Ripensare la sicurezza guardando al conflitto

Il concetto di human security sollecita un ripensamento della sicurezza, oltre la pura difesa militare del territorio e dello stato, per renderla capace di prestare attenzione anche al benessere dell’individuo. L’intento è lodevole sebbene l’idea non sia certo priva di ambiguità che discendono dalla sua stessa ampiezza: essa include infatti tutto ciò che va dalla classica sicurezza fisica fino alla condizione psicologica della persona. Ciò è un importante punto di forza – finalmente vengono considerati aspetti cruciali altrimenti sottovalutati –, ma anche una importante debolezza, poiché rende la nozione difficilmente operativa e incapace di dare indicazioni di priorità (è meglio morire sereni o sopravvivere preoccupati?). Costruire la sicurezza attorno all’individuo non è forse nemmeno la scelta più giusta in ogni contesto. Del resto la sicurezza personale (più o meno ampiamente intesa) non sempre si definisce su scala individuale, e le persone possono talvolta sentirsi “più sicure” quando non sono loro stesse a essere garantite, quanto piuttosto il gruppo, la cultura o la società di cui fanno parte. Il tentativo di difendere “a tutti i costi” i cittadini libici dal loro governo, nel 2011, ha portato a una situazione in cui è difficile argomentare ci sia stato un miglioramento della loro sicurezza, tradizionale o umana.

L’idea di human security si porta dunque appresso un bagaglio di etnocentrismo (occidentale) e di ambizione potenzialmente assai pericoloso. Tuttavia, è possibile trovare in essa almeno qualcosa di positivo, e cioè il desiderio di superare i limiti intrinseci alle griglie mentali con le quali sovente ci si affaccia su una realtà complessa come il conflitto. Quest’ultimo è certamente tra le attività umane che più profondamente investono le molteplici dimensioni dell’esistenza di chi vi è coinvolto: dalle idee di sé e dell’altro, all’integrità fisica e morale, passando per la disponibilità delle risorse essenziali alla sopravvivenza e dello spazio fisico necessario a renderla materialmente accettabile. Il modo e la misura in cui ciascuna di queste è toccata finisce, a sua volta, per influenzare la dinamica del conflitto stesso. Su questa materia, tuttavia, la riflessione più immediatamente accessibile al pubblico italiano sovente focalizza l’attenzione su due soli aspetti: il commercio delle armi e le azioni compiute dai governi – siano essi direttamente coinvolti o terzi – nello sforzo di condurre, soffocare, contenere, o superare il conflitto. Per quanto importanti, questi elementi costituiscono soltanto una parte del quadro che non ne può rendere l’insieme.

La pubblicazione che inaguriamo oggi si chiama Human Security (HS) poiché intende rimettere al centro della riflessione sulla sicurezza il ruolo giocato dagli individui e dalle strutture sociali in cui essi vivono e operano. Si tratta di fattori sui quali oggi, attraverso il concetto di human terrain, si focalizza la riflessione anche degli attori più direttamente coinvolti nel conflitto, cioè i militari. Ma nessun soggetto interessato a tale fenomeno – dagli operatori umanitari alle agenzie internazionali, passando per i semplici cittadini curiosi – può prescindere da un passaggio analogo. L’intento di HS è fornire ai suoi interlocutori, professionisti esperti o semplici interessati, una lettura dei conflitti contemporanei che permetta di coglierne genesi, sviluppi e prospettive di trasformazione.

In questo spirito, il primo numero di HS mette in luce alcune criticità del modello convenzionale con il quale tendiamo a leggere crisi e conflitti, e mostra come letture alternative – per quanto magari complesse – possono essere rese operative nella pratica, trasformandosi in policy. Il primo dei pezzi proposti, a firma di Lorraine Charbonnier (co-autrice del recentissimo Conflict Analysis Handbook pubblicato dallo United Nation System Staff College), mette in evidenza i limiti della classica conflict analysis, mostrando come il sistema Nazioni Unite stia ridefinendo e aggiornando i contenuti di tale “cassetta degli attrezzi” per portarli all’altezza delle sfide attuali. Segue l’articolo di Maurizio Sulig e di Maria Adelasia Divona, entrambi ufficiali dell’Esercito Italiano, che arricchisce il quadro presentando in maniera compiuta il concetto di human terrain così come elaborato e applicato dalle organizzazioni militari. Il pezzo di Roger MacGinty e di Pamina Firchow, responsabili del progetto “Everyday Peace Indicators”, allarga ulteriormente la prospettiva, evidenziando la necessità di rivedere il modo in cui costruiamo l‘idea di sicurezza relativa a società lontane, e come sia possibile farlo nella pratica dando voce ai locali, con un approccio dunque bottom-up anziché top-down. Non si tratta di un’idea utopica: il progetto, finanziato dalla Carnegie Corporation di New York, è già attivo in tre società post-conflittuali, ovvero Sud Africa, Uganda e Zimbabwe. Chiudono il numero due articoli forniti dagli analisti del Caffè Geopolitico, anche in questo caso volti a problematizzare aspetti sovente poco discussi. Lorenzo Nannetti si concentra su come una stessa crisi può essere letta diversamente dalle parti coinvolte, anche al di fuori di quel che è normalmente considerato “razionale”, impiegando il caso Ucraina a mo’ di esempio. Chiude il numero Marco Giulio Barone, con una critica dei modelli classici di analisi e supporto del decision making, che presenta possibili direttrici di cambiamento anche alla luce degli strumenti presentati nel corso di questo primo numero.

Con rigore, ma con uno stile chiaro, asciutto e puntuale, HS intende essere un punto di riferimento sui temi della guerra e della pace intesi in senso pieno. Ci auguriamo che questa iniziativa possa riscuotere l’interesse di una larga audience, ampliare il bacino degli interessati, e fornire un utile servizio a tutti coloro i quali sono attenti al conflitto, nelle sue varie forme, per ragioni professionali o curiosità personale.

PER SAPERNE DI PIÙ:

Paris, R. (2001), “Human Securit: Paradigm Shift or Hot Air?”, International Security, Vol. 26 No. 2. Disponibile su: aix1.uottawa.ca/~rparis/Paris.2001. IS.Human%20Security.pdf

UNDP (1994), Human Development Report, New York. Disponibile su: hdr.undp.org/sites/default/files/reports/255/ hdr_1994_en_complete_nostats.pdf

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