Vietnam e Laos: l’evoluzione parallela e l’intima connessione degli unici regimi comunisti del Sud-est asiatico

La Repubblica Popolare Democratica del Laos e la Repubblica Socialista del Vietnam sono gli unici due regimi comunisti a partito unico dell’intero Sud-est asiatico, costituendo, in una regione caratterizzata da elevata eterogeneità politica, i due Paesi in assoluto più simili fra loro sotto il profilo istituzionale. Tuttavia, per comprenderne appieno la vicinanza politica, oltre che geografica, non basta far riferimento alla comune lotta contro francesi prima e statunitensi poi e alla conseguente e contestuale presa del potere da parte del Partito Comunista del Vietnam (PCV) e del Partito Rivoluzionario del Popolo Lao (PRPL) nel 1975. È necessario fare un passo indietro e ricordare l’influenza vietnamita nella genesi stessa del movimento rivoluzionario in Laos all’indomani della Seconda Guerra mondiale[1]e l’indissolubile legame con Hanoi del fondatore del PRPL, Kaysone Phomvihane, che oltre ad avere madre vietnamita si è formato culturalmente e politicamente in Vietnam. A meno di due anni dalla presa del potere, i due Paesi siglarono il Trattato di Amicizia e Cooperazione che prevedeva una stretta collaborazione a tutti i livelli, dall’economia alla difesa, su cui ancora oggi poggia la “relazione speciale” che caratterizza i rapporti bilaterali, suggellando la loro storia da alleati nella lotta rivoluzionaria e proiettandola al livello di una solida alleanza tra stati. Un legame tanto profondo si saldò ulteriormente negli anni ’80 quando i due neonati regimi fecero fronte comune di fronte all’antagonismo cinese[2].

Uno scatto durante il Vietnam-Laos Youth Friendship Meeting del 6 luglio 2016 a Savannakhet (Laos). Immagine: www.nhandan.com.vn

Nella seconda metà degli anni ’80, consolidato il potere politico, entrambe le leadership hanno risposto alla necessità di risanare e sviluppare le economie dei due stati, ancora devastate da decenni di conflitto, aprendo a forme di economia di mercato. Nel 1986 il governo vietnamita ha lanciato il Doi Moi, programma di rinnovamento sociale ed economico, riducendo il ruolo dello stato nell’economia e dando spazio all’iniziativa privata[3], seguito, un anno più tardi dal Laos che ha varato una riforma analoga denominata Chin Tanakan Mai[4], ponendo le basi per una progressiva liberalizzazione dell’economia a partire dagli investimenti esteri necessari a sviluppare l’economia laotiana carente di capitali. L’approvazione di tale riforma ha messo in luce l’esistenza di un dibattito ideologico all’interno del Partito, come dimostrato dal forte ritardo (quasi un anno) con cui è stato organizzato il Congresso, ma il fatto che i successivi appuntamenti congressuali non abbiano più subito ritardi simili dimostra anche che, in seguito alla fase riformista, l’élite comunista laotiana abbia sviluppato un ampio consenso sulla necessità di seguire l’esempio di Hanoi[5].

Oggi, ad oltre trent’anni di distanza, nonostante i profondi mutamenti socio-economici che hanno immancabilmente trasformato i due Paesi – strutturalmente estremamente diversi tra loro dal punto di vista demografico, economico e geografico – il loro assetto politico-istituzionale così come il progressivo sviluppo di un’economia di mercato restano inalterati, e la relazione speciale bilaterale intatta. Entrambi i Paesi hanno tratto beneficio, innanzitutto, dall’apertura verso l’esterno decisa a fine anni ’80, favorita oltre che dal nuovo quadro regolatorio interno anche dall’evoluzione del contesto geopolitico regionale. La normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Popolare Cinese avviene tramite il ripristino di piene relazioni diplomatiche dapprima tra Vientiane e Pechino nel 1988, poi nel novembre 1991, a Guerra fredda ormai conclusa, tra Pechino e Hanoi. La ritrovata armonia con la Cina apriva le porte non solo a enormi prospettive economiche (che non tardarono a realizzarsi sotto forma di flussi commerciali e investimenti), ma anche a una partnership politica che, nonostante le divergenze di politica estera, legittimava e rafforzava il binomio regime comunista – economia orientata al mercato che accomuna i tre Paesi. Per il più piccolo Laos, ad esempio, tale sviluppo superò la mera, per quanto importante, valenza simbolica e legittimante, traducendosi in aiuti per miliardi di dollari a favore del PRPL provenienti dal Partito Comunista Cinese (PCC), in aggiunta a quelli tradizionalmente garantiti dal PCV[6]. La normalizzazione geopolitica di fine anni ’80 – inizio anni ’90 ebbe portata molto più vasta rispetto alla sola Cina. Con la fine del bipolarismo e del conflitto in Cambogia l’intera regione era pronta a trasformarsi, come suggerito dal Primo Ministro thailandese Chatichai Choonhavan in una formula destinata a restare celebre, “da un campo di battaglia in un mercato”. Le trasformazioni sistemiche e il nuovo contesto strategico che ne conseguì favorirono dunque il processo di integrazione regionale di tutto il Sud-est asiatico e gli ex “nemici comunisti” Vietnam e Laos entrarono a pieno titolo nell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) rispettivamente nel luglio del 1995 e del 1997.

