica né un errore di carattere tecnico, ma è una parte integrante dei regimi del lavoro e dei paradigmi di sviluppo della regione del Mekong. La continua dipendenza dal lavoro precario a basso salario influenza gli interventi di sviluppo statali e internazionali, nonché gli sforzi volti a incrementare gli obiettivi prefissati e ottimizzare i vantaggi comparati nelle reti di produzione globale. Tutto questo include la promozione dell’esportazione manifatturiera e la fondazione delle Zone Economiche Speciali (ZES).

Il potenziale per un miglioramento produttivo e funzionale rimane estremamente limitato in Cambogia, Laos e Myanmar, mentre in Thailandia e in Viet Nam si lotta per “scappare” dalla “trappola del reddito medio”. In questi Paesi, i centri industriali fanno affidamento sui migranti interni e transfrontalieri e, per di più, molteplici ZES stanno sorgendo nelle aree rurali e di confine per avvalersi della manodopera congestionata che si trova nel segmento più basso dell’economia rurale. Nei piani di sviluppo convenzionale, lo sviluppo trainato dal settore manifatturiero ricorre a un paradigma di crescita economica “a favore dei poveri” che fa perno sulle ZES. Nondimeno, il regime di precarietà in cui versa il mercato del lavoro non fa altro che riprodurre povertà anziché fare progressi: l’evidente contraddizione tra le promesse e la realtà delle attuali strategie di sviluppo ha generato una certa disillusione verso il lavoro nel settore industriale tra gli operai direttamente coinvolti, e crescenti tensioni politiche nei siti industriali dove il lavoro è pagato con bassi salari.

In qualità di principale sostenitore del processo di industrializzazione economica geograficamente regolata, l’Asian Development Bank (ADB) ha promosso un serie di progetti di sviluppo infrastrutturali al fine di integrare economicamente la “Grande regione del basso Mekong”. L’ADB ha classificato le ZES in tre diversi livelli[3]: le aree economiche speciali simili a enclave appartengono al primo livello e aiutano a creare occupazione e introiti in valuta estera. Sono, inoltre, caratterizzate da settori manifatturieri leggeri ad alta intensità di lavoro. Le ZES di secondo livello, invece, nascono con l’obiettivo di apportare benefici alla diversificazione economica e alla promozione di legami a monte con l’economia locale. Infine, le ZES di terzo livello sono presentate come aree di rafforzamento dell’impatto sviluppista sull’intera economia, al cui interno sono presenti legami a monte e a valle, e più ampie riforme del mercato del lavoro e del settore dei servizi.

La fruizione di una regione del basso Mekong ben integrata, secondo la visione dell’ADB, facilita la transizione delle economie locali verso settori manifatturieri a più alto valore aggiunto. Le prospettive future di impiego nei settori che garantiscono alti salari appaiono, dunque, come una forma di riscatto per i sacrifici di breve periodo richiesti da un’occupazione precaria. Finora vi sono comunque prove limitate che la promessa di un lavoro sufficientemente ed estensivamente ben remunerato possa presto realizzarsi. Certamente intere economie nazionali, incluse quelle della Cambogia, del Laos e del Myanmar cercano di mantenere le proprie posizioni sui gradini più bassi dell’economia globale. A questo punto ci chiediamo in che misura le ZES di confine nella regione del Mekong abbiano innescato un processo di sviluppo economico e sociale fin dalla loro fondazione. Per occuparci di questa questione, l’articolo intende capire in quale modo i governi, il capitale industriale e i pianificatori si siano adattati alle rispettive strategie di sviluppo (top-down) e regolatorie attraverso i discorsi sulla connettività e sulla cooperazione regionale, e i progetti infrastrutturali. Ci focalizzeremo sulle ZES della Cambogia che sorgono al confine con il Viet Nam. Sebbene questo caso non sia generalizzabile all’intera regione del Mekong, esso fornisce una spiegazione adeguata e contribuisce alla teoria costruita attorno alla persistente prevalenza dei modelli di accumulazione a basso valore aggiunto.

Il caso della Cambogia

Le elezioni del 1993 monitorate dalle Nazioni Unite posero fine a quasi tre decenni di guerra civile in Cambogia. Il Paese indocinese fece il suo esordio nell’economia globale neoliberale con un sistema politico a pezzi, infrastrutture devastate e una società disintegrata. Da allora, il partito al potere, il Partito del Popolo cambogiano (PPC) è riuscito a mantenere legittimità impedendo lo scoppio di nuovi conflitti e ponendo le basi per una crescita economica rapida. Tuttavia, rimane il fatto che il Paese continui a rimanere indietro, rispetto ai suoi vicini, in termini di aspettativa di vita, riduzione della povertà, scolarizzazione e altri elementi socio-economici di rilievo.

