Wayang o Dalang? Il biennio della presidenza Jokowi tra pressioni e manovre

A più di due anni dalle elezioni, non è ancora chiaro chi sia veramente il nuovo Presidente dell’Indonesia, Joko “Jokowi” Widodo, e quale sia la sua visione per il Paese. Tanto i suoi sostenitori quanto i suoi detrattori sembrano perplessi di fronte alle apparenti contraddizioni nel suo operato. Pochi sono sicuri di avere capito i motivi delle scelte fatte o, forse ancor di più, di quelle non fatte. A tutti sembra evidente un notevole contrasto tra le aspettative suscitate al momento della vittoria elettorale, e la realtà delle azioni intraprese. Come governatore di Giacarta – e ancora prima come sindaco della città Giavanese di Solo – Jokowi si era fatto onore con la sua gestione “pulita”, segnando una vera e propria discontinuità in una amministrazione tristemente famosa per la corruzione e il nepotismo. Questa caratteristica era sottolineata nello slogan adottato dai suoi sostenitori: “jujur, bersih, sederhana” (“onesto, pulito e modesto”). Jokowi era inoltre riuscito a stimolare un miglioramento della burocrazia, facilitando sia gli imprenditori sia, attraverso il miglioramento del funzionamento dei servizi urbani, i gruppi vulnerabili e svantaggiati della società. A favore di questi ultimi, Jokowi aveva operato significativi investimenti nella sanità pubblica di base, nell’istruzione e nel trasporto pubblico, allargando in tutti questi casi le fasce dei beneficiari – una politica che alcuni avevano giudicato ai limiti del populismo.

Il nodo del sostegno politico 

Da Presidente, Jokowi ha mantenuto – impresa non da poco – una fama di onestà, ma si è trovato in difficoltà nell’adottare misure contro la corruzione, anche a causa della struttura del suo sostegno politico. Jokowi è un Presidente che non controlla un proprio partito, elemento decisamente anomalo in Indonesia. Già durante la campagna elettorale, gli avversari avevano spesso fatto illazioni su chi sarebbe stato davvero al comando: il Presidente eletto o il capo del partito che lo candidava, il Partito Democratico di Lotta (PDIP)? Non si erano sprecate battute sul suo essere “cavalier servente” di Megawati Soekarnoputri, la leader del PDIP, già Presidente della Repubblica indonesiana, nonché figlia del fondatore e primo Presidente dell’Indonesia indipendente, Soekarno. Quando Jokowi ha scelto di criminalizzare l’operare della Commissione per l’Eradicazione della Corruzione (KPK) oppure quando ha scelto per i vertici della polizia candidati poco credibili, molti hanno spiegato tali scelte come dettate da questa dipendenza. Le crisi governative che ne sono derivate si sono dimostrate difficili da gestire, e malgrado Jokowi alla fine le abbia risolte, hanno lasciato una scia di perplessità sulle vere intenzioni del Presidente e sulla sua capacità di resistere alle pressioni dei propri alleati. Allo stesso tempo, bisogna riconoscere che Jokowi è riuscito ad allargare la sua base politica. Sia sfruttando le tensioni interne ai partiti dell’opposizione, sia con un uso accorto del clientelismo, è riuscito gradualmente a ottenere una maggioranza in parlamento. Ciò ha contribuito a emanciparlo parzialmente dalla dipendenza dal PDIP, ma solo al costo di continue contrattazioni con un numero maggiore di interlocutori. Anche nei confronti dei pochi partiti d’opposizione rimasti, Jokowi ha adottato una strategia fondata sulle relazioni personali. In uno dei momenti più critici di questi due anni, Jokowi si è giovato della disponibilità del suo grande rivale, l’ex generale Prabowo Subianto, a farsi fotografare con lui mentre andavano a cavallo insieme: un’amicizia ritrovata di cui si ignora l’eventuale prezzo.

