Rinnovare la conflict analysis

Capire la natura violenta di alcuni conflitti è una questione che da sempre attira studiosi e professionisti da svariati ambiti. A partire dagli anni Novanta, l’acceso dibattito intorno alla trasformazione della guerra e del conflitto ha portato a considerare tali fenomeni qualcosa di più che un fatto esclusivamente strategico-militare sulla scacchiera geopolitica globale, ovvero anche un fenomeno sociale che coinvolge nella totalità la vita di chi ne è colpito, tanto a livello individuale quanto relazionale. Nel complesso, quello dei conflitti violenti non è un fenomeno unitario. Al contrario, i conflitti sono tradizionalmente differenziati e classificati in base alla loro durata temporale, alla stima delle loro conseguenze oppure in base alla loro livello di intensità in termini quantitativi, cioè calcolando il numero annuale di decessi direttamente connessi agli scontri. Benché rilevanti, però, questi criteri da soli non sono sufficienti per catturare gli effetti perniciosi di quei conflitti che da anni – talvolta decenni – sembrano eludere ogni tentativo di risoluzione o di trasformazione in senso meno violento, indipendentemente dalle risorse investite e dalle tecniche applicate.

Questi conflitti protratti sono fenomeni che si radicano nella società, e la loro lunga durata implica che almeno un’intera generazione non conosca altra realtà che il conflitto stesso. In questo senso, l’estensione temporale del fenomeno costringe i membri della società a fare i conti con una situazione distruttiva alla quale devono costantemente adattare le proprie vite e in cui devono imparare a socializzare. Con il passare del tempo, poi, la situazione tende a deteriorarsi e il conflitto a diffondersi sempre più profondamente nel tessuto sociale, diventando pervasivo e colpendo negativamente aspetti della vita che originariamente ne erano estranei o quantomeno distanti. In tali circostanze, il conflitto si muove attraverso diverse dimensioni – politica, economica, sociale – e livelli della società – psicologico, relazionale, sociale e strutturale – che si sovrappongono a innumerevoli altri fattori, influenzandosi reciprocamente in modo imprevedibile poiché ampiamente soggetti al fattore umano. Malgrado tutto ciò, i conflitti violenti sono spesso concettualizzati secondo una prospettiva lineare e deterministica e, di conseguenza, le metodologie convenzionali di conflict analysis, cioè di analisi del conflitto, rispecchiano in larga parte un approccio riduzionista.

La conflict analysis è una forma di ricerca qualitativa applicata che si colloca a monte della formulazione di misure di prevenzione e risoluzione attraverso mezzi non-militari e che ha come obiettivo lo studio del profilo, delle cause, delle parti interessate (stakeholders) e delle dinamiche dei conflitti. Complessivamente, l’evoluzione della conflict analysisè stata trainata dai progressi della ricerca accademica, dalle esperienze dirette sul campo e dai cambiamenti avvenuti sulla scena internazionale. Ciò nonostante, sembra che gli approcci contemporanei posseggano tuttora strumenti limitati per “catturare” la complessità di molti conflitti e che spesso falliscano nel presentare un quadro completo dell’intera situazione che, quindi, è tendenzialmente vista come disperata e impossibile da risolvere.

Come ogni altro tipo di esercizio analitico, la conflict analysis comporta un processo di astrazione, deduzione e semplificazione della realtà il cui successo dipende non solo dalla specifica cornice interpretativa (framework) utilizzata, quanto piuttosto dal modo in cui essa è usata. Molte volte, infatti, pur utilizzando framework simili, soggetti diversi ottengono dalla conflict analysis risultati differenti. Ciò genera in conseguenza policy e approcci al conflitto anche molto diversi tra loro: definire un problema in un certo modo, infatti, contribuisce a definire il tipo di azione richiesto per risolverlo. Allo stesso modo, un’analisi frammentata risulta facilmente in politiche e programmi discordanti che solo occasionalmente riescono a rispondere alle variazioni richieste dalla situazione sul campo.