Allo stato attuale, l’economia cambogiana non appare molto diversificata. Sebbene rimanga largamente agraria, con il 70% della popolazione che vive in aree rurali[4], il tasso di urbanizzazione del Paese recentemente registrato è stato uno dei più rapidi al mondo, con la popolazione della capitale Phnom Penh che negli scorsi anni è triplicata. Nella Cambogia rurale, quasi una famiglia su quattro ha almeno un membro in età lavorativa emigrato in città[5]. Gli interessi e l’identità dei lavoratori migranti rimangono largamente ancorati alla tradizione agraria, con le attività non contadine che si focalizzano sul contributo alla vita rurale famigliare. I lavori rurali si compongono in 60,2% di occupazioni informali, 33,3% di tipo agricolo e 6,5% di occupazioni formali[6]. Malgrado il tasso di disoccupazione rimanga basso (e sia diminuito ulteriormente nel corso degli ultimi dieci anni) e il tasso di crescita sia robusto da un decennio (in media del 7%), questi dati “non hanno sospinto tutte le navi”[7], evidenziando come siano necessarie protezioni sociali e del mercato del lavoro complete.

Il settore manifatturiero dell’abbigliamento e delle calzature a basso valore aggiunto è diventato il pilastro su cui poggia la strategia di sviluppo economico della Cambogia. L’impiego di manodopera nei settori dell’abbigliamento, del tessile e delle calzature è cresciuto da ventimila nel 1994 a circa un milione del 2020. Il salario minimo reale è ristagnato, colando addirittura a picco nel periodo 2001-03 (v. Fig. 1), paradossalmente mentre l’International Labour Organisation (ILO) e l’International Finance Corporation (agenzia del gruppo della World Bank, N.d.T.), il Dipartimento statunitense del Lavoro e molti distributori internazionali di abbigliamento hanno etichettato il processo manufatturiero del settore tessile in Cambogia come “equo” o “etico”, dato il regime di monitoraggio di alto profilo garantito dall’ILO[8]. Nonostante gli sforzi tesi a monitorare le condizioni di lavoro nelle aziende esportatrici di abbigliamento, i salari rimasti a lungo bassi, la proliferazione dei contratti a tempo determinato e l’eccessivo ricorso agli straordinari, le aziende del settore continuano a offrire al Paese il vantaggio competitivo nelle reti globali di produzione dell’abbigliamento. In altre parole, il regime di monitoraggio dei diritti dei lavoratori previsto dalla legge cambogiana ha avuto l’obiettivo di riconfezionare lavori senza sbocchi che trattavano il corpo della donna del mondo in via di sviluppo come una merce da sfruttare e a disposizione di chiunque in modelli di progetto di sviluppo trainato dalle esportazioni[9].

Fig. 1 – Salario minimo reale e nominale mensile nel settore dell’abbigliamento e delle calzature, 200005 (cifre in dollari statunitensi) [fonte: ILO (2015), Cambodia Garment and Footwear Sector Bulletin, Issue n° 2, Phnom Penh, ottobre]

 

Le ZES e la precarietà istituzionalizzante

In Cambogia, l’industria dell’abbigliamento per l’esportazione è concentrata prevalentemente nell’area adiacente a Phnom Penh. In anni recenti c’è stato un chiaro sforzo di decentralizzare la produzione di capi di abbigliamento e di altri prodotti della manifattura leggera attraverso l’approvazione di un programma nazionale di aree economiche speciali che ha avuto inizio nel 2005. Questo è parte di un progetto più ampio, in base al quale l’ADB e i pianificatori economici ad essa collegati continuano a schierare i Paesi lungo ciò che essi credono sia un percorso lineare verso l’integrazione globale guidata dall’industrializzazione e caratterizzata dallo “sviluppo a favore dei poveri” e dalla prosperità condivisa, favorita dalla crescita economica “guidata dal lavoro”[10]. Con l’avanzare del progetto, l’ADB suggerisce ai governi di essere “diffidenti sulle normative del lavoro eccessivamente restrittive […] [poiché] se sono troppo rigide potrebbero portare a un esodo delle aziende straniere e/o al passaggio alla produzione a più alta intensità di capitale, le quali avrebbero ripercussioni negative di lungo periodo sulla domanda di lavoro”[11]. I segmenti più bassi dell’economia rurale regionale sono oltremodo congestionati e il potenziale per l’upgrading delle reti di produzione globali è limitato: ne consegue che la crescita guidata dai settori industriali a basso valore aggiunto appare come il pilastro della pianificazione economica negli anni avvenire. Le ZES giocano un ruolo ben definito in un paradigma di crescita di questo tipo e capire il fondamento logico delle strategie di crescita economica nella regione aiuta a chiarire in che modo siano minati i diritti economici e sociali.

