Sopra il cielo: il Programma spaziale cinese tra industria 4.0 e geopolitica

Marco Aliberti

Nel suo Astropolitik Everett C. Dolman individua nello spazio la chiave di volta della geopolitica del XXI secolo: “Chi controlla le basse orbite terrestri controlla lo spazio vicino alla Terra. Chi controlla questo spazio domina la Terra. Chi domina la Terra determina il futuro dell’umanità.”[1] Una tesi quasi tautologica, quantomeno alla luce della rilevanza sempre crescente che le attività spaziali hanno assunto per i maggiori paesi del mondo.

La proiezione “spaziale” delle strategie e dei rapporti di forza “terrestri” ha segnato la storia degli ultimi sessant’anni e trova un’importante conferma nel “grande balzo in avanti” che la Cina ha compiuto in questo dominio negli ultimi anni. Un dominio che i vertici di Pechino tendono a considerare, più o meno esplicitamente, come un’estensione del concetto di Tianxia (天下), formula che rievoca un ordine internazionale gerarchico e sino-centrico.

 

Tra ambizione e opacità

Le cifre che contraddistinguono il programma spaziale cinese degli ultimi anni sembrano essere il suo crescente livello di ambizione e la maturità tecnologica conseguita in diversi ambiti critici. Grazie alla famiglia di vettori Lunga Marcia (Changzheng, 长征), la Cina anzitutto dispone di un accesso autonomo allo spazio, moderno simbolo di sovranità nazionale e prerequisito indispensabile per qualsiasi paese con mire di proiezione strategica. Oltre alle due principali configurazioni in uso da tempo, la Cina ha recentemente introdotto lanciatori aggiornati per carichi leggeri, medi e pesanti, e ne sta sviluppando di nuovi per meglio rispondere alle future esigenze di natura sia istituzionale che commerciale. Tra il 1970 e il 2016, i Lunga Marcia hanno effettuato 244 lanci orbitali: si tratta di un numero ancora lontano dai totali di Russia e Stati Uniti, ma il divario pare destinato a ridursi rapidamente data la media di circa 18 lanci all’anno (Figure 1 e 2).

Altrettanto considerevole è l’infrastruttura che la Cina ha sviluppato sia a terra – con basi di lancio e centri di comando e controllo sempre più sofisticati –, sia in orbita. Soltanto negli ultimi cinque anni la Cina ha lanciato più di cento veicoli spaziali e ha oggi all’attivo circa 180 satelliti tra civili e militari, dedicati a telerilevamento e osservazione della Terra, telecomunicazioni e, più recentemente, navigazione satellitare (un settore ancora appannaggio delle nazioni tecnologicamente più avanzate, Figura 3). Ma la crescente presenza cinese “sopra il cielo” è evidenziata ancor meglio dalle sempre più ambiziose missioni di esplorazione robotica e dalle imprese dei suoi astronauti – o taikonauti –, che tra pochi anni consentiranno a Pechino di operare una vera e propria stazione spaziale (Figura 1). Dall’ottobre 2003 – anno della storica missione di Yang Liwei, che ha fatto della Cina la terza potenza al mondo con capacità di volo spaziale umano – a oggi un totale di 11 taikonauti ha operato nello spazio, fornendo, come sottolineato dallo stesso Presidente Xi Jinping, un importante contributo alla realizzazione del “Sogno cinese della grande rinascita nazionale” (Zhonghua minzu weida fuxing de Zhongguo meng, 中华民族伟大复兴的中国梦).

Nel loro insieme questi sviluppi descrivono in modo eloquente l’eccezionale dinamismo del programma spaziale cinese. Tuttavia, non è soltanto l’ambizione a caratterizzare le attività della Cina in ambito spaziale: ad essa si associa un’opacità di fondo che risulta molto più spiccata e pervasiva rispetto alla generale propensione alla riservatezza propria di tutti i paesi. Nel caso di Pechino la reticenza con cui autorità e operatori discutono delle trasformazioni dell’hardware e dell’orgware delle attività spaziali hanno inevitabilmente contribuito a generare accesi dibattiti all’interno della comunità spaziale internazionale sulle reali intenzioni della Cina nello spazio.[2]

