Alcune riflessioni sul futuro degli studi sul Myanmar

Contesti differenti

I cambiamenti che hanno contraddistinto la società del Myanmar nello scorso decennio hanno generato una contigua trasformazione nella qualità, nella quantità e nella diversità degli studi accademici. Il numero di cittadini del Myanmar attivamente coinvolti nelle attività di ricerca è aumentato rapidamente nelle università, nei think tank e in una vasta gamma di istituzioni, incluso il settore delle organizzazioni non governative (ONG), che inietta conoscenza sul Myanmar. Molti di questi ricercatori ricevono supporto, direttamente o indirettamente, da fonti provenienti al di fuori del Myanmar, in particolare dai governi. Cina, Singapore, Stati Uniti, Giappone, Australia, Canada, Regno Unito e Unione Europea sono tutti coinvolti, sia in termini di contributo specifico all’ambiente accademico, sia in termini di sforzi resi in qualità di partner con istituzioni birmane.

Allo stesso tempo, il numero di studiosi stranieri che dedicano rispettivamente tutti o parte degli sforzi di ricerca alle questioni concernenti il Myanmar è il più alto di sempre. Le maggiori conferenze sul Myanmar, o in Myanmar, o negli Stati Uniti o in Australia sono al giorno d’oggi vaste e ben partecipate. La gamma di studi si è allargata in maniera sorprendente. Ne risulta che il terreno di dibattito sugli studi sul Myanmar è più confuso che mai[1]. Tale boom segue i periodi precedenti in cui gli studi sul Myanmar erano una questione marginale, persino in quegli istituti di ricerca dove essi avevano una serie considerazione[2]. Il ritardo pluriennale rilevato nella pubblicazione accademica convenzionale sta a significare che l’attuale e rapida impennata continuerà a dare slancio a questo tema di studi, nonostante le opportunità per i ricercatori siano ancora limitate[3]. È abbastanza comune per ricerche condotte in un decennio vedere finalmente la luce del giorno solo un po’ di tempo dopo.

La diffusione degli studi sul Myanmar, e le problematiche condizioni politiche all’interno delle quali essi operano in maniera persistente, dovrebbe incoraggiare una riflessione critica sul futuro di tali attività accademiche. In questa analisi, spiegherò brevemente come possiamo comprendere l’evoluzione delle analisi focalizzate sul Myanmar e che cosa suggerisce l’attuale condizione circa il futuro della ricerca in questo importante e spesso tormentato Paese del Sud-Est asiatico. Una delle ragioni di questo bilancio è che i miei interessi di ricerca si sono spostati in altre direzioni e, pertanto, ha effettivamente senso trarre qualche valutazione da ciò che ho imparato in quasi vent’anni, sia all’interno sia attorno alla comunità degli studi sul Myanmar. Sono grato a molti amici, mentori, interlocutori, informatori, studenti e collaboratori che mi hanno consentito di imparare qualcosa su molti aspetti del Myanmar. Gran parte di ciò che suppongo di conoscere è il risultato di un duro lavoro di generazioni di collaboratori accademici, in particolare coloro che hanno cercato di capire il Myanmar durante i decenni tetri della dittatura militare. Mentre ebbe inizio la mia carriera accademica sotto questi auspici, sono anche consapevole che tendevo ad avere un accesso sicuro disponibile solo ai più privilegiati e ai più fortunati della comunità accademica di studi sul Myanmar.

Rendere umano il boom degli studi sul Myanmar

Visto che la mia carriera di studioso del Myanmar risale ai primi anni Duemila ho, come molti altri, tratto grande giovamento dalle tipologie di collaborazione che sono state rese possibili dai più recenti cambiamenti politici, sociali ed economici del Myanmar[4]. Aver lavorato a fianco di colleghi birmani si è rivelato essere una parte particolarmente importante di questa storia, che affonda le sue radici nel decennio scorso. Attraverso la supervisione di studenti di dottorato birmani e i vari sforzi effettuati per dare un contributo alla produzione scientifica, molti di noi hanno costruito delle collaborazioni che non erano generalmente possibili per le generazioni precedenti. Infatti, la mia stretta interazione intellettuale con funzionari governativi del Myanmar, ottenendo informazioni da almeno una mezza dozzina di ministeri differenti, si è dimostrata enormemente importante nella misura in cui sono riuscito a capire la società birmana in tutte le sue differenti combinazioni. Ricordo ancora la prima volta che sono entrato in un compound governativo, la mia prima visita a Naypyitaw, il mio primo tè con un vecchio generale. Rammento anche la prima volta che mi sono seduto al tavolo con i giovani ribelli e la prima volta che ho sentito sibilare al vento un colpo di arma da fuoco. Tutte queste storie occorre che siano raccontate.