Con la competizione globale che si intensifica nei settori ad alta intensità di lavoro orientati all’esportazione, l’ADB sta promuovendo attivamente le ZES di confine, nate con l’intento di incrementare la competitività delle esportazioni e integrare le aree rurali (da tempo trascurate) con le zone di confine per favorire “una crescita decentralizzata e sostenibile”[12]. Dalla prospettiva dell’ADB, sia il commercio potenziato sia il sistema dei trasporti che fa perno sullo sviluppo delle ZES, e che è incastonato all’interno dei corridoi economici regionali, possono facilitare il commercio regionale integrato e i cambiamenti strutturali che agevolano lo sviluppo, generando così “una lunga serie di benefici economici”[13]. Lo sviluppo delle ZES in mancanza di una reale cooperazione regionale può, secondo l’ADB, portare alla pianificazione di enclave, con ritorni economici limitati[14]. L’istituzione finanziaria asiatica sottolinea come le ZES dovrebbero essere considerate componenti di un progetto non fine a sé stesso, ma che favorisce il commercio e la liberalizzazione regionale e globale.

Le ZES di confine sono nate come incubatrici dello sviluppo economico sia nazionale sia transfrontaliero, che si propongono di incorporare localmente le reti di produzione globali. Viste attraverso un’accurata lente egemonica, queste aree rappresentano interventi di pianificazione economica che mettono in mostra l’efficienza dello Stato e acume logistico e infrastrutturale, sia “hard” sia “soft”, mentre l’ulteriore istituzionalizzazione dei regimi di lavoro informali è ritenuta necessaria per la crescita. Da questa prospettiva, le preoccupazioni sociali riguardanti il salario e il sistema di welfare non si trovano al margine del discorso sullo sviluppo. Al contrario, sono presentati come parte di un paradigma di crescita nel quale i problemi sociali devono essere affrontati dopo che il modello geo-economico sub-regionale sia stato istituzionalizzato.

Le ZES in Cambogia devono tenere conto di nuove urgenze: mancando sia infrastrutture avanzate sia capacità logistiche e faticando a tenere sotto controllo una forza lavoro diventata sempre più militante, il governo cambogiano sta facendo passi in avanti per mantenere il proprio punto d’appoggio (precario) sulla manifattura leggera, placando le preoccupazioni degli sconcertati investitori. Fino all’anno scorso, il Cambodia SEZ Board – che rientra sotto il controllo del Consiglio per lo Sviluppo della Cambogia – ha approvato circa quaranta ZES da quando sono state lanciate nel 2005: nel 2019 ne erano operative ventitré, impiegavano centotrentunmila cambogiani (il 64% dei quali donne) e costituivano oltre il 22% della forma di impiego regolare in Cambogia[15]. Un’area economica speciale si trova nella capitale Phnom Penh, amministrata da investitori giapponesi, mentre la provincia costiera di Sihanoukville e la provincia di Svay Rieng al confine con il Viet Nam ospita circa quindici delle ventitré zone attualmente attive. Le ZES della Cambogia sono relativamente piccole e vanno dai cinquanta ai mille ettari. Il governo centrale ha facilitato lo sviluppo delle ZES in cui operano le aziende private: invero, tutte le ZES cambogiane sono private, andando a riflettere la tendenza in voga nel mondo intero[16]. Gli investimenti nella manifattura leggera, come abbigliamento, calzature e assemblaggio di biciclette, sono rilevanti. La logica primaria con cui è stata concepita la ZES di confine di Bavet è la sua vicinanza a Ho Chi Minh City, al suo porto e alle produzioni manifatturiere, riducendo in questo modo i costi di transito, e non solo, rispetto alle aree industriali che si trovano invece nell’entroterra. Inoltre, fino all’agosto scorso la Cambogia ha garantito all’Unione Europea l’accesso preferenziale al suo mercato sulla base dell’accordo commerciale Everything but Arms, il quale prevede l’eliminazione di dazi e quote per i prodotti provenienti dai Paesi meno sviluppati. A Bavet esistono cinque ZES operative che impiegano circa quarantamila lavoratori locali.