Lo slancio infrastrutturale 

Se Jokowi è riuscito a conseguire un certo equilibrio politico, questo non sembra valere nel campo economico. In passato, Jokowi aveva mantenuto in contrappeso il sostegno allo sviluppo delle imprese e la tutela degli interessi sociali generali. Da quando è divenuto Presidente, tuttavia, molti pensano che le sue politiche siano state sbilanciate a favore del settore privato e che si sia soprattutto preoccupato di creare condizioni favorevoli agli imprenditori e agli investitori introducendo agevolazioni e modernizzando i servizi alle imprese. Nei fori internazionali non ha perso occasione per promuovere l’Indonesia come un’ottima opportunità, cercando di attirare investimenti nel settore delle infrastrutture e del commercio. Tra le riforme introdotte, che devono tuttavia essere ancora in larga parte attuate, c’è la liberalizzazione di 35 settori commerciali e industriali precedentemente protetti, la riduzione dei costi e delle tasse per l’industria, la semplificazione dei processi autorizzativi e la riduzione dei tempi di scalo per le merci. Questo entusiasmo per il libero mercato e l’integrazione globale ha lasciato perplessi quanti si aspettavano un modello di sviluppo che, come promesso nei nove programmi elettorali di Jokowi noti come Nawacita, rendesse l’Indonesia più autonoma economicamente, privilegiando la crescita dei settori di produzioni locali come l’agricoltura e la pesca, orientandoli non solo all’esportazione ma anche al consumo locale. Secondo i critici, l’Indonesia non è pronta a questo grado di liberalizzazione (che, invece, per gli investitori stranieri non è ancora abbastanza) perché rischia di renderla vulnerabile e sempre più dipendente da altri Paesi ed economie. La rapida crescita di investimenti dalla Cina crea una angst particolare (e non sempre giustificata). Si teme un cambiamento delle alleanze che secondo alcuni impedirebbe a Jokowi di difendere gli interessi nazionali, come nel caso delle isole Natuna nel Mar Cinese Meridionale e della lotta alla pesca illegale da parte di vascelli cinesi nelle acque territoriali. Inoltre si assiste al risveglio di stereotipi etnici e passate animosità che risalgono al periodo della Guerra fredda quando la Cina fu dichiarata un nemico del Paese dopo lo smantellamento del Partito Comunista indonesiano e il massacro nel 1965 di un milione di Indonesiani, accusati di esserne membri o simpatizzanti. Ancora oggi, l’ideologia comunista è illegale nell’arcipelago. Si registra inoltre un aumento delle critiche all’enfasi data da Jokowi ai megaprogetti di sviluppo delle infrastrutture, critiche particolarmente accese tra le organizzazioni non governative che avevano abbracciato il Nawacita proprio per la sua promessa di uno sviluppo più sostenibile e inclusivo. Mentre gli investitori lamentano le molte titubanze nel prendere decisioni e la lentezza dei finanziamenti, gli attivisti attaccano questi progetti perché favoriscono le grandi imprese, non seguono una prassi ambientale e sociale adeguata e sono ad alto rischio di corruzione. In alcuni casi, si discute se essi siano effettivamente utili, come propagandato, a collegare meglio le zone isolate del Paese e sui costi del loro uso per il pubblico. Come mostra la figura sottostante, la voce del bilancio dello Stato per le infrastrutture è duplicata dal 2014 a oggi, mentre settori sociali come la salute e l’istruzione, che Jokowi aveva identificato come settori prioritari, hanno registrato solo una lieve crescita nella spesa, che resta inoltre inferiore alla media dei Paesi con simili livelli di sviluppo nella regione. Eppure, le importanti riforme sociali molto apprezzate dal pubblico, e specialmente dai gruppi svantaggiati, come l’ampliamento della copertura assicurativa obbligatoria per l’assistenza sanitaria, per funzionare richiedono un investimento finanziario adeguato.

Jokowi risponde a queste  critiche principalmente sottolineando  la connessione tra sviluppo delle infrastrutture e riduzione della povertà, forte dei dati governativi che mostrano come povertà, disoccupazione e diseguaglianza sociale siano in declino, malgrado la crescita economica sia stata al di sotto delle aspettative. Questo, tuttavia, non scalfisce  il fatto, documentato nel Global Wealth Report 2016 del Credit Suisse, che l’Indonesia

–  dove  il   49,3% della  ricchezza è  nelle  mani  dell’1%  della popolazione  – sia il  quarto paese  più ineguale  del mondo dopo Russia, India e Thailandia. Anche i dati sulla povertà vengono contestati da varie parti soprattutto perché il governo indonesiano usa una definizione della linea di povertà più bassa degli standard della Banca Mondiale. Le fonti governative contano 28 milioni di poveri con introiti mensili sotto i 26,6  dollari, ma ben  65 milioni hanno introiti appena  superiori a tale  soglia.  All’inizio  di quest’anno, Jokowi ha  promesso di dedicare più attenzione alla diseguaglianza economica e sociale, intensificando la lotta contro la povertà. Un passaggio  importante  sarà la destinazione dei fondi ricavati da due delle riforme più audaci lanciate dal governo Jokowi: i  tagli delle sovvenzioni alla benzina  e  l’introduzione di un’amnistia fiscale. Saranno interamente  destinati a ulteriori investimenti infrastrutturali o serviranno (e in che proporzione?) a finanziare  i servizi di protezione sociale e realizzare  il promesso programma  di formalizzazione dei titoli di proprietà fondiaria, nonché  ad alleggerire il  costo della vita della popolazione, ad esempio  assicurando l’accesso dei  poveri ai generi di prima necessità, il  cui costo, in parte  proprio per la riduzione delle sovvenzioni, è in aumento?