Mi rincuora particolarmente sapere che le voci del Myanmar, siano esse appartenenti a giornalisti, analisti o studiosi, ora più che mai si stanno esercitando allo story-telling. Quelli di noi che sono inciampati, nella veste di estranei, nel provare a capire il Myanmar e le sue faccende dovrebbero continuare a cercare più spazio possibile per le loro prospettive. Ciò significa assicurare il flusso di studenti birmani verso istituzioni internazionali di qualità elevata e che questi stessi studenti ricevano un’istruzione non solo nel loro campo ristretto di potenziali conoscenze, bensì anche nei meccanismi che guidano la conoscenza e il dibatitto in tutto il mondo. Ovviamente, ciò richiede borse di studio finanziate a un livello sostenuto e significativo. I Paesi ricchi che offrono un generoso sostegno economico per l’istruzione raccoglieranno solo talvolta benefici immediati, ma ritengo giusto che gli studenti birmani siano incoraggiati a partecipare, anche ai livelli più alti, nel lavoro di ricerca che interessa il loro Paese e i loro concittadini. Ovunque possibile, tali borse di studio dovrebbero essere messe a disposizione di funzionari, attivisti, accademici e[5] giornalisti che, nel corso delle loro rispettive carriere, possono fare la differenza nel processo che conduce il Myanmar a gestire le sue innumerevoli sfide.

Tanto per esser chiari, è evidente che, per la buona salute degli studi sul Myanmar in futuro, il peso crescente dovrebbe essere sostenuto dai cittadini del Myanmar e anche dai membri della vasta diaspora birmana. Le loro competenze linguistiche e la comprensione degli eventi locali, così come tutti quegli sforzi spesso profusi per lo sviluppo sociale e educativo del proprio Paese, hanno già grandemente ravvivato la conoscenza di molte questioni chiave. A ben pensarci, alcune delle migliori pubblicazioni degli anni recenti sono state opera di birmani, oppure un prodotto frutto della cooperazione intellettuale tra studiosi e istituti birmani e stranieri. All’interno dei volumi collettanei che una volta avrebbero messo in rassegna poche voci del Myanmar sono ora impacchettate le ammirevoli intuizioni di quelli che sono immersi da lungo tempo dentro le cornici culturali del Paese del Sud-Est asiatico.

Le sfide attuali

Tuttavia, gli studiosi del Myanmar sono tuttora alle prese, ogni giorno, con una serie di impedimenti. Anzitutto, ci si trova in presenza di una mancanza di risorse e di stima all’interno del sistema di istruzione superiore birmano, nonché una parallela alienazione di lungo termine dalle regole accademiche globali. Fin dalla titubante apertura delle università birmane a partire dal 2011 in avanti, che ha avuto come risultato un aumento del numero di studenti undergraduate e maggiori opportunità di viaggio e ricerca, è certamente vero che molto è cambiato in meglio. Tuttavia, tra gli accademici che lavorano in queste istituzioni finanziate in misura inferiore al necessario, aleggia ancora una continua esasperazione che deriva dall’esigenza di gstire la domanda di una comunità locale affamata di finanziamenti davanti ai requisiti richiesti da qualsiasi partnership internazionale. Coloro che vogliono collaborare con i colleghi birmani e con la comunità accademica locale hanno bisogno di conoscere e valorizzare le storie intellettuali che contano in questi contesti, se, come esterni, noi tutti dobbiamo trovare il miglior modo possibile per ottenere le risorse in grado di aiutarci a ricostruire le capacità di ricerca locale.

Una questione importante che ruota attorno a queste partnership è relativa all’incostante entusiasmo per gli studi sul Myanmar al di fuori del Paese. Il recente “livello di piena”, se questa è una giusta analogia per tali complesse e sfaccettate tendenze, è stato il periodo 2014-2016, ossia appena prima e immediatamente dopo le elezioni politiche del 2015[6]. Prima delle elezioni i ricercatori hanno beneficiato sia del crescente clima liberale nei campus delle università birmane sia delle significative risorse affluite nel Paese per gli sforzi analitici. Il programma “Modern Burma Studies” all’Università di Oxford e il Myanmar Research Centre all’Australian National University (ANU) a Canberra devono la propria formazione proprio durante questi anni cruciali. Così come molte altre iniziative finalizzate alla conoscenza, ad esempio il Myanmar-Europe Research Network (MyERN) organizzato dall’Università di Torino. Era certamente di aiuto il fatto che, alla vigilia delle elezioni del novembre 2015, la National League for Democracy (NLD) poteva essere descritta come forza positiva di cambiamento per il Paese. Dal 2017 gran parte delle analisi sugli studi sul Myanmar hanno spostato l’attenzione su lavori cruciali volti a comprendere le violenze contro i Rohingya, il reinsorgere delle guerre civili ai confini settentrionali e orientali e i problemi di carattere politico davanti ai quali si è ritrovata la NLD, poiché ha costruito una blanda coalizione che vede tra le file esponenti conservatori e militari.