Per contro, le linee di indirizzo, o software, sono maggiormente condivise ed esposte allo scrutinio della comunità internazionale. Le politiche cinesi nel settore spaziale sono infatti state illustrate in una serie di documenti ufficiali, l’ultimo dei quali pubblicato il 27 dicembre 2016 dall’Ufficio informazioni del Consiglio degli affari di Stato sotto forma di un Libro bianco dal titolo Le attività spaziali della Cina nel 2016. Si tratta del quarto documento di questo tipo: i precedenti sono stati pubblicati nel 2001, 2006 e 2011, rispettivamente in seguito all’approvazione del X, XI e XII Piano quinquennale.

Come per le precedenti tre versioni, il Libro bianco 2016 si struttura attorno a cinque sezioni principali. Nella prima la dirigenza cinese enuncia scopi, visione e principi-guida delle attività spaziali nazionali. Vengono poi riassunti i principali risultati ottenuti durante il XII Piano quinquennale (2011-2015) e gli obiettivi da conseguire durante il XIII Piano (2016-2020). Nelle due ultime sezioni sono infine elencate le misure di accompagnamento volte a facilitare il perseguimento degli obiettivi prefissati, e le politiche di cooperazione internazionale della Cina.

L’obiettivo di fondo del programma spaziale cinese, afferma il documento, è quello di trasformare la Cina in una “potenza spaziale su tutti i fronti”, una potenza, cioè, le cui attività spaziali stimolino scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche indigene, sostengano uno sviluppo economico e sociale “di qualità”, contribuiscano a garantire la sicurezza nazionale, promuovano il ruolo della Cina nei progetti di cooperazione internazionale e, più in generale, concorrano alla realizzazione dell’ormai onnipresente “Sogno cinese della grande rinascita nazionale.”[3]

Ispirate ai principi di sviluppo innovativo, coordinato, pacifico e aperto, le linee-guida del programma spaziale prevedono di: a) implementare progetti scientifici e tecnologici, perseguendo l’innovazione indigena come core strategy per favorire lo sviluppo dell’industria spaziale nazionale; b) allocare le risorse in maniera razionale e coordinata, per promuovere uno sviluppo comprensivo delle scienze, tecnologie e applicazioni spaziali e migliorare l’efficienza generale del settore; c) aderire all’utilizzo pacifico e sostenibile dello spazio opponendosi a una sua “militarizzazione attiva” e prendendo misure efficaci per proteggere l’ambiente spaziale dalla minaccia dei detriti; d) armonizzare la preferenza per lo sviluppo di capacità indigene con una maggiore apertura alla comunità internazionale, incoraggiando progetti di cooperazione basati su principi di parità, mutuo beneficio, e sviluppo inclusivo.

Sulla base di queste linee programmatiche, il Libro bianco annuncia poi un’impressionante quantità di programmi da perseguire nel corso del XIII Piano quinquennale. Questi includono:

  • l’ammodernamento della flotta dei lanciatori, con l’introduzione del vettore CZ-8 per carichi medi e lo sviluppo di tecnologie-chiave per la realizzazione di nuovi sistemi di propulsione e di stadi riutilizzabili;
  • lo sviluppo di nuove serie di satelliti per l’osservazione della Terra, la modernizzazione del sistema di telecomunicazioni satellitari sia fisse che mobili, e il completamento del network di 35 satelliti del sistema di navigazione satellitare globale Beidou, nonché l’integrazione di questi sistemi in un “sistema di sistemi”;
  • il proseguimento del programma di volo umano con lo sviluppo della navetta cargo Tianzhou (天舟) e il lancio, nel 2018, del modulo centrale Tianhe (天和) della futura Stazione spaziale cinese;
  • il completamento della fase III del programma di esplorazione robotica della Luna (con il lancio della missione Chang’e-5 per la raccolta di campioni lunari nel 2017, e della missione Chang’e-4 per l’atterraggio sul lato oscuro della Luna nel 2018) e l’avvio dell’esplorazione robotica di Marte con il lancio, nel 2020, di una sonda, lander e rover;
  • la conduzione di ricerca scientifica di avanguardia nel campo dell’astronomia, astrofisica e meccanica quantistica, così come di test per sperimentare nuove tecnologie nello spazio;
  • un più robusto sviluppo delle applicazioni spaziali (sia dedicate che integrate), accompagnato da un maggiore livello di commercializzazione e presenza delle stesse nella global space economy;
  • l’upgrading dell’infrastruttura di terra, con particolare attenzione alle basi di lancio, ai centri di comando e controllo e al network di TT&C (Telemetry, tracking, and command).