Un percorso comune, dunque, ma, come mostrano i dati della Banca Mondiale, foriero di risultati economici inevitabilmente diversi motivati innanzitutto dalla diversa dimensione delle due economie. Tra 1985 e 2017 il PIL assoluto è cresciuto di circa quindici volte in Vietnam e dieci volte in Laos, ma tale dato si traduce in una crescita da 14 miliardi a 223 miliardi nel primo caso e da 1,7 miliardi a 17 miliardi nel secondo. Se però consideriamo che nello stesso lasso temporale anche la popolazione dei due stati ha subito una forte crescita – in Laos più che raddoppiata passando dai 3 milioni del 1985 ai quasi 7 del 2017, e in Vietnam cresciuta da 61 milioni a quasi 100 milioni, dato doppio rispetto ai poco meno di 50 milioni di vietnamiti registrati all’indomani del conflitto – comprendiamo come a livello pro capite Laos e Vietnam abbiano sperimentato una crescita simile (da 432 dollari a 1730 nel primo caso e da 328 dollari a 1834 nel secondo caso). I dati appena esposti riflettono tassi di crescita annuali molto elevati e costanti: più regolari in Laos, dove dal 1995 sono state registrate percentuali comprese tra il 6% e l’8,5% (salvo il calo successivo alla crisi finanziaria del 1997 che ha portato ad una crescita del 4% nel 1998), più altalenanti in Vietnam dove comunque la crescita minima non ha sforato la soglia del 5%, ad eccezione del 1999 (+4,7%). Si stima che i tassi di crescita possano rimanere agli stessi livelli anche nei prossimi anni, come dimostrano le stime dell’Economist Intelligence Unit (EIU) che vedono nel 2018 Laos e Vietnam rispettivamente come l’ottava e l’undicesima economia più veloce del mondo con tassi di crescita del 7% e del 6,9%.

Le analogie che caratterizzano i trend economici principali nei due Paesi non devono tuttavia oscurare le differenze: innanzitutto il Vietnam, tramite l’attrazione di investimenti diretti esteri (IDE) produttivi, si è affermato come mercato manifatturiero competitivo, mentre l’economia laotiana dipende ancora in larga parte dalle esportazioni di risorse naturali (idroelettrico e minerali in primis). Cionondimeno, al di là dei singoli indicatori e delle differenze fisiologiche, la caratteristica che maggiormente accomuna i due stati consiste nella mancata transizione verso un sistema di governo plurale. Se da un lato ciò comporta un’elevata stabilità, dall’altro implica un alto grado di opacità dei due sistemi con ripercussioni negative a livello socio-economico, a partire da un grado elevato di corruzione. Nel 2017, l’indice di corruzione percepita pubblicato da Transparency International ha infatti assegnato solo 35 punti su 100 al Vietnam e 29 al Laos, classificandoli rispettivamente al 107° e al 135° posto a livello globale. Il nodo della corruzione non si limita a rappresentare una sfida comune, ma ancora una volta avvicina i percorsi dei due Paesi: le leadership emerse dai congressi del PRPL e del PVC tenutisi nel gennaio 2016 hanno infatti pubblicamente eletto la lotta alla corruzione a priorità assoluta[7]. L’impulso dato dalle nuove leadership alla lotta alla corruzione è emblematico della necessità per entrambi i governi di creare dei contrappesi all’assenza di libertà e trasparenza che possano migliorarne l’immagine sia a livello domestico sia internazionale.

Per concludere, in un contesto regionale (e globale) in cui si osserva un’inversione di tendenza rispetto allo sviluppo democratico dei Paesi del Sud-est asiatico, Vietnam e Laos fanno, per così dire, storia a sé non essendo finora entrati né nei fatti, né nelle speculazioni, in tale dibattito. Oltre a rappresentare un unicum regionale in tal senso, è ragionevole prevedere che i due Paesi continueranno a seguire un comune percorso politico, economico e diplomatico. La storia del Novecento e gli avvenimenti più recenti mostrano due stati (e due Partiti) intimamente connessi che dopo aver condiviso tutte le scelte decisive negli scorsi decenni continuano a confrontarsi e allinearsi.

 

 

 

 

[1] Vatthana Pholsena e Ruth Banomyong, Laos: from buffer state to crossroads (Chiang Mai: Silkworm Books, 2006).

[2] Martin Stuart-Fox, “Laos: Politics in a Single-party State”, Southeast Asian Affairs, (2007).

[3] Si veda il Focus Economia a cura di Michele Boario in RISE Vol. 1, N. 2 https://www.twai.it/articles/vietnam-una-riunificazione-economica-incompiuta/

[4] Letteralmente significa “nuovo modo di pensare”, ma è spesso citato come Nuovo Meccanismo Economico.

[5] Martin Stuart-Fox, “Laos: Politics in a Single-party State”, Southeast Asian Affairs, (2007).

[6] Soulatha Sayalath e Simon Creak, “Regime renewal in Laos: the Tenth Congress of the Lao People’s Revolutionary Party” in Daljit Singh e Malcolm Cook (a cura di) Southeast Asian Affairs 2017 (Singapore: ISEAS Publishing, 2017).

[7] Per il Vietnam si veda: http://www.eastasiaforum.org/2016/02/11/vietnams-uphill-battle-against-corruption/; per il Laos: http://www.atimes.com/article/little-laos-tackles-big-corruption/

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