Quando consideriamo l’evoluzione degli studi sul Myanmar nel XX e nel XXI secolo, vale la pena sottolineare come il livello di interesse registrato in questi tempi sia alquanto insolito. A questo proposito, il lavoro certosino del professor Andrew Selth, in qualità di bibliografo, deve essere riconosciuto per il modo in cui spiega i motivi del recente boom[7]. Selth comincia la sua carriera come analista di Myanmar agli inizi degli anni Settanta, originariamente per conto del servizio di relazioni esterne del governo australiano e, da allora, ha messo da parte una notevole collezione privata di materiali di ricerca e memorabilia provenienti proprio dal Myanmar. La sua ampia conoscenza dei differenti filoni di studio, ora contenuti nella sua bibliografia, attira l’attezione sulla sfida di tenere traccia di ciò che adesso è una produzione annuale voluminosa formata da nuovi libri e da altre tipologie di contributo. Selth mi ha detto che il lavoro di monitoraggio di tutti i lavori pubblicati è ora più che mai impegnativo, anche per uno come lui, con i suoi anni di esperienza e di dedizione.

C’era un tempo, non così troppo lontano, in cui era più semplice tenersi aggiornati sui lavori accademici relativi al Myanmar, almeno di quella piccola parte pubblicata in inglese, francese o tedesco. Gli studiosi di epoca coloniale, e i loro successori, erano pochi ed erano gli unici che cercavano di interagire nei dibattiti disciplinari molto diffusi e che ottenevano grande attenzione. Probabilmente, il più famoso contributo della metà del XX secolo è stato lo studio di cultura politica nel Myanmar settentrionale scritto da Edmund Leach e pubblicato per la prima volta nel 1954[8]. Infatti, i dibattiti sull’antropologia della politica in Birmania/Myanmar hano dato prova di essere un elemento cardine per molti, molti anni[9]. Altri dibattiti che riguardano la storia, la linguistica, l’archeologia e la politica hanno avuto una dimensione più birmana. Ma argomenti come le relazioni internazionali, l’economia, la giurisprudenza e tante altre materie empiriche tendevano a trovare poco spazio. Questa tendenza è oggi cambiata. Nel 2019, il rinomato studioso di storia birmana, Thant Myint-U, ha tenuto un discorso all’ANU durante l’annuale S.T. Lee Lecture, dove ha offerto uno spaccato delle sfide strutturali che il Myanmar sta affrontando, andando ben oltre la classica considerazione della politica militare e democratica. Thant Myint-U ha cercato di porre l’attenzione sulle questioni economiche ed ambientali che hanno formato, e continueranno a farlo, le reazioni locali ai cambiamenti tecnologici e sociali. La sua lezione si è rivelata un potente promemoria dei modi in cui le opinioni accademiche possono contribuire al difficile dibattito politico.

La crisi dei Rohingya

Il più serio di questi dibattiti finora avvenuti ha fortemente scalfito la reputazione internazionale del Myanmar. Fin dal 2017, ossia dall’esodo dell’etnia Rohingya, di religione musulmana, dallo stato di Rakhine al Bangladesh, il Myanmar ha, almeno ufficialmente, cercato di convincere il mondo che non aveva condotto una campagna di pulizia etnica. Come questa drammatica e sconvolgente situazione si inserisce all’interno degli studi sul Myanmar? In precedenza, molti studiosi hanno investito pesantemente, almeno in linea generale, sul successo della fragile transizione democratica. Le loro analisi politiche tendevano, in maniera abbastanza naturale, a considerare gli aspettivi positivi e quelli negativi, così come i rischi e le opportunità, dei cambiamenti del sistema politico del Myanmar[10]. Molti mettevano in guardia sulla probabile ripresa di ulteriori violenze nello stato settentrionale di Rakhine e temevano, a voce alta pur mantenendo un linguaggio accademico, la profonda antipatia che molte persone in Myanmar mostravano nei confronti dei musulmani. Molti paventavano che i Rohingya fossero diventati l’obiettivo fisso per innescare ulteriori discriminazioni e altre cose peggiori. Occuparsi di queste questioni in ambito accademico può essere frustrante. Sulla questione dei Rohingya ci sono spesso profonde divisioni tra studiosi birmani e non. Le voci esterne sono spesso più forti e ciò può condurre a nuove modalità di risentimento tra i nostri colleghi birmani. Sfortunatamente, alcuni esperti birmani non sono pronti ad accettare interpretazioni differenti su questa vicenda. Sono stati compromessi legami di amicizia, fino ad arrivare in alcuni casi alla rottura vera e propria.