Nel suo complesso, benché la quantità di informazioni – sia tecniche che operative – sia notevole e coerente con l’intento dichiarato di favorire una migliore comprensione del programma spaziale cinese da parte della comunità internazionale, è innegabile che il Libro bianco rimane al contempo vago, se non silente, su diversi aspetti generalmente ritenuti ad alta criticità. Non soltanto il documento evita di fornire indicazioni sui volumi delle risorse (umane e materiali) impiegate, così come sugli specifici soggetti preposti alla gestione dei programmi, ma rimane più in generale evasivo sulle strategie spaziali cinesi che orientano la policy di Pechino. Prevedibilmente, il documento si concentra sugli utilizzi pacifici dello spazio, omettendo attentamente di menzionare gli utilizzi a scopo di sicurezza e difesa dei sistemi spaziali cinesi, la maggior parte dei quali sono ad uso duale quando non esclusivamente militare. In effetti il documento riconosce lo spazio come strumento di rafforzamento del potere nazionale complessivo della Cina (il cosiddetto zonghe guoli, 综合国力) e come mezzo, quindi, per tutelare diritti e interessi nazionali, ma della postura strategica della Cina nelle varie issue-areas connesse al suo utilizzo non vi è traccia.

 

Dalla policy alla strategia

Come nella più sofisticata tradizione del weiqi, le “mosse spaziali” di Pechino sono estremamente multiformi e financo dicotomiche in apparenza, come messo ben in luce dal famoso test anti-satellite del 2007 e dalla simultanea iniziativa diplomatica per la firma di un trattato internazionale sulla messa al bando delle armi spaziali. È, questo, un aspetto che continua a sollevare perplessità e preoccupazioni a livello internazionale, specialmente tra gli osservatori statunitensi (si veda, ad esempio, il saggio di Johnson-Freese in questo numero di OrizzonteCina). Al tempo stesso, va comunque rilevato che un’attenta lettura del Libro bianco consente di cogliere diverse priorità e strategie connesse al programma spaziale cinese.

Anzitutto non passa inosservata la sostituzione, rispetto alla versione del 2011, del principio di “sviluppo indipendente” con quello di “sviluppo coordinato”. Una variazione semantica che, da un lato, sembra evidenziare le difficoltà che l’industria spaziale cinese inizia a riscontrare nel bilanciare il perseguimento di molteplici obiettivi; dall’altro, segnala l’esigenza di meglio inquadrare le attività spaziali nel più ampio discorso dello sviluppo industriale nazionale. Riguardo al primo punto va rilevato che, oltre alla moltitudine di programmi già in corso, il documento annuncia un’ulteriore serie di iniziative molto ambiziose, incluse nuove serie di lanciatori e satelliti, nonché il lancio del core module della futura stazione spaziale cinese. Questa costituirà di per sé un impegno formidabile, come insegna l’esperienza della stazione spaziale internazionale (Iss). Tutti questi orizzonti operativi, se coniugati con il progressivo rallentamento dell’economia cinese, richiedono più efficienza e sinergie nella gestione delle risorse. Ed è anche a questo fine che il documento pone un’accresciuta enfasi sulla diversificazione delle fonti di investimento e, segnatamente, sulla partecipazione dell’industria privata, così come su approcci alle attività spaziali di natura non solo istituzionale, ma anche commerciale, sulla scia delle iniziative New space sperimentate nella Silicon Valley.