Una ricerca condotta da chi scrive nella municipalità cambogiana di confine di Bavet, tra il 2009 e il 2018, ha preso in esame una forza lavoro che però condivide molte delle medesime preoccupazioni sulle condizioni di lavoro e sul trattamento salariale dei lavoratori in altre parti del Paese, oltre a mostrare le caratteristiche di un ceto proletario con caratteristiche particolari. Secondo un’indagine condotta nel 2015 in Cambogia su un campione di cento operai, inclusi ventuno lavoratori di Bavet, il 90% degli operai della municipalità al confine con il Viet Nam si dedica ai lavori agricoli in vari periodi dell’anno, mentre solo il 12,7% dei lavoratori del settore dell’abbigliamento nelle zone adiacenti alla capitale cambogiana dichiara di dedicarsi alla terra. A Bavet, il 71,4% dei lavoratori e dei rispettivi coniugi possiede un appezzamento di terra (di cui, il 66% è proprietario di un appezzamento che misura meno di un ettaro, il 20% da uno a due ettari), mentre il 10% dei lavoratori impiegati nel settore dell’abbigliamento a Phnom Penh sostiene di essere proprietario terriero (di cui, l’86% dichiara di possedere terreni estesi meno di un ettaro). A Bavet, il 60% degli intervistati vende oltre la metà della propria produzione agricola sul mercato, il 13% dichiara di venderla metà sul mercato e l’altra metà la mantiene per consumo personale, mentre il 27% mangia a tavola le coltivazioni di propria produzione. Tutti i genitori degli operai intervistati a Bavet possiedono un appezzamento di terreno, mentre il 70% dei genitori dei lavoratori di Phnom Penh è proprietario terriero. Alla richiesta di comparare le loro rimesse in proporzione al proprio reddito famigliare, gli operai di Phnom Penh rispondono che, in media, queste corrispondono al 19% del totale del reddito famigliare, mentre a Bavet il tasso si attesta quasi al 50%. Questo può essere dovuto ai livelli di salario pressoché equivalenti, mentre gran parte dei lavoratori di Bavet preferisce fare il pendolare quotidianamente dal villaggio di casa o di origine della famiglia piuttosto che affittare una stanza, una pratica invece diffusa a Phnom Penh e dintorni. Nella ZES Manhattan, nella città di Bavet, il direttore marketing ha notato come gran parte dei pendolari delle aree economiche speciali viaggi almeno un’ora a tratta da e verso il luogo di lavoro[17], mentre dieci operai della ZES di Bavet intervistati viaggiano due ore per tratta per raggiungere le fabbriche, una situazione peraltro abbastanza comune[18]. Sulla base dell’indagine e delle interviste raccolte, si può sostenere che la forza lavoro di Bavet viva letteralmente con un piede nella dimensione industriale e con l’altro nella dimensione rurale e agraria.