Con la reputazione infangata tanto da essere in questo momento irriconoscibile, il governo birmano eletto democraticamente chiede pazienza e insiste nel dire che rimpiazzare ciò che è stato fino al 2010 la più longeva dittatura militare del Sud-Est asiatico comporta parecchi costi e compromessi. Tali voci tendono a ignorare come la consigliera di Stato Aung San Suu Kyi e molte altre figure del governo di coalizione democratico-militare non riusciranno mai a recuperare le loro precedenti credenziali riformiste o il favore che essi potevano aspettarsi dai sostenitori esterni. Dietro le porte chiuse, quando il cerimoniale diplomatico è accantonato, c’è un malcelato disgusto verso i più esperti decision-makers del Myanmar e verso l’indiferrenza che questi mostrano nei confronti dei Rohingya. Aung San Suu Kyi, attraverso la sua difesa pubblica tenuta alla fine del 2019 all’Aja sul pogrom anti-Rohingya, è adesso per sempre legata a ciò che è presumibilmente considerata una campagna di genocidio.

In termini politici, dato che il Myanmar galoppa ora verso le elezioni generali in programma per quest’anno, le scosse di assestamento della crisi dei Rohingya continueranno, nelle capitali occidentali, a smorzare l’entusiasmo per l’autorità politica di Aung San Suu Kyi. Ma qual è l’alternativa? Un ritorno al regime militare? Attori di primaria importanza a Naypytaw sanno che, sulla base della loro navigata esperienza, tra una vasta gamma di regimi autoritari consolidatisi oltre i confini prossimi del Myanmar Aung San Suu Kyi troverà inevitabilmente un sostegno ininterrotto. Per ragioni differenti, si troverà ancora ben accolta da Pechino al Brunei, fino a Budapest. Un po’ meno a Londra, Washington o Canberra. Quando, nel gennaio 2020, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’Aja ha imposto misure transitorie al Myanmar per prevenire ogni eventuale azione futura di genocidio contro i Rohingya la politica dell’impegno accademico internazionale è entrata in una fase nuova e ancor più problematica.

Che cosa aspettarci?

Come gli studiosi risponderanno a queste situazioni, sul lungo termine, sarà un test di coraggio e determinazione. È facile, nella vita accademica, trascorrere tutto il proprio tempo a disposizione ad approcciare una audience conosciuta in maniera diretta, in particolare quando c’è una comunione di intenti, o anche un consenso, sui punti chiave dell’analisi. È molto difficile entrare normalmente in contatto con coloro che propongono opinioni contrapposte, o obiezioni dirette e risolute. Sui Rohingya, non c’è alcun dubbio che gli analisti stilano conclusioni e scrivono storie profondamente diverse, non solo rispetto all’ideologia e all’identità bensì anche in termini di cultura accademica, uscendo allo scoperto. Eventuali procedimenti giudiziari, avviati dalla CIG o da qualsiasi altro tribunale, metteranno alla prova tutte queste differenze di interpretazione.

Le mie riflessioni conclusive intendono quindi interrogarsi su come la comunità accademica impegnata negli studi sul Myanmar possa gestire al meglio le difficili condizioni che noi tutti affronteremo negli anni avvenire. Per prima cosa, davanti a posizioni antagoniste dovremmo approcciarci con rispetto ed empatia, nonché cercare di cogliere al volo l’opportunità di imparare da coloro con cui ci troviamo in disaccordo. In secondo luogo, vi è la necessità di apprezzare il fatto che gli studi sul Myanmar rimarranno così circoscritti che ognuno dovrà trovare il modo di collaborare e di riunire colleghi dalle differenti opinioni. Questo perché la collaborazione internazionale rimane fondamentale, attraverso sia il MyERN che qualsiasi altro canale accademico. In terzo luogo, la comunità accademica ha sulle spalle una speciale responsabilità, a maggior ragione nelle difficili condizioni attuali, di continuare a premere in profondità sulle aree di confine e oltre, a cercare opportunità per comprendere i legami che rendono il Myanmar un luogo vivace pulsante da studiare[11]. La calamità transfrontaliera dei Rohingya necessita di trovarsi in cima a una lista di importanti priorità di ricerca. Infine, c’è un estremo bisogno di gestire i potenti interessi in Myanmar con cura: questi non svaniranno e, anzi, ciò di cui la NLD, Naypyitaw, l’esercito e le principali milizie etniche hanno bisogno è di essere trattati come importanti argomenti di ricerca, con il sostegno di quegli studiosi che, inevitabilmente, corrono rischi nel tentativo di spingersi oltre la frontiera della conoscenza.