Direttamente connessa a questo punto, l’inclusione nel testo del principio di sviluppo coordinato suggerisce l’esigenza di meglio ricondurre gli sviluppi del settore spazio alle più ampie politiche industriali del paese e segnatamente all’iniziativa Made in China 2025 (Zhongguo zhizao 2025, 中国制造2025). In parte ispirata al piano tedesco Industrie 4.0 e lanciata dal Consiglio degli affari di Stato nel maggio 2015, l’iniziativa intende fare della Cina un paese leader nella Quarta rivoluzione industriale attraverso un upgrading industriale basato sulla trasformazione qualitativa dei processi manifatturieri con l’integrazione delle information technologies. Si tratta di un passaggio – per dirla con Paul Krugman – da un modello economico basato sulla perspiration (capacità manifatturiera a basso valore aggiunto) a uno basato sulla inspiration (produzione smart e frutto dell’innovazione tecnologica), capace di creare marchi competitivi.

L’industria spaziale – una delle dieci macro-aree identificate dall’iniziativa – ha per la Cina valore tanto simbolico quanto strategico. Non solo è high tech per eccellenza – a dimostrazione di come il paese non sia più solamente l’officina mondiale dell’outsourcing

ma è anche un’industria strategica per le possibilità di trasformazione che le tecnologie spaziali offrono e la crescente pervasività delle sue applicazioni nei più svariati settori economici. È senz’altro il riconoscimento di queste enormi potenzialità di crescita che sembra spingere le autorità cinesi a insistere su approcci non più tipicamente top-down, ma frutto di soluzioni business-to-business (B2B) e business-to-consumer (B2C) da parte di aziende private. Ed è anche in questo aspetto che gli sviluppi dell’industria aerospaziale cinese – così come più in generale l’iniziativa Made in China 2025 – segnano una rottura con l’iniziativa delle “Industrie strategiche emergenti” (Zhanlüexing xin chanye, 战略性新兴产业) dell’amministrazione Hu-Wen.

Un altro aspetto di rilievo che emerge dal Libro bianco 2016 è l’enfasi posta sulle politiche in tema di cooperazione internazionale, a cui è dedicata la parte finale del documento. Questa sezione rivela, infatti, come la Cina intenda usare il programma spaziale per perseguire obiettivi di ampio respiro, non direttamente connessi all’industria aerospaziale, ma anche commerciali, diplomatici e strategici. Prima fra tutti, spicca la costruzione di uno “Space information corridor” che integri applicazioni satellitari di telecomunicazione, osservazione della Terra e navigazione per fornire servizi applicativi di supporto lungo le nuove Vie della Seta. Si tratta di una infrastruttura chiave per assicurare il successo dell’iniziativa “One belt, one road” (yi dai yi lu, 一带一路), l’ambiziosissimo orizzonte di sviluppo euroasiatico che – come ampiamente trattato nei precedenti numeri di OrizzonteCina – vuole ridare centralità geo-economica al paese, riorientando le reti commerciali della regione e aprendo nuovi mercati per gli eccessi di capacità produttiva cinesi.[4] Va da sé che l’efficienza delle future infrastrutture logistiche e di trasporto ferroviario e marittimo lungo le nuove Vie della Seta dipenderà in buona parte dagli assetti spaziali per la fornitura di servizi di connettività, navigazione, posizionamento e geointel, basati sull’utilizzo di big data spaziali. Coerentemente, la Cina intende iniziare a fornire servizi di PNT lungo le nuove Vie della Seta a partire dal 2018 e un accordo in tal senso è già stato siglato per i servizi di telecomunicazione.

L’utilizzo dello spazio come leva per determinare un assetto geopolitico che restituisca nuova centralità alla Cina si manifesta anche in altri progetti di cooperazione regionale, quali ad esempio l’annunciata creazione di una costellazione satellitare multi-funzione per la Asia-Pacific space cooperation organisation (Apsco), vera e propria organizzazione intergovernativa creata nel 2006 per promuovere la cooperazione spaziale tra i paesi dell’Asia-Pacifico. Benché simile per costituzione e struttura organizzativa all’Agenzia spaziale europea (Esa), Apsco ha una funzione diversa e differente è al suo interno il ruolo della Cina, che agisce da primus inter pares in termini di indirizzo e gestione dei programmi. Anziché perseguire programmi difficilmente attuabili su scala nazionale, Apsco è stata concepita da Pechino in chiave principalmente politica: da un lato, è stata intesa come strumento per limitare la capacità di attrazione dell’iniziativa giapponese Asia-Pacific regional space agency forum (Aprsaf), e, dunque, per sostituire Tokyo come punto focale per la cooperazione spaziale regionale; dall’altro, per promuovere la diplomazia regionale di Pechino, inclusa la già citata Belt and road initiative (gran parte dei paesi membri dell’Apsco sono situati lungo le nuove Vie della Seta fino alla Turchia).[5]

