Economia e identità nel Donbass

Senza l’assistenza che la Russia assicura ai separatisti, la guerra nel Donbass non potrebbe continuare, né ci potrebbe essere il sostegno russo se i separatisti non fossero in grado di raccogliere un qualche tipo di supporto tra la popolazione. Durante il processo di risoluzione del conflitto sarà cruciale indagare le motivazioni che sono alla base del supporto – o dell’acquiescenza – dei locali nei confronti dei separatisti. Finora, posto il ruolo decisivo giocato da Mosca nel rendere fattibile l’opzione separatista durante le prime fasi del conflitto, la questione è stata affrontata in due modi: le ostilità sono state interpretate come mosse da ragioni economiche, oppure come uno scontro di identità collettive.

L’economia sembra offrire un buon numero di ragioni affidabili per interpretare le attitudini delle élite locali e della popolazione verso l’opzione separatista, per tre motivi. Primo, la scintilla che ha fatto scoppiare EuroMaidan e che ha infine portato alla cacciata dell’ex presidente Viktor Yanukovych è stata la scelta tra due trattati di libero commercio: quello con l’Unione Europa e quello con la comunità economica guidata dalla Russia. Ciò ha reso incerto il ruolo dell’economia del Donbass nei confronti del resto del paese; la regione è infatti una zona pesantemente industrializzata che produce primariamente carbone e acciaio, beni ampiamente commerciati con la Russia che avrebbero difficilmente trovato sbocco nel mercato europeo. Questa situazione potrebbe aver fornito una ragione generale per la mobilitazione, in un contesto le cui condizioni strutturali già consentivano in quelle settimane la fattibilità di una ribellione nella regione.

Un contesto favorevole è però condizione necessaria ma non sufficiente per il successo di un’insurrezione: il coinvolgimento attivo delle élite – o almeno di parte di esse – è indispensabile. Questo ruolo sembra in effetti essere stato giocato dagli oligarchi locali e dai quadri del Partito delle Regioni, la formazione dell’ex presidente che andava in quei giorni dissolvendosi. L’economia sembra di nuovo presentarsi come una buona chiave di lettura: la macchina politica che governava il Donbass e che era riuscita a eleggere il proprio candidato a presidente dell’intero paese era basata infatti sulla stretta relazione tra i quadri politici locali, i proprietari e i manager delle industrie della regione. Nelle prime settimane dopo la cacciata dell’ex presidente, infatti, sembra che gli oligarchi locali abbiano fornito risorse ai ribelli nel tentativo di sostenere la propria forza negoziale nei confronti sia di Kiev che di Mosca, con l’obiettivo finale di proteggere i propri interessi economici in un contesto sempre più incerto.

L’economia sembra poi aver giocato un ruolo nello sviluppo delle attitudini della popolazione nella regione. Preoccupazioni di carattere economico appaiono insistentemente nei sondaggi condotti nell’area nelle settimane successive al successo di EuroMaidan; inoltre, il supporto all’idea di un’unione doganale con la Russia è risultato consistentemente maggiore che nelle contigue regioni russofone. È stato anche notato come le località dove l’attività dei separatisti è stata più intensa corrispondano alla distribuzione dei lavoratori impiegati nelle industrie che costituiscono tuttora la spina dorsale dell’economia della regione, vale a dire in particolare minatori e operai.

Una spiegazione economica della crisi sembrerebbe perciò esaustiva, ma uno sguardo più attento rivela alcune criticità. L’economia difficilmente può spiegare la logica dietro le azioni di Mosca o Kiev, ossia i due attori che forniscono le armi per condurre materialmente la guerra. Inoltre, le élite regionali che sono emerse per guidare le due entità ribelli non sono, come una spiegazione interamente basata sull’economia implicherebbe, una nuova coorte di leader legati alla gestione economica, ma si tratta al contrario dei membri di formazioni politiche identitarie, un tempo emarginate nella politica locale. Infine, sembra difficile indicare l’economia come principale ragione del supporto popolare non solo a causa delle magre condizioni materiali nelle quali la regione è stata ridotta dalla guerra, ma anche per via della consistente assenza di temi economici nella propaganda delle entità ribelli.

Una seconda potente chiave di lettura è quella identitaria. La guerra è esplosa in un momento di forte polarizzazione del dibattito pubblico lungo la contrapposizione Est-Ovest. La folla che è scesa in strada lo ha fatto inizialmente per impedire al proprio presidente di ri-orientare il paese verso la Russia e abbandonare il dialogo verso l’UE – non un evento isolato, ma il culmine di una lunga stagione politica iniziata con lo sfaldamento dell’Unione Sovietica. In assenza di ulteriori riforme dopo l’iniziale corsa allo smantellamento dell’economia pianificata, l’identità etnolinguistica è diventata nell’ultimo quarto di secolo uno strumento importante per raccogliere supporto politico: attori politici dell’intero arco parlamentare hanno incessantemente fomentato la parte orientale del paese contro quella occidentale, gli ucrainofoni contro i russofoni.