Più recentemente, discipline diverse da quelle tipiche delle scienze sociali hanno influenzato gli approcci teorici e pratici alla conflict analysis. In particolare, la scienza della complessità e il pensiero sistemico (systems thinking) sembrano riorientare l’approccio generale alle situazioni di conflitto e incoraggiare opzioni di intervento innovative. Queste discipline, infatti, muovono dall’assunto fondamentale che, per essere compresi, i fenomeni complessi vadano intesi come sistemi in cui vari elementi interagiscono in maniera non lineare cosicché ogni singolo fattore è contemporaneamente la causa e l’effetto di almeno un altro elemento. All’interno di un sistema, le interconnessioni funzionano quindi come una tela di ragno: tirare un qualsiasi filo nella tela avrà un effetto – diretto o indiretto – su tutti gli altri. Questo significa che le diverse parti di un sistema, insieme, producono effetti diversi da quelli che avrebbero prodotto singolarmente. Viene da sé che, per questo motivo, concentrarsi sulle singole parti di un sistema non è sufficiente: il tutto è più della somma delle parti.

Se i conflitti sono conformi alle dinamiche sistemiche, adottare un approccio lineare e determinista in una conflict analysis è rischioso poiché limita l’esercizio a una comprensione parziale e statica della situazione reale, che invece è caratterizzata da una forte fluidità e dalla presenza di interconnessioni complesse. È quindi fondamentale adottare un approccio analitico che enfatizzi l’importanza di tali interconnessioni e degli effetti che questa interdipendenza ha su tutti gli elementi del sistema – cioè profilo, cause, stakeholders e dinamiche del conflitto. Nell’ambito del systems thinking, uno degli strumenti più utilizzati in questo senso è la mappatura del sistema (o systems mapping), cioè una tecnica visiva che mira a rappresentare graficamente le relazioni causali presenti in un sistema e a delineare gli schemi di interconnessione e interdipendenza che stanno alla base di processi che stabilizzano, alimentano o diminuiscono determinati comportamenti sistemici – come quelli violenti e conflittuali. Al livello più semplice, le mappe sistemiche sono composte da anelli di retroazione (feedback loop) che indeboliscono (o bilanciano – balancing feedback loop, generalmente indicati con la lettera B) o rinforzano (reinforcing feedback loop, generalmente indicati con la lettera R) determinate relazioni di causalità.

                  Dal momento che i conflitti sono un fenomeno estremamente eterogeneo, mappe sistemiche rappresentanti situazioni diverse possono divergere completamente l’una dall’altra. Ciò nonostante, sembrano esistere modelli di comportamento comuni a svariati sistemi e contesti. In generale, questi modelli vengono definiti “archetipi” e, come tali, catturano importanti dinamiche e disfunzioni sistemiche. L’uso di archetipi nell’analisi dei conflitti offre una classificazione delle interazioni più comuni che si rende utile per riflettere su dinamiche che diversamente potrebbero essere trascurate, per poi modificare, correggere e completare il modello affinché rappresenti al meglio la situazione.

CASO STUDIO: ARCHETIPI DI ESCLUSIONE E ESCALATION IN MYANMAR

Prendendo il conflitto in Myanmar a mo’ di esempio, è possibile individuare in esso i tratti tipici di due famosi archetipi: quello di esclusione e quello di escalation. Come molti altri conflitti in cui l’identità sociale gioca un ruolo centrale, infatti, le dinamiche del confronto tra gruppi diversi possono essere dominate dal reciproco sentimento di minaccia al proprio benessere o addirittura al proprio diritto di esistere.

In Myanmar, la filosofia e struttura di potere buddista ha storicamente avuto un ruolo dominante rispetto alle minoranze etniche e religiose. Questo comportò la marginalizzazione ed esclusione di identità alternative a quella buddista. Spesso, la marginalizzazione di identità provoca un circolo vizioso di risentimento e malessere che motiva la gente a intraprendere azioni per ristabilire la “giustizia sociale”, fatto che può anche causare eventi sanguinosi come gli scontri popolari tra buddisti e musulmani avvenuti durante le rivolte del 2012 nello Stato Rakhine (una regione del Myanmar). In quell’occasione, la reazione violenta della popolazione buddista e del governo generò un aumento della risposta violenta da parte della minoranza musulmana e un aumento della sua esclusione politica e sociale, minando ulteriormente la possibilità di gestire il conflitto in maniera diversa. ARCHETIPO DELL’ESCLUSIONE