Gli operai di Bavet sono poveri ma non indigenti, ai margini della forza lavoro in relativo surplus. Sono posizionati cioè tra la condizione di piccoli proprietari terrieri, con limitate opportunità di sostentamento, e il lavoro a basso salario in una ZES, cercando di mantenere la presa sui gradini più bassi dell’economia globale, come sarà analizzato in dettaglio nei successivi paragrafi. I mezzi di sussistenza agrari e industriali potrebbero diminuire o dissolversi senza un sufficiente ricambio o un’efficace rete di sicurezza sociale. Frustrati dai guadagni salariali limitati e senza ottenere virtualmente alcun vantaggio assistenziale dai forum tripartiti nazionali (che vedono la presenza di governo, associazioni professionali e imprenditoriali, confederazioni sindacali, N.d.T.), gli operai di Bavet e di altre aree della Cambogia hanno col tempo portato avanti le loro richieste in maniera sempre più militante. Il numero degli scioperi nazionali aumentò significativamente tra il 2010 e il 2013, con un aumento del 250%[19]. Parecchie manifestazioni furono sedate dalla mano pesante delle autorità governative e, proprio da Bavet, scaturì la prima reazione armata da parte delle autorità cambogiane. Il 20 febbraio 2012, l’allora governatore della municipalità di confine, Chhouk Bandith, ordinò alla polizia di aprire il fuoco contro una folla di circa seimila dimostranti nella ZES Manhattan, fuori dalla fabbrica di scarpe Kaoway Sports, un fornitore della Puma[20]. Due dei manifestanti furono colpiti alla mano, mentre un altro rischiò di morire dopo che un proiettile gli aveva perforato il polmone, mancando di poco il cuore. Inoltre, gli operai del settore dell’abbigliamento scesero in piazza a livello nazionale nel settembre 2010 e, ancora, tra dicembre 2013 e gennaio 2014, dopo il fallimento dei negoziati sull’aumento del salario minimo nazionale. Soprattutto lo sciopero del 2 gennaio sfociò in violenze efferate, dopo che la polizia armata di AK-47 aveva sparato contro i manifestanti riuniti fuori dalla Canadia Industrial Zone di Phnom Penh[21]. Cinque persone furono uccise, circa trentotto colpite o ferite e tredici furono arrestate[22]. Questi episodi di violenza perpetrati nelle zone industriali e nelle ZES dimostrano che il governo intende continuare ad assicurarsi la fiducia degli investitori del settore dell’abbigliamento mantenendo docile la forza lavoro[23].

Durante le proteste del biennio 2013-14, il crescente movimento dei lavoratori iniziò a coalizzarsi con il Partito della Salvezza nazionale della Cambogia, movimento di opposizione, costringendo il PPC a rivedere la propria politica. Per prima cosa, il salario minimo mensile è passato dagli 80 del 2013 ai 170 dollari statunitensi del 2018, una riforma che riguarda solo i settori del tessile, dell’abbigliamento e delle calzature. I negoziati tripartiti sul salario minimo che hanno avuto luogo nel 2020, nel periodo della pandemia da COVID-19, hanno proodotto come risultato un aumento di appena due dollari al mese (da 190 a 192 dollari), che entrerà in vigore a partire dal prossimo gennaio. Allo stesso tempo, il governo cambogiano ha dichiarato che è in discussione la riforma di uno schema pensionistico e sanitario rivolto principalmente ai lavoratori dell’abbigliamento di Phnom Penh e dintorni. Sebbene si tratti di importanti concessioni, questi provvedimenti non sono sufficienti a far fronte alla povertà. Le misure di protezione sociale – ad esclusione del salario minimo applicabile ai settori dell’abbigliamento e del calzaturiero – interessano i lavoratori di Phnom Penh e delle aree limitrofe e c’è limitata evidenza che i progetti pilota possano essere estesi a livello nazionale: ciò significa che i lavoratori di Bavet saranno esclusi. In breve, le concessioni hanno l’effetto di delimitare le richieste potenzialmente politiche di redistribuzione nelle aree urbane, le quali potrebbero essere collegate ai movimenti sociali ad ampio raggio. Gli imperativi egemonici hanno come obiettivo i lavoratori urbani del settore formale[24]. Un’altra mancanza della politica di protezione sociale è data dal fatto che essa non tiene in considerazione la mobilità geografica e quella del mercato del lavoro. Uno dei leader sindacali cambogiani, Kong Athit, stima che gli operai siano, in media, impiegati nel settore dell’abbigliamento dai cinque a sette anni[25]. Quindi, questa politica presuppone un’identità occupazionale fissa e un orizzonte temporale che vanno ben oltre la norma per un operaio cambogiano del settore. Occupandosi in maniera discriminatoria di un settore produttivo specifico a Phnom Penh, lo Stato è in grado di smussare le critiche che non sia riuscito ad alleviare le preoccupazioni dei lavoratori. Ciò, tuttavia, non affronta le problematiche derivanti dal modo in cui la povertà sia strutturata attraverso la partecipazione al mercato del lavoro formale. Al contrario, offre guadagni salariali insufficienti e una limitata assicurazione sociale che in realtà rafforza l’esternalizzazione della riproduzione sociale all’economia delle rimesse verso le aree rurali[26].

