Risorse per la convivenza e l’integrazione culturale tra cinesi e italiani: un bilancio preliminare

In questa rubrica si è spesso ribadito il carattere speciale della presenza cinese nel nostro paese. Non solo si tratta di una popolazione numericamente importante in termini assoluti e relativi,[1] ma è tuttora la più numerosa collettività di cittadini della Rpc che si registri in un singolo paese europeo. Il suo dinamismo imprenditoriale, il suo prevalente carattere familiare (con rapporto maschi e femmine sostanzialmente paritario) e incline all’insediamento a lungo termine, la forte motivazione alla mobilità sociale verso l’alto nel passaggio da una generazione all’altra, la precocità e vivacità della dinamiche riproduttive nelle sue fasce demografiche più giovani, oltre al lento ma sicuro incremento delle coppie miste e delle domande di cittadinanza italiana, sono tutti elementi che inducono a concludere che:

  1. malgrado il graduale calo degli afflussi, i cinesi si avviano a superare i marocchini per diventare la prima popolazione straniera non europea d’Italia;[2]
  2. anche se una componente sempre più significativa di questa popolazione sarà costituita da nuovi cittadini italiani di origine cinese, in mancanza di modifiche alle norme vigenti in materia di cittadinanza la stragrande maggioranza di questa popolazione rimarrà di nazionalità cinese, compresi – per molti anni – i giovani cinesi nati o cresciuti in Italia: sino-italiani di fatto, cittadini della Rpc de iure;
  3. una percentuale assai ampia della popolazione cinese over 30 – stimabile in oltre il 60% – non riuscirà mai a conseguire un livello di competenza nella lingua italiana paragonabile a quello dei propri figli nati o cresciuti in Italia. Non c’è corso di italiano L2 che tenga: come succede per qualunque immigrato, la priorità è quella di garantirsi un ragionevole grado di autonomia funzionale sul lavoro e nella vita quotidiana, e per questo è generalmente sufficiente una padronanza limitata dell’italiano. Nei termini del Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue (QCER), si intende qui un livello A2 (livello elementare) o al massimo un B1 (livello intermedio o “di soglia”);[3]
  4. quella cinese si avvia a diventare la nostra più importante minoranza etnica nazionale in termini numerici, economici, politici, socio-culturali e simbolici: la sua inclusione nel corpo sociale rappresenta il primo vero test della maturità del nostro rapporto con l’Altro, un esame dell’Italia in quanto paese d’immigrazione multietnico.

Sebbene la legge sottolinei il “reciproco impegno a partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società”, l’onere dell’integrazione di norma grava sulle spalle dell’immigrato e dei suoi figli. Su quali risorse per la promozione della reciproca comprensione e della convivenza possiamo contare a sostegno dell’integrazione culturale e sociale di italiani e cinesi? (immagine: Casa Italia Cina).

 

È bene chiarire che le tendenze sopra descritte sono ampiamente supportate dai dati e non sono facilmente reversibili, e che ragionarne non rappresenta una cieca attestazione di fede nella superiorità morale del multiculturalismo o un puro slancio ispirato da ideali progressisti e cosmopoliti. Si tratta, fondamentalmente, di prendere atto del paese che stiamo diventando e di come garantire in esso la tenuta dei valori costituzionali. Il Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286) nel comma 1 dell’art. 4-bis (Accordo di integrazione) stabilisce piuttosto perentoriamente che “ai fini di cui al presente testo unico, si intende con integrazione quel processo finalizzato a promuovere la convivenza dei cittadini italiani e di quelli stranieri, nel rispetto dei valori sanciti dalla Costituzione italiana, con il reciproco impegno a partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società” (corsivi miei). Non è una definizione particolarmente felice del concetto di integrazione, del resto piuttosto ambiguo già di suo, ma se proviamo a prenderla alla lettera ne cogliamo alcuni aspetti importanti, in particolare l’enfasi sulla reciprocità dell’impegno rispetto alla convivenza e alla partecipazione sociale. Nel discorso di senso comune dominante, l’onere dell’integrazione grava di norma sulle spalle dell’immigrato o dei suoi figli. Proviamo a rovesciare il punto di vista, a prendere sul serio il monito della reciprocità. Su quali risorse per la promozione della reciproca comprensione e della convivenza possiamo contare a sostegno dell’integrazione culturale e sociale di italiani e cinesi?

