Sogni cosmopoliti: il costituzionalismo globale e le sfide dell’eccezionalismo cinese

Il sogno cosmopolita occidentale paradossalmente sembra trovare nuove fonti di speranza in oriente. Xi Jinping nel suo discorso a Davos ha riscaldato la coscienza liberale, delusa dai nuovi Stati Uniti di Trump, che invece di essere i portabandiera dei valori liberali, sembrano essersi ritirati in se stessi. Il discorso di Trump alle Nazioni Unite dello scorso settembre e quello di Xi Jinping a Davos sembrano avere invertito i ruoli delle due potenze nell’ordine mondiale. Il primo enfatizza la politica dell’“America first” e il concetto di sovranità, ripetuto quasi con ossessione per ben 21 volte, mentre il secondo parla di globalizzazione e responsabilità. Trump sembra opporsi al processo di integrazione globale in corso già da tempo, e ricusare l’egemonia liberale statunitense, comprese colonne portanti come la promozione dei diritti umani e della democrazia. L’idea di globalismo supportata da Xi, d’altro canto, allontana dalle nostre menti l’immagine di una Cina autoritaria, interessata esclusivamente ai benefici da trarre dal sistema economico internazionale.

Tuttavia, Xi Jinping al 19° congresso del Partito comunista cinese ha riaffermato che la globalizzazione che ha in mente non ha necessariamente caratteri liberali. Nel suo lungo discorso in apertura del congresso, Xi ha infatti continuato a sostenere il sogno della grande rinascita della Cina. Finalmente orgogliosa della propria storia e delle proprie peculiarità nazionali, la Cina che Xi sogna si oppone alle influenze dei valori e delle forme politiche occidentali. Si prospetta quindi un contrasto profondo di storie, visioni del mondo, valori e sogni cosmopoliti. Questo contrasto pone grandi sfide al modello liberale, ammesso che ve ne sia uno. Una cosa certa è che ci troviamo di fronte a sfide globali che necessitano di un impegno che non dipenda più solo dagli interessi e dalle volontà degli stati. L’efficacia del diritto internazionale, infatti, continua ad essere limitata dalla sovranità degli stati: la decadenza dell’egemonia americana e l’ascesa della potenza cinese sembrano indicare un futuro multipolare, in cui sarà sempre più difficile arrivare a un sistema di valori condivisi.

 

“Globalizzazione inclusiva e responsabilità”: è questo il biglietto da visita della Cina nella “nuova era” presentato in anteprima da Xi Jinping al Forum di Davos 2017. Dietro all’apparente apertura, da alcuni vista come presagio di una innovativa leadership globale cinese nell’epoca dell’”America first” di Trump, permane però la pericolosa tendenza da parte cinese a mettere in discussione l’applicabilità universale del diritto internazionale, contestandone la matrice anglosassone. Questa dialettica, sempre più conclamata, pone oggi nuovi interrogativi alla disciplina del diritto internazionale, a partire da come questo possa ancora contribuire a fissare relazioni internazionali pacifiche e ordinate se privato della legittimità ad esso tradizionalmente riconosciuta dagli stati (immagine: World Economic Forum).

 

Alla luce di questo futuro incerto, continuano ad esistere teorie che, sulla scia del cosmopolitismo della tradizione occidentale, aspirano a un mondo globalizzato in cui certi valori siano condivisi.[1] Il costituzionalismo globale è uno tra questi vari progetti concorrenti.[2] Secondo il costituzionalismo globale, la società internazionale e il diritto internazionale sono in una fase di trasformazione. Il tradizionale ordinamento orizzontale basato sulla sovranità statale sarebbe gradualmente sostituito da uno più verticale, in cui la legalizzazione del diritto internazionale consente agli individui e ad altri attori non statali di assumere un ruolo più diretto nello sviluppo del diritto internazionale. Secondo il costituzionalismo globale i valori fondativi del costituzionalismo, che corrispondono al “mantra trinitario” diritti umani – democrazia – stato di diritto, sperimentano un processo di espansione a livello globale, per cui gli stati sono sempre più chiamati a rispondere alla comunità internazionale di ciò che succede al loro interno.[3] Il costituzionalismo globale sembra essere predicato non solo secondo un monismo normativo che non distingue nulla al di fuori del suddetto “mantra”, ma anche secondo una visione progressiva della storia, che vede la realizzazione di quest’ultimo a livello globale come qualcosa di necessario e inevitabile.[4]

Attraverso le lenti normative del costituzionalismo globale, la Cina è vista come un’eccezione. Essa si oppone all’unità normativa promossa dall’agenda cosmopolita e globalista: ha un governo autoritario che respinge i principi democratici; promuove una diversa comprensione dei diritti umani sulla base di “valori asiatici” e ‘sostiene un’idea dello stato di diritto con caratteristiche cinesi che pare fondato più sulla volontà del partito che sulla legge.[5] Inoltre, a dispetto della tendenza generale all’erosione della sovranità statale promossa dal costituzionalismo globale, la Cina è considerata l’ultimo bastione della sovranità westfaliana e tende ad opporsi a determinate forme di governance globale, viste da molti intellettuali cinesi come una nuova forma d’imperialismo occidentale.