Coraggio e limiti nel dossier diritti umani

Una tale enfasi sulle infrastrutture ha comportato minore attenzione in altri campi, tra cui i diritti umani. In risposta alle accuse di noncuranza verso i diritti umani,  il rappresentante dell’Ufficio del President e  I fdhal K asim si è  scusat o sostenendo  che Jokowi nei primi due anni si era concentrato sulle infrastrutture, ma  che  nel terzo darà priorità alla loro promozione e protezione e all’applicazione della legge.

Durante  la sua  campagna  elettorale, Jokowi era  stato molto apprezzato – dalle vittime, dalle famiglie delle vittime e da tutti coloro che credono nella centralità dei diritti umani – per  la volontà  di fare i  conti col passato. Uno dei nove programmi del Nawacita, doverosamente inserito nel Piano di Sviluppo Nazionale di Metà Mandato (RPJMN) 2015-2019, dichiara espressamente   che  lo Stato  dimostrerà  di  essere presente (negara hadir) facendo chiarezza e giustizia per molti casi sinora irrisolti: dai massacri del 1965 alle esecuzioni extra- giudiziali durante  la dittatura  del Presidente  Suharto negli anni 1980, ai massacri di studenti  nelle Università  Trisakti e Semanggi (e in altre località) del 1998-1999 ai sequestri e alle sparizioni di attivisti durante lo stesso periodo (di uno di loro, il poeta Wiji Tukul, di cui ancora oggi non si hanno notizie tratta l’articolo  di Antonia Soriente a p.16, N.d.R.), sino al caso del famoso attivista Munir avvelenato dai servizi segreti sul volo Giacarta-Amsterdam nel 2004.

Questo programma è però tanto coraggioso quanto difficile da  realizzare perché   molti  dei  militari   coinvolti in  questi   abusi   svolgono   tuttora   un   ruolo  importante nella politica indonesiana. Nel pendolo  tra confronto e riavvicinamento con il  suo antagonista  Prabowo Soebianto, e  le  forze  militari  a  lui  vicine,  Jokowi ha  premiato  con posizioni chiave ex generali avversari di Prabowo che erano entrati a far parte della coalizione che lo ha sostenuto, senza considerare  il  loro passato  discutibile.  Subito dopo  la sua elezione, ha nominato suo consigliere AM Hendropriyono  e, più recentemente, Wiranto come Ministro per gli Affari Politici, Legali e della Sicurezza, nonostante ambedue fossero accusati di avere commesso  violazioni dei diritti umani. Si  è creata una situazione ambigua dove se – da un lato – la discussione condotta dai più alti vertici dello Stato sugli abusi ha favorito una visibilità e legittimità precedentemente inconcepibile, – dall’altro – si è assistito a una notevole accondiscendenza (se non addirittura sostegno) per le azioni di forze radicali nate come milizie paramilitari in regimi precedenti, in particolare il Fronte dei Difensori dell’Islam (FPI), per prevenire un eventuale riconoscimento di colpe.

Dà da  pensare  anche  la re-introduzione della pena  di morte  all’inizio  della presidenza, non  appena  la moratoria cinquennale  è scaduta. Jokowi ha scelto di simboleggiare la sua guerra aperta al narcotraffico, rifiutandosi di concedere la grazia – ad oggi – a 18 condannati, in maggior parte stranieri e provenienti da gruppi socio-economici svantaggiati e vulnerabili, e che  si qualificavano più come “manovali” che non  come  “signori” della  droga.  L’intransigenza  dimostrata nel rifiutare sia evidenze sia disperati appelli ha dato luogo a ciniche supposizioni che Jokowi abbia cercato di dimostrare, in un  Paese ancora  soggiogato  dal potere  dei militari, che anche un civile può essere un duro, nonché tenere testa alle interferenze di potenze straniere.