Cominciamo dalle competenze linguistico-culturali, e voliamo alto: prendiamo in esame chi in Italia, teoricamente, di Cina dovrebbe capirne qualcosa, perché ne studia e ne insegna storia, civiltà, società, lingua e letteratura. L’Associazione Italiana di Studi Cinesi, che raccoglie gli accademici italiani (dottorandi, ricercatori, professori associati e ordinari) che studiano la Cina, conta poco meno di 250 soci. Di questi, i soci attivi sono circa 150, quelli che si occupano specificamente dell’insegnamento della lingua cinese sono circa una sessantina. È lecito pensare che queste siano le risorse in assoluto più qualificate del paese rispetto alla realtà cinese. La lingua cinese oggi si insegna in 40 atenei pubblici, per un totale di studenti in corso che si stima nell’ordine delle ottomila persone.[4] Ma a questi vanno aggiunti i 5.600 giovani italiani che nel 2016 risultavano residenti in Cina con visto studentesco,[5] e i circa 17.500 giovani dei 279 istituti di istruzione superiore (circa l’8% del totale) che offrono corsi curriculari ed extracurriculari di lingua cinese.[6] Tali corsi fanno riferimento a circa centocinquanta insegnanti italiani qualificati all’insegnamento del cinese L2 e di almeno altrettanti madrelingua. Un numero crescente di laureati italiani si inserisce nel mercato del lavoro ogni anno dopo aver soggiornato in Cina per almeno un anno. Secondo il consorzio interuniversitario Almalaurea, tra i laureati in Italia nel 2015, in 688 (il 70% dei quali donne) hanno fatto un’esperienza di studio in Cina riconosciuta dal proprio corso. Hanno terminato gli studi in media 2 anni prima degli altri laureati e con un voto di 104,2 contro una media di 102,3. Tra coloro che hanno conseguito una laurea magistrale nel 2014, dopo un anno chi ha fatto un’esperienza di studio in Cina ha nel 78% dei casi già un lavoro (contro il 70% della media) e con una retribuzione maggiore (1.386 euro netti contro 1.132). Queste giovani risorse si aggiungono a un mercato del lavoro in cui le imprese italiane con esperienza diretta di lavoro in e con la Cina sono in costante aumento, e all’interno del quale cresce gradualmente anche il livello medio di competenza oltre che di esperienza sul campo.

Sono dati confortanti? A ben vedere, si ricava l’impressione di un capitale umano e culturale specifico ancora piuttosto circoscritto. Se immaginiamo che le competenze ed esperienze delle trentamila persone circa che oggi in Italia si stima dispongano di una buona formazione di base rispetto alla Cina (e il dato include anche una parte dei figli di cinesi formatisi in seno al sistema d’istruzione superiore ed universitaria italiano) si consolidino ulteriormente nell’arco dei prossimi dieci anni, si tratta comunque di appena lo 0,05% della popolazione italiana complessiva. Consideriamo inoltre un’altra questione non secondaria: qual è il reale livello di competenza linguistica di queste risorse umane qualificate? Perché per poter leggere e comprendere una realtà complessa come quella cinese oggi la competenza linguistica è una delle abilità di base, lo strumento che permette di valorizzare appieno l’indispensabile ulteriore formazione in campo scientifico, tecnico, economico, sociale, politologico, ecc. La maggior parte dei laureati che hanno frequentato un corso triennale di lingua cinese all’università dispone tuttora di un livello certificato di competenza nella lingua cinese molto basso (HSK 3, valutato come corrispondente a un A1 del QCER, ovvero il livello base), mentre solo un’esigua minoranza (meno del 10%) ottiene una certificazione di livello comparabile al B1 o al B2. Questo è un problema che torneremo a discutere più approfonditamente, ma è evidente che con queste premesse, il cammino dell’integrazione si presenta arduo, lungo e accidentato.

 

 

 

[1] Al 31/12/2016 risultavano 281.972 cittadini cinesi regolarmente residenti, la quarta popolazione straniera in Italia, e il 6% degli stranieri residenti.

[2] Una manifestazione assai tangibile di questo “sorpasso” oggi in fieri è il raffronto tra i dati sugli stranieri residenti nel 2016 con quelli relativi al 2015: mentre gli effettivi dei residenti marocchini sono calati di 16.834 persone, quelli dei cinesi sono aumentati di 10.642, incremento che si deve in gran parte alle nuove nascite e ai ricongiungimenti familiari. Si vedano http://demo.istat.it/str2015/index.html e http://demo.istat.it/str2016/index.html.

[3] Definito in questi termini: “È in grado di comprendere i punti essenziali di messaggi chiari in lingua standard su argomenti familiari che affronta normalmente al lavoro, a scuola, nel tempo libero, ecc. Se la cava in molte situazioni che si possono presentare viaggiando in una regione dove si parla la lingua in questione. Sa produrre testi semplici e coerenti su argomenti che gli siano familiari o siano di suo interesse. È in grado di descrivere esperienze e avvenimenti, sogni, speranze, ambizioni, di esporre brevemente ragioni e dare spiegazioni su opinioni e progetti”, European Council, Quadro comune europeo di riferimento per le lingue. Apprendimento, insegnamento, valutazione (Milano: La nuova Italia-Oxford, 2002), 32; si veda http://www.memorbalia.it/descrittori/dalframeworkeuropeo.pdf.

[4] Si tratta necessariamente di una stima approssimativa, basata sul totale degli iscritti dei corsi di laurea che contemplano l’insegnamento della lingua cinese, giacché il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca non rilascia dati sugli iscritti disaggregati per singoli corsi.

[5] Dati dell’Ambasciata della Rpc in Italia riferiti all’anno 2016 e riportati in Elisabetta Pagani, “Gli studenti italiani trovano l’America in Cina”, La Stampa, 4 ottobre 2016, 1 e 3.

[6] Fondazione Intercultura onlus, La nuova via della Cina. I giovani, la scuola e la Cina. IX rapporto dell’Osservatorio nazionale sull’internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca (Milano: Ipsos, 2017), disponibile all’Url http://www.scuoleinternazionali.org/_files/report_annuali/2017.pdf.

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