È con questa serie di inquietudini sociali in testa che dobbiamo essere in grado di comprendere la logica più ampia di sviluppo delle ZES in Cambogia. Gli economisti indicano che il miglioramento delle infrastrutture “soft” e “hard”, nonché dell’efficienza logistica, sono fondamentali per la capacità della Cambogia di usare a proprio vantaggio l’esteso bacino di forza lavoro a basso costo: in tal senso, le ZES di confine sono considerate la punta di diamante di tali sforzi[27]. Malgrado non manchi una discussione all’interno dell’ADB sull’upgrading economico, è significativo come la pianificazione spaziale sia orientata ad ancorare i settori a basso valore aggiunto lungo i confini per incrementare gli accordi transfrontalieri di ripartizione della produzione. Con il rapido aumento dei salari tra il 2013 e il 2016, che ha largamente compensato un decennio di declino dei salari reali, il vantaggio salariale della Cambogia rispetto al Viet Nam si sta fortemente riducendo ed è plausibile che intere zone possano scomparire alla prossima riconfigurazione spaziale. Un rappresentante della ZES Manhattan è chiaro su questo punto: “Ad essere onesti, [gli investitori] vengono in Cambogia per i bassi costi del lavoro e, se vogliamo continuare ad essere competitivi, dobbiamo mantenerci su questa strada”.[28] A rafforzare questa opinione ci pensa il ministro del Lavoro, Heng Sour, che ha affermato: “Se vogliamo che il Paese cresca, abbiamo bisogno degli investitori stranieri e di politiche in grado di attirarli […]. Per garantirci gli investimenti esteri diretti, mi dica lei cosa possiamo fare oltre a mantenere i salari bassi”[29]. Infatti, la redditività del settore dell’abbigliamento è stata a lungo sotto pressione e la Cambogia è lontana dal compiere l’upgrading alle nuove catene del valore o verso nuovi settori industriali come l’elettronica o l’assemblaggio di automobili. In questo senso, il Paese sta cercando di mantenere la presa sui gradini più bassi dell’economia globale, con centri manifatturieri come Bavet che si trovano ai margini dei circuiti del capitale globale.

Non c’è alcuna indicazione secondo cui la promessa di un lavoro ben remunerato e che garantisca un’assicurazione sociale possa essere galvanizzata dallo sviluppo delle ZES. L’ADB inquadra le ZES come componenti necessarie per affrontare le problematiche economiche e sociali, ma ci sono stretti margini di manovra in termini di risposta alle preoccupazioni fondamentali dei lavoratori, poiché queste aree si fondano su una forza lavoro precaria. In sintesi, le ZES dipendono dalla povertà e la riproducono, e le opportunità di superare questo scoglio sono estremamente limitate, dato che i funzionari statali cambogiani sono vincolati sia dalle richieste degli investitori che esigono bassi costi del lavoro sia da quelle dei lavoratori che invocano interventi di policy che affrontino il nodo del salario di povertà.

Traduzione dall’inglese a cura di Raimondo Neironi e Giuseppe Gabusi


Note bibliografiche

[1] Barchiesi, F. (2011), Precarious Liberation: Workers, the State, and Contested Social Citizenship in Post-apartheid South Africa, Albany; NY: State University of New York Press.

[2] International Labour Organisation (2015), “Cambodia Garment and Footwear Sector Bulletin”, Issue n° 2, Phnom Penh, ottobre, disponibile online al link https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—asia/—ro-bangkok/—sro-bangkok/documents/publication/wcms_421104.pdf.

[3] ADB (2015), “Asian Economic Integration Report 2015: How can Special Economic Zones Catalyze Economic Development?”, Manila: ADB, disponibile online al link https://www.adb.org/sites/default/files/publication/177205/asian-economic-integration-report-2015.pdf.

[4] National Institute of Statistics (NIS) of Cambodia e ILO (2013), “Cambodia Labour Force and Child Labour Survey 2012: Labour Force Report”, novembre, disponibile online al link https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—asia/—ro-bangkok/—sro-bangkok/documents/publication/wcms_230721.pdf.

[5] Chivoin, P. (2016), “Negotiating Rural-Urban Transformation and Life Course Fluidity: Rural Young People and Urban Sojourn in Contemporary Cambodia”, Journal of Rural Studies, 44, pp. 177-186.

[6] National Institute of Statistics (NIS) of Cambodia e ILO (2013), “Cambodia Labour Force …, cit.

[7] Espressione della lingua inglese per rappresentare una situazione in cui tutti stanno meglio in termini assoluti rispetto alla situazione precedente, permanendo comunque le differenze relative di reddito, come una marea che alza tutte le barche, non trasformando però i natanti più piccoli in grandi navi [N.d.T.].