In misura analoga, il dichiarato rafforzamento della cooperazione spaziale in seno all’associazione dei paesi Brics (con la realizzazione di una costellazione satellitare per il telerilevamento), così come nell’ambito della Shanghai cooperation organisation e del partenariato Cina-Asean sono iniziative con chiari connotati strategici, miranti non solo ad aggirare l’isolamento che, direttamente o indirettamente, gli Stati Uniti hanno cercato di imporre all´avanzamento tecnologico del programma spaziale cinese, ma anche a fare della Cina un hub alternativo a quello statunitense nella cooperazione spaziale internazionale.

Questa propensione si manifesta chiaramente nell’enfasi posta sull’apertura del programma spaziale alla cooperazione internazionale, anche con riferimento a progetti di alto rilievo, come la futura stazione spaziale Tiangong-3, stazione che le autorità cinesi hanno sottolineato di voler aprire a tutti i paesi interessati, piuttosto che restringerne i diritti di partecipazione come nel caso della Iss, da cui la Cina è stata esclusa. Nello specifico, le proposte di condurre esperimenti scientifici congiunti con altre agenzie spaziali, così come di sviluppare componenti, sistemi e moduli della futura stazione spaziale, o di ospitare astronauti di altre nazioni, fanno parte di un’accorta strategia che in primis mira a differenziare il presunto approccio tecno-nazionalista e protezionista seguito da Washington con quello più benevolo e aperto di Pechino.[6] Un approccio che, secondo la postura paternalista tipica della tradizione confuciana, fa perno su auspici di mutuo benefico e sviluppo condiviso, in particolare nei confronti dei paesi in via di sviluppo.

A dispetto delle narrazioni prevalenti in seno all’establishment statunitense, è proprio questo approccio cooperativo e inclusivo da parte di Pechino – ben distante da ipotesi di un confronto diretto mirante a sfidare l’egemonia statunitense con una nuova corsa allo spazio – che pone la comunità spaziale internazionale di fronte alle sfide maggiori, ma che al contempo apre a preziosissime opportunità di cooperazione. Alla luce della persistente chiusura degli Stati Uniti, spetta adesso ai leader europei più lungimiranti scegliere dove posizionare i rispettivi programmi spaziali in questa partita sempre più complessa.

[1] Everett C. Dolman, Astropolitik. Classical Age Geopolitics in the Space (Portland: Frank Cass Publishers, 2002).

[2] Joan Johnson-Freese, The Chinese Space Program: A Mystery within a Maze (Malabar: Krieger Publishing, 1998).

[3] Kevin Pollpeter et al., China Dream, Space Dream. China’s Progress in Space Technologies and Implications for the United States (Washington, DC: United States Government Publishing Office, 2015).

[4] Si veda in particolare Enrico Fardella, “La Belt & Road Initiative e il nuovo globalismo sinocentrico di Pechino”, OrizzonteCina 7(2016) 6: 2-4; e Giuseppe Gabusi e Giorgio Prodi, “Tutte le strade portano a Pechino: tra Market economy status e difficoltà economiche interne”, OrizzonteCina 7(2016) 3: 2-4.

[5] Christoph Beischl, “APSCO After its First Decade: A Critical Assessment of its Current Political and Legal Cooperative Potential and Related Impediments”, in International Astronautical Congress 2016 (Paris: IAF, 2016).

[6] Marco Aliberti, When China Goes to the Moon… (Wien: Springer, 2015).

 

Marco Aliberti, Resident Fellow, European Space Policy Institute (ESPI), Vienna

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