La Repubblica popolare cinese sembra così sfidare il costituzionalismo globale, opponendovi la realtà della società internazionale odierna, in cui la Cina gioca un ruolo sempre maggiore. Le grandi potenze sono tutte eccezionali a modo loro, tuttavia presentare la Cina come eccezione non solo contraddice il mondo democratico ideale teorizzato dal costituzionalismo globale, ma pone anche un problema rispetto alla legittimità dell’ordinamento giuridico da questo concepito.[6] Le riforme economiche strutturali perseguite dalla Rpc negli ultimi tre decenni hanno permesso alla Cina di ritornare a essere la seconda economia mondiale e un attore credibile e autorevole a livello globale. L’ascesa della Cina oggi può contribuire a modellare e definire la tendenza del futuro sviluppo dell’ordine globale. Questo ruolo è ora pienamente associato alla volontà politica dell’élite governativa cinese di assumersi più responsabilità nella creazione e nel mantenimento dell’ordine mondiale, come ribadito al 19° congresso del Pcc da Xi Jinping. In quanto tale, trattare la Cina semplicemente in termini di eccezionalità o di divergenza riduce sia la possibilità di una migliore comprensione dell’attuale ordinamento giuridico internazionale, sia la possibilità di trovare una base adeguata per immaginare nuovi e più legittimi ordini internazionali. Inoltre, non consente di normalizzare le caratteristiche cinesi in un quadro normativo e descrittivo più inclusivo.

Vi sono problemi globali che vanno risolti assumendo una prospettiva globale, basti pensare all’inquinamento, che ha un impatto sull’ecosistema planetario. Questo, tuttavia, non implica, o quantomeno non dovrebbe implicare, un’omogeneizzazione dei valori: s’impone una prospettiva più pluralistica. In caso contrario, benché il costituzionalismo globale sembri oggi – almeno in parte – un’opzione percorribile, rischierà di diventare un’altra forma di egemonia occidentale.[7] La questione si pone quindi in questi termini: può lo statalismo autoritario cinese essere “normalizzato” entro una più ampia comprensione del costituzionalismo globale o è destinato a essere un’eccezione? Uno dei principali pensatori liberali, John Rawls, ha tentato di conciliare la propria teoria liberale – assai esigente in termini di diritti umani, libertà e standard politici – con diverse esperienze non liberali attraverso la nozione di “popoli decenti”.[8] In questo tipo di società liberale, le persone che sostengono dottrine politiche non liberali sono tollerate, fintanto che queste dottrine rispettano una ragionevole concezione politica della giustizia e di ciò che egli chiama “la ragione pubblica.” Quando le società umane raggiungono un livello di sviluppo tale da qualificarle come “decenti”, esse possono essere trattate come pari nella società internazionale. In questo senso Rawls devia in parte dal mantra trinitario promosso dal legalismo globale, in quanto i requisiti per essere “decenti” e quindi trattati come uguali sono minimi. Adottando la teoria di Rawls e applicandola alle relazioni internazionali, l’eccezionalità della Cina verrebbe riportata se non a una dimensione di “normalità” almeno a una di “tolleranza.” Rimane tuttavia la questione se la Cina si qualifichi oggi come una società decente, e di chi sia titolato a stabilirlo.

Lo sviluppo del costituzionalismo globale può assumere diverse direzioni e potrebbe, per esempio, assumere come parte della sua narrazione e della sua normatività valori e principi che provengono da oltre i confini degli stati occidentali. In questo senso, è interessante l’opera del teorico politico cinese Bai Tongdong, che sostiene che la tradizione cinese potrebbe produrre un proprio modello, che egli chiama Confu-cinese.[9] Secondo l’autore, tale modello sarebbe ancora più realistico – come utopia cosmopolita – rispetto a quello proposto da Rawls. Questo modello promuove una struttura politica più gerarchica, basata su considerazioni politiche e sul presupposto che i cittadini devono essere adeguatamente istruiti e informati prima di partecipare alle attività politiche. Bai, in un certo senso, amplia l’ambito dell’analogia domestica che è al centro del costituzionalismo globale per includervi l’esperienza della Cina e rifletterla sul dominio normativo internazionale o globale.