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FONTE: Adattato da CDA (2013) Reflecting on Peace Practice – Resource Manual

Gli eventi nello Stato Rakhine fornirono una giustificazione ideologica all’aumento del nazionalismo buddista, corroborando le paure di “islamificazione” e assedio demografico e generando un senso di necessità di difendere il buddismo da minacce esterne. Al contempo, i musulmani diventarono obiettivi di rappresaglia anche al di fuori dello Stato Rakhine. Nel complesso, quindi, sia buddisti che musulmani percepirono la loro stessa esistenza minacciata dagli altri e, di conseguenza, entrambe le fazioni intrapresero azioni per proteggere i propri interessi. Così facendo si venne a crearsi un circolo vizioso di escalation in cui l’azione di un soggetto per aumentare il proprio senso di sicurezza diminuisce quello altrui, innescando una reazione uguale e contraria.

ARCHETIPO DELL’ESCALATION

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FONTE: Adattato da CDA (2013) Reflecting on Peace Practice – Resource Manual

Le prime applicazioni di scienza della complessità e pensiero sistemico nella conflict analysis dimostrano che l’attenzione data alle interazioni è probabilmente il maggior contributo che un approccio sistemico all’analisi dei conflitti possa offrire alla conflict transformation, cioè l’evoluzione di un conflitto in senso meno violento. Mappare i sistemi durante una conflict analysis significa infatti utilizzare un linguaggio dotato di una forte componente visiva per comunicare e riflettere sulla complessità. Sulla stessa linea, guardare alle interazioni piuttosto che ai singoli elementi implica un modo di concettualizzare i conflitti nuovo, che aiuta a superare alcuni dei limiti degli approcci tradizionali alla conflict analysis. In primo luogo, tale approccio può rendere le analisi più sofisticate e dinamiche, sfidando dunque l’eccessiva semplificazione. Similmente, esso offre un modo di stabilire priorità fra fattori e dinamiche chiave, cosa che è fondamentale per identificare i cosiddetti leverage points, cioè quei punti nel sistema verso cui gli sforzi dovrebbero indirizzarsi per raggiungere cambiamenti sociali positivi. Allo stesso tempo, un’analisi sistemica del conflitto può essere utilizzata per anticipare possibili conseguenze indesiderate e per capire perché attività come assistenza umanitaria e allo sviluppo o peacebuilding fatichino a raggiungere i risultati attesi. Tutto ciò, infine, può aiutare a individuare mancanze, potenziali sinergie e impatti cumulativi di diversi interventi fornendo, quindi, la base per un approccio più integrato alla conflict transformation.

A conti fatti, il valore particolare di un approccio sistemico all’analisi dei conflitti risiede quindi nel consentire un approccio più olistico. Evitando visioni frammentate e riduzionistiche, infatti, scienza della complessità e pensiero sistemico offrono innanzitutto lenti attraverso cui dare un senso ai sistemi sociali e concettualizzare i conflitti al loro interno in maniera diversa e più acuta. Questo fatto, a sua volta, suggerisce nuovi modi di riflettere su problemi e soluzioni, rappresentando quindi un ulteriore passo avanti nella comprensione dei conflitti violenti, aumentando la consapevolezza non solo delle loro manifestazioni visibili e caratteristiche principali, ma anche delle strutture e dinamiche sottostanti.

PER SAPERNE DI PIÙ:

Körppen, D., Ropers, N., Giessman, H. J (eds.) (2011), The Non-linearity of Peace Processes. Theory and Practice of Systemic Conflict Transformation. Alcuni capitoli disponibili su: www.berghof-foundation.org/index. php?id=396

Oliva, F. and Charbonnier, L. (2016) Conflict Analysis Handbook: A field and headquarter guide to conflict assessments. Disponibile su: www.unssc.org/conflict-analysis-handbook

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