Il difficile equilibro tra pluralismo e settarismo

Jokowi ha dimostrato una maggiore coerenza nella difesa della diversità in un Paese che ha la più grande concentrazione di musulmani al mondo  e una tradizione di Islam moderato e pluralista sempre  più contestata  in un contesto  globale e nazionale polarizzato. Le tensioni e i conflitti etnici e religiosi sono stati affrontati prontamente e attraverso processi consultivi inclusivi e  i  luoghi di preghiera  delle minoranze religiose, inclusi quelli delle sette  islamiche considerate eretiche dai gruppi ortodossi, sono stati difesi. Tuttavia è stato notato come altri tipi di persecuzione abbiano ricevuto meno attenzione e come Jokowi non sia intervenuto pubblicamente per deplorare le campagne  persecutorie che hanno investito gruppi in difesa dei diritti umani accusati di essere comunisti e le ondate omofobe contro persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) iniziate da dichiarazioni pregiudiziali di ministri e politici, rafforzate da prese di posizione di gruppi radicali come l’FPI e disseminate dai media.

La  prova   più   impegnativa   è   ancora   in  corso.   La campagna  elettorale per il  Governatore di Giacarta, dove si è ricandidato Basuki “Ahok” Tjahaja Purnama, di fede cristiana e  di origini cinesi, ha  portato  a  una  rifocalizzazione  delle aggressioni radicali incitate dagli altri candidati che sperano in questo modo di fermare la sua probabile rielezione  (si veda l’articolo di Matteo Vergani e Muhammad Iqbal a p.9, N.d.R.). Un’eventuale condanna  di Ahok nel caso di blasfemia di cui è accusato – e che da molti è giudicato del tutto infondato – rappresenterebbe una sconfitta per il pluralismo in Indonesia e anche per Jokowi che è suo alleato. Ahok è il candidato del PDIP, mentre gli sfidanti sono sostenuti dagli unici partiti rimasti fuori dalla maggioranza: Gerindra si presenta insieme al partito Islamista PKS, mentre  il  Partito Democratico del precedente Presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha messo in corsa il figlio di quest’ultimo come prima mossa verso la riconquista del potere. In questo clima di crescente politicizzazione della religione, molti si chiedono  se l’intervento governativo sia sufficiente e ritengono che sia giunta l’ora di fermare i gruppi intolleranti appoggiati da politici assetati di potere. Ma Jokowi sembra avere più pazienza e giocare sul fattore sorpresa. Alla seconda  dimostrazione  di massa  dell’FPI  organizzata nella moschea centrale di Giacarta vicina al palazzo presidenziale, sfruttando l’occasione della Preghiera del Venerdì, Jokowi si è recato a piedi, senza alcuna protezione (a parte un ombrello contro la pioggia come mostra l’immagine sopra) insieme al Vice Presidente e ai suoi ministri, unendosi alla comunità in preghiera. Questo gesto inaspettato, criticato da alcuni come un riconoscimento di forze che operano al di fuori della legge, è stato percepito dalla maggioranza come un vero e proprio colpo da maestro. Jokowi ha rubato la scena agli estremisti, depoliticizzato la manifestazione e veicolato un’immagine del Presidente come uomo coraggioso.

Verso un futuro di luci e ombre 

Così Jokowi si barcamena tra azioni simboliche, negoziati e compromessi tra vari interessi e costellazioni politiche. La sua popolarità rimane alta soprattutto  tra i giovani e tra le fasce di popolazione svantaggiate che apprezzano il suo modo di fare amicale e rispettoso. Con una mimica imperscrutabile e un sorriso dai mille significati sulle labbra, come ci si aspetta da  un  giavanese  come  lui, Jokowi cerca probabilmente  di portare  avanti una  propria agenda.  Rispetto  ai programmi elettorali, persegue  un delicato equilibrio tra conservazione e innovazione, tra rottura col passato e tutela degli interessi consolidati, tra neoliberismo e attenzione  alle esigenze  dei ceti svantaggiati. Se, così facendo, sia in grado di acquisire il controllo su forze esterne, o al contrario sia destinato a essere controllato da queste, è presto per dirlo. Usando un’immagine indonesiana, quello che  ci si chiede  è se Jokowi riuscirà a essere il dalang, il burattinaio che controlla la situazione manipolando  sapientemente  le luci e le ombre  – al fine di raccontare storie basate sulla continua ricerca di un equilibrio e un bilanciamento tra forze contrapposte  – o sia destinato a trasformarsi nel wayang, la marionetta controllata da interessi di partito o commerciali su cui ha poco  controllo. O forse ancora, come  hanno  sostenuto  i  suoi sostenitori durante  le elezioni, Jokowi servirà soltanto il bene comune perché il suo vero dalang è il popolo (“dalangnya adalah rakyat”). I prossimi anni forniranno una risposta a questi interrogativi.

 

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