Traduzione a cura di Raimondo Neironi

[1] Nel 2018 scrissi un saggio per un think tank di Singapore dal titolo “Notes on the future of Southeast Asian Studies” (Southeast Asian Affairs, pp. 3-17) che si interrogava sulle opportunità per la ricerca accademica relativa alla regione e considerava, in particolare, il ruolo mutevole delle condizioni economiche, culturali e tecnologiche sul contesto di ricerca. Questo articolo si prefiggeva una più ristretta serie di considerazioni, ma potrebbe essere letto sulla scia di quel saggio precedente. Il lavoro del 2018 entrava nel dettaglio riguardo alla forma generale e allo scopo degli “studi di area” e intendeva spiegare come gli studi sul Sud-Est asiatico possono, dopotutto, avere successo attraverso una “Southeast Asianisation” del campo di studi mediata dalla tecnologia. Ha senso che un simile processo possa funzionare nel caso degli studi sul Myanmar, anche se questo rimane un obiettivo ancora distante dati le risorse attuali e i limiti esistenti.

[2] La mia precedente istituzione, l’Australian National University (ANU), è stata una delle poche università lungamente impegnata negli studi sul Myanmar. Per un esempio di pubblicazioni emerse prima del recente avvicinamento del Myanmar alla democratizzazione si veda Cheesman N., Monique Skidmore, and Trevor Wilson (2010), Ruling Myanmar: From Cyclone Nargis to National Elections, Singapore: Institute of Southeast Asian Studies.

[3] L’accesso ai ricercatori stranieri e la libertà concessa agli studiosi di fare ricerca sono entrambi aumentati durante il primo decennio del Duemila. Non è chiaro se questo trend proseguirà: ci sono delle prime chiare indicazioni secondo cui i grandi interessi politici in Myanmar, inclusa la National League for Democracy (NLD), non sono affatto propensi a subire un’attenta e seria analisi accademica delle loro politiche e azioni.

[4] Per una chiara disamina delle condizioni del Myanmar all’epoca in cui ho iniziato a fare ricerca sul campo, si veda Fink C. (2009), Living Silence in Burma: Surviving under Military Rule, London: Zed Books.

[5] Il corsivo è dell’autore [NdT].

[6] Si veda Fink C. (2015), “Myanmar’s Proactive National Legislature”, Social Research, 82 (2), pp. 360-388.

[7] Selth A. (2012), Burma (Myanmar) Since the 1988 Uprising: A Select Bibliography, Brisbane: Griffith Asia Institute, Griffith University. Cfr. anche Farrelly N., “Andrew Selth’s Bibliography”, New Mandala, 10 ottobre 2012, disponibile online al sito http://asiapacific.anu.edu.au/newmandala/2012/10/10/andrew-selths-burma-bibiliography/.

[8] Leach E.R. (1969), Political Systems of Highland Burma, London: Athlone.

[9] Cfr. Gravers M. (1993), Nationalism as Political Paranoia in Burma: An Essay on the Historical Practice of Power, Copenhagen: NIAS; Sadan, M. (2013), Being and Becoming Kachin: Histories Beyond the State in the Borderlands of Burma, Oxford: Oxford University Press; Thawnghmung, A.M. (2012), The “Other” Karen in Myanmar: Ethnic Minorities and the Struggle without Arms, Plymouth: Lexington Books.

[10] Cfr, ad esempio, Clapp P. (2016), “Myanmar: Anatomy of a Political Transition”, Washington D.C.: United States Institute of Peace, Special Report No. 369.

[11] Walton M.J. (2013), “The ‘Wages of Burman-ness:’ Ethnicity and Burman Privilege in Contemporary Myanmar”, Journal of Contemporary Asia, 43 (1), pp- 1-27.

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