Per questa ragione allo scoppio della crisi molti media e commentatori si sono richiamati alla composizione etnolinguistica delle regioni per descrivere il supporto politico atteso nei confronti del nuovo governo oppure del presidente detronizzato e dei suoi alleati russi. Questo argomento mostra una forza considerevole anche quando tolto dal contesto dai ritmi spesso frenetici della cronaca giornalistica. A livello nazionale, l’identità etnolinguistica si è mostrata più volte un fattore affidabile per predire il comportamento elettorale degli intervistati – e infatti le regioni dove l’intervento russo ha avuto luogo sono anche quelle nelle quali l’uso della lingua russa è più diffuso. Avvicinandoci al Donbass, la revoca dello status di lingua ufficiale a livello regionale nei confronti del russo, decisa dal parlamento subito dopo la caduta di Yanukovych, sembra sia stato un tema ricorrente nei comizi che si sono susseguiti nell’est del paese in quelle convulse settimane, malgrado il provvedimento sia stato poi rapidamente abrogato. I sondaggi condotti nella regione mostrano anche come coloro che si dichiaravano più solidali con le ragioni dei separatisti fossero anche più spesso inclini a dichiararsi russi o di identità mista, piuttosto che ucraini.

Tuttavia, un esame più attento può di nuovo rivelare una realtà molto meno uniforme di quanto suggerito da questa argomentazione. Il conflitto aperto si è infatti verificato solo in una minoranza di regioni russofone, mentre i nazionalisti ucraini, che con più foga avanzano una politica basata sull’identità, restano anch’essi una minoranza nello schieramento di Kiev. Inoltre, la scelta binaria tra identità russa e identità ucraina può difficilmente spiegare in modo esaustivo il Donbass, dove l’identità è stata spesso intesa in peculiari termini regionali e la cui comunità di espatriati a Mosca era, già molto tempo prima della guerra, separata sia dalla comunità ucraina che dalla più ampia popolazione russa. Questa differenza può essere ancora riscontrata nelle tendenze attuali concernenti l’identità, che sembrano avere un percorso proprio, autonomo dal resto del paese, anche per quanto riguarda le aree occupate dall’esercito governativo. Infine, le istanze politiche legate alla preservazione del linguaggio e identità russi sembrano avere giocato un ruolo minoritario nei sentimenti della popolazione dell’Ucraina orientale all’epoca dell’insurrezione, quando il 74% degli intervistati rispondeva negativamente alla domanda “ritieni che i cittadini russofoni siano sotto pressione a causa della loro lingua?”.

Il conflitto nel Donbass si avvia a essere il maggiore dei “conflitti congelati” che punteggiano la regione post-sovietica, sintomo di un’incertezza più ampia che i popoli di questa parte del mondo si trovano ad affrontare. Per inquadrare questo problema è necessario impiegare congiuntamente gli strumenti dell’identità e dell’economia.

A metà strada tra le industrie della penisola europea e le steppe dell’Asia, le popolazioni di quello che fu l’impero russo hanno a lungo dibattuto quale fosse la strada migliore verso la modernizzazione e il benessere collettivo. All’alba del secolo scorso, l’Unione Sovietica si era imposta come una soluzione efficace per risolvere, o evadere, la questione: anziché importare ricette create altrove, oppure chiudersi nella tradizione, i bolscevichi indicarono una nuova via, che sostennero essere ancora più avanzata della modernizzazione occidentale. Svanita infine questa opzione, l’antico dilemma si è riproposto sotto nuove spoglie. La scelta che è stata posta all’Ucraina al termine del 2013 non riguardava nei fatti solo due diversi trattati commerciali, ma due approcci differenti al futuro del paese: da un lato, l’economia liberale e la rule of law, che hanno raccolto l’entusiasmo della società civile delle regioni occidentali ma che sarebbero state esiziali per l’economia del Donbass; dall’altro lato, una proposta ancora poco chiara nella sua dimensione economica, ma con distinti tratti autoritari: un’opzione per le élite orientali, una minaccia esistenziale sia per i nazionalisti ucraini che per i liberali.

Gli accordi di Minsk sono stati formulati con lo scopo di reintegrare la regione ribelle nello stato ucraino. È un processo che si preannuncia lungo, durante il quale sarà cruciale il posizionamento del Donbass nei confronti dei propri vicini in termini sia economici che identitari. L’allineamento di queste condizioni sarà determinato tuttavia dalla risposta politica che i diversi attori forniranno alla stessa domanda: quale percorso seguire verso modernizzazione economica e prosperità politica?

Donbass, cuore della Russia.

 

Per saperne di più

Benedetti, G. (2018) “Minsk Agreements: a difficult solution for Ukraine”, T.note n. 68, T.wai. Disponibile su: https://www.twai.it/magazines/minsk-agreements-a-difficult-solution-for-ukraine/

Giuliano, E. (2018) “Who supported separatism in Donbas? Ethnicity and popular opinion at the start of the Ukraine crisis”, Post-Soviet Affairs, pp. 158-178. Disponibile su: https://doi.org/10.1080/1060586X.2018.1447769

Wilson, A. (2016) “The Donbas in 2014: Explaining Civil Conflict Perhaps, but not Civil War”, Europe-Asia Studies, 68:4, pp. 631-652. Disponibile su: https://doi.org/10.1080/09668136.2016.1176994

Kudelia, S. (2018) “Cable No. 35: Institutional Paths to Ending the Donbas Conflict”. Wilson Centre, August 2018. Disponibile su: https://www.wilsoncenter.org/publication/kennan-cable-no-35-institutional-paths-to-ending-the-donbas-conflict

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