[8] Rossi, A. (2015), “Better Work: Harnessing Incentives and Influencing Policy to Strengthen Labour Standards Compliance in Global Production Networks”, Cambridge Journal of Regions, Economy and Society, 8 (3), pp. 505–20.

[9] Wright, M. (2006), Disposable Women and Other Myths of Global Capitalism, New York: Routledge; Arnold, D. (2017), “Political Society, Civil Society and the Politics of Disorder in Cambodia”, Political Geography, 60, pp. 23-33.

[10] Cfr. ADB (2010), “Sharing Growth and Prosperity: A Strategy and Action Plan for the Southern Economic Corridor”, Manila: ADB, disponibile online al link https://www.adb.org/publications/sharing-growth-and-prosperity-strategy-and-action-plan-greater-mekong-subregion; Id. (2008), “Emerging Asian Regionalism: A Partnership for Shared Prosperity”, Manila: ADB, disponibile online al link https://www.adb.org/sites/default/files/publication/159353/adbi-emerging-asian-regionalism.pdf.

[11] ADB (2015), “Asian Economic…”, cit.

[12] ADB (2010), “Sharing Growth and…”, cit.

[13] ADB (2015), “Asian Economic Integration Report…”, cit., p. 112.

[14] Ibidem.

[15] Brussevich, M. (2020), “The Socio-Economic Impact of Special Economic Zones: Evidence from Cambodia”, International Monetary Fund Working Paper.

[16] Warr, P. e Menon, J. (2015), “Cambodia’s Special Economic Zones,” ADB Economics Working Paper Series n° 459, ottobre, Manila: ADB, disponibile online al link https://www.adb.org/sites/default/files/publication/175236/ewp-459.pdf.

[17] Intervista realizzata dall’autore nel novembre 2014.

[18] Interviste realizzata dall’autore nel novembre 2014.

[19] Better Factories Cambodia (BFC) (2014), Thirty First Synthesis Report on Working Conditions in Cambodia’s Garment Sector, Ginevra: International Labour Office, International Finance Corporation.

[20] Lim, A. (2013), “Cambodia Rising: Neoliberal Violence and Development”, Journal of Southeast Asian Studies, 18 (4), pp. 61-72.

[21] Gli scioperi sono scoppiati a seguito della decisione di portare a 100 dollari il tetto mensile del salario minimo (prima fermo a 95 dollari), comunque ben al di sotto della richiesta di 155 dollari.

[22] Asia Monitor Resource Centre (AMRC) (2014), “A Week That Shook Cambodia: The Hope, Anger and Despair of Cambodian Workers after the General Strike and Violent Crackdown”, Hong Kong: Asia Monitor Resource Centre, disponibile online al link https://www.uniontounion.org/pdf/FFM-Cambodia-Report.pdf.

[23] Arnold, D. (2017), “Political Society, Civil Society …”, cit., pp. 23-33.

[24] Il Fondo di sicurezza sociale della Cambogia è l’organizzazione che si occupa di queste questioni e si prende cura dei seguenti aspetti: assicurazione sanitaria, pensioni, fondo sugli infortuni sul lavoro. Nel 2008 ha attivato il fondo sugli infortuni, che copre attualmente un milione di lavoratori.

[25] Intervista realizzata dall’autore nel gennaio 2015.

[26] Una proporzione significativa (persino la maggioranza) degli operai del settore dell’abbigliamento si affida alle famiglie rimaste nelle aree rurali per soddisfare le esigenze primarie, quali la cura dell’infanzia e la salute, perché i loro salari non sono sufficienti a sostenere queste spese. Si riproduce così il ciclo della povertà, nel quale gli operai lavorano nelle fabbriche, o nelle costruzioni, per fare uscire dalla povertà le famiglie nelle aree rurali, ma il loro sforzo non è remunerato adeguatamente, con il risultato che la povertà si riproduce sia nelle fabbriche sia nelle aree rurali.

[27] Abonyi, G. e Zola, A. (2014), “Scoping Study on Developing Border Economic Areas and Cross-border Linkages between Thailand and Its Neighbour”, stilato per l’ADB, Thailand Resident Mission; ADB, “Asian Economic Integration Report …”, cit.

[28] Intervista rilasciata all’autore nel novembre 2014.

[29] Intervista rilasciata all’autore nel gennaio 2015.


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