Per concludere, adottando una visione meno dogmatica dei valori e delle regole che dovrebbero sostenere l’ordinamento giuridico internazionale, il costituzionalismo globale potrebbe essere considerato come un forum in cui non solo le diverse idee dei diritti umani, dello stato di diritto, della democrazia e della sovranità interagiscono tra di loro, ma in cui anche altri elementi normativi possono entrare in gioco e produrre come risultato un compendio di ciò che di meglio è stato prodotto in differenti contesti sociali, economici, e politici. In un simile dibattito verrebbero diffuse diverse esperienze normative e politiche e condivise diverse aspettative per costruire un più ampio discorso del costituzionalismo globale, che potrebbe influenzare la formazione del futuro ordine giuridico internazionale. Se l’eccezionalità cinese, la cui futura egemonia è tutt’altro che certa, potrebbe essere in parte normalizzata in questo nuovo dibattito, la Cina, per parte sua, dovrebbe esimersi dal giocare la carta delle “caratteristiche cinesi” e della sua opposizione ai “valori occidentali.”

 

 

 

[1] Si vedano Dennis Davis, Alan Richter e Cheryl Saunders (a cura di), An Inquiry into the Existence of Global Values: Through the Lens of Comparative Constitutional Law (Portland: Hart, 2015).

[2] Sul costituzionalismo globale si vedano, tra gli altri: Anne Peters, “Global Constitutionalism”, in The Encyclopedia of Political Thought, a cura di Michael Gibbons (Londra: Wiley-Blackwell, 2015), 1484-1487; Anne Peters et al. (a cura di), Les acteurs à l’ère du constitutionnalisme global (Parigi: Société de législation comparé, 2014); Christine Schwöbel, Global Constitutionalism in International Legal Perspective (Leiden/Boston: Martinus Nijhoff, 2011); Alexander Somek, The Cosmopolitan Constitution (Oxford: Oxford University Press, 2014); Petra Dobner e Martin Loughlin (a cura di), The Twilight of Constitutionalism? (Oxford: Oxford University Press, 2010).

[3] Sul “mantra trinitario” si vedano in particolare Matthias Kumm, “The Best of Times and the Worst of Times. Between Constitutional Triumphalism and Nostalgia” in The Twilight of Constitutionalism?, a cura di Petra Dobner e Martin Loughlin (Oxford: Oxford University Press, 2010): 214-215; Mattias Kumm et al., “How Large is the World of Global Constitutionalism?”, Global Constitutionalism 3 (2014) 1: 6-8.

[4] Danilo Zolo, I signori della pace. Una critica del globalismo giuridico (Roma: Carrocci, 1998).

[5] Sul diverso approccio ai diritti umani si vedano: Zhu Feng, Renquan yu guoji guanxi [I diritti umani e le relazioni internazionali] (Pechino: Beijing Daxue Chubanshe, 2000); Xue Hanqin, Chinese Contemporary Perspectives on International Law: History, Culture and International Law (L’Aja: Hague Academy of International Law, 2012); Yang Zewei, Zhuquan lun: guojifa shang xhuquan wenti ji qi fazhan queshi yanjiu [Sulla sovranità: una ricerca sui problemi della sovranità nel diritto internazionale e i suoi sviluppi] (Pechino: Beijing Daxue Chubanshe, 2006). Sul sistema elettorale e politico cinese si vedano: Wang Guohui, Tamed Village ‘Democracy’. Elections, Governance and Clientelism in a Contemporary Chinese Village (Heidelberg/New York: Springer 2014); June Teufel Dreyer, China’s Political System: Modernization and Tradition (6a ed., New York: Pearson Longman, 2008). Gli attuali dibattiti sul costituzionalismo in Cina sono stati discussi da Albert Chen in “The Discourse of Political Constitutionalism in Contemporary China: Gao Quanxi’s Studies on China’s Political Constitution”, China Review 14 (2014) 2: 183-214; Roogier Creemers, “China’s Constitutionalism Debate: Content, Context And Implications,” The China Journal (2015) 74: 91-109.

[6] Esiste una vasta letteratura sull’eccezionalismo americano, ad esempio Michael Ignatieff (a cura di), American Exceptionalism and Human Rights (Princeton: Princeton University Press, 2005); Harold Hongju Koh, “On American Exceptionalism”, Stanford Law Review 55 (2003) 5: 1479-1527; Anu Bradford e Eric Posner, “Universal Exceptionalism in International Law”, Harvard International Law Journal, 52 (2011) 1: 3-54; Godfrey Hodgson, The Myth of American Exceptionalism (New Haven: Yale University Press, 2009).

[7] Eric Posner, The Perils of Global Legalism (Chicago: University of Chicago Press, 2009).

[8] John Rawls, Justice as Fairness: A Restatement (Cambridge: Harvard University Press, 2001); John Rawls, The Law of the People (Cambridge: Harvard University Press, 1999), 59-63.

[9] Bai Tongdong, “A Criticism of Later Rawls and a Defense of a Decent (Confucian) People”, in The Philosophical Challenge from China, a cura di Brian Bruya (Cambridge: MIT Press, 2015), 101-120.

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