Il Mediterraneo allargato e la Cina come “offshore balancer”

Il mondo sta cambiando. Dopo quattro anni di presidenza Trump, le tensioni fra Cina e Stati Uniti continuano ad acutizzarsi. Nonostante l’impatto della pandemia da COVID-19 e la consapevolezza della dirigenza cinese rispetto al “profondo modificarsi dell’equilibrio di potenza internazionale”,[1] appare prematuro prefigurare un prossimo sorpasso cinese sugli Stati Uniti in termini di forza economica e, soprattutto, militare. Allo stesso modo è irrealistico contemplare uno scenario di “guerra egemonica” sul modello teorizzato da Robert Gilpin, o immaginare che Washington possa, nel breve o medio periodo, dover adottare una delle tre strategie tipiche degli Stati che si trovano in una posizione di evidente debolezza nei confronti di una potenza superiore, ovvero allinearsi al nuovo egemone (bandwagoning), “nascondersi”, o capitolare.[2]

Tuttavia, è indubbio che anni di impegni militari in Medio Oriente e in Asia centrale, uniti al declino del consenso interno circa l’indispensabilità della presenza degli Stati Uniti a livello internazionale,[3] abbiano reso la posizione statunitense più precaria a livello globale, creando opportunità per altri paesi, Cina inclusa, al fine di dare forma a un sistema internazionale più confacente ai propri interessi.

Secondo John Mearsheimer, il dispiegamento di forze militari in una certa regione è essenziale per una grande potenza che voglia segnalare in maniera inequivoca l’impegno nel difendere la propria posizione e/o negare la supremazia in quello spazio a una potenza rivale.[4] Da questo punto di vista, quindi, si coglie come il Mediterraneo, soprattutto nella sua accezione più inclusiva di “Mediterraneo allargato” – che comprende anche la regione del Mar rosso e i paesi affacciati sul Golfo persico – sia una delle aree in cui l’indebolimento appena descritto della potenza statunitense si presenta più significativo. Già sotto l’amministrazione Obama era evidente un tentativo di disimpegno, specialmente in senso militare, da Nord Africa, Levante, e Golfo.[5] A questo indirizzo di politica estera è stata data continuità da Donald Trump, anche se in maniera più disordinata.

È a partire da tale contesto storico e teorico che questo contributo analizza l’approccio cinese alla regione del Mediterraneo allargato, sostenendo la tesi secondo cui la Cina ha adottato una strategia di offshore balancing con l’obiettivo di contribuire all’evoluzione dell’equilibrio regionale da unipolare a multipolare. L’articolo è diviso in quattro parti. La prima parte presenta l’approccio cinese al Mediterraneo allargato, come ispirato dai principi del neorealismo difensivo. La seconda, terza e quarta parte prendono in considerazione tre casi studio – Libia, Siria e Iran – per dimostrare la tesi qui proposta. Infine, nelle conclusioni si discuterà come questo studio contribuisca alla nostra conoscenza circa la situazione presente e, eventualmente, futura della regione del Mediterraneo allargato.

La Cina come offshore balancer nella regione del Mediterraneo allargato

Il mondo accademico cinese ha iniziato a dimostrare interesse per il concetto di Mediterraneo molto recentemente, spesso con un approccio simile a quello italiano, ovvero includendo anche il Golfo persico e i paesi affacciati o vicini al Mar rosso. Probabilmente questo è da imputare al fatto che la Cina “arrivi” nel Mediterraneo da oriente ed è quindi naturale per gli studiosi cinesi guardare a quella regione partendo dal Medio Oriente, più che dall’Europa. Infatti, gli esperti di affari mediorientali giocano un ruolo più prominente di altri nelle iniziative dedicate alla regione mediterranea promosse dalle università e dagli enti di ricerca cinesi. La centralità del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale è evidente anche guardando il Mediterraneo allargato dal punto di vista del Ministero degli esteri a Pechino. Come la mappa (Figura 1) mette in evidenza, la maggior parte dei paesi della regione cade sotto la responsabilità del Dipartimento per gli affari dell’Asia occidentale e Nord Africa (in azzurro).[6] I dipartimenti per gli affari africani (grigio) ed europei (blu) sono meno coinvolti.[7]

Figura 1. Le componenti della regione del Mediterraneo allargato secondo Pechino

cina mediterraneo

Fonte: elaborazione a cura del Progetto ChinaMed (www.chinamed.it).

 

Mentre non è da escludere che la diplomazia cinese in futuro possa iniziare a guardare al Mediterraneo allargato come a un’unica macro-regione, per ora è da rilevare la mancanza di documentazione che attesti tale visione integrata. Per ovviare a questo problema, si attinge qui dai lavori degli studiosi appartenenti alla scuola neorealista delle Relazioni Internazionali. In particolare, si fa riferimento ai concetti sviluppati da Michael C. Desch e Tang Shiping.[8]

Secondo Tang, cambiamenti nei modi di produzione della ricchezza, nelle dimensioni medie della popolazione e nella superficie dei vari paesi hanno fatto sì che l’impiego di strategie tipiche del neorealismo offensivo proposto da Mearsheimer sia oggi proibitivo.[9] In questo contesto, approcci più cauti alle relazioni internazionali, come quelli suggeriti dal neorealismo difensivo, sono diventati molto più attraenti ed efficaci. Questo vale anche per la Cina.[10] Accettando questa interpretazione dei fatti, diventa possibile esaminare il ruolo del Mediterraneo nella politica estera cinese facendo riferimento a Desch e alla sua divisione del mondo in regioni dal valore intrinseco ed estrinseco. Le prime sono regioni il cui controllo può influenzare in maniera decisiva gli equilibri internazionali perché ospitano paesi particolarmente ricchi e/o tecnologicamente avanzati, o posseggono grandi quantità di risorse naturali. Le seconde, invece, possono assumere valore se il loro controllo, o la garanzia che esse non siano controllate da altre potenze, è necessario per il paese oggetto di studio al fine di garantire la propria sicurezza nazionale (valore estrinseco difensivo) o per essere in grado di minacciare quella di altri paesi (valore estrinseco offensivo). Essenzialmente, un paese dalla politica estera d’ispirazione difensiva dovrebbe puntare a negare ad altre potenze il controllo delle regioni dal valore intrinseco e valore estrinseco difensivo, piuttosto che a prenderne il controllo diretto.

Europa e Medio Oriente sono tradizionalmente considerate dagli studiosi statunitensi come due regioni dal valore intrinseco. I tre grafici di seguito indicano chiaramente che ciò è vero anche dal punto di vista cinese. Da un lato, quasi la metà del petrolio e del gas naturale importato dalla Cina continua a essere fornita da paesi mediorientali e, in maniera minore, da paesi nordafricani, nonostante la strategia di diversificazione energetica a lungo portata avanti da Pechino. Questo è di grande importanza non solo per la sicurezza energetica cinese, ma anche per l’influenza politica ed economica regionale e globale che deriva dall’essere uno dei principali consumatori di petrolio e gas naturale al mondo. Dall’altro lato, la conquista di mercati esteri è di vitale importanza per la Cina.[11] I mercati della regione del Mediterraneo allargato sono sicuramente fra i più importanti per le merci cinesi. Seguendo la logica di Desch, è chiaro come sia nell’interesse della Cina far sì che non ci sia una grande potenza dominante nella regione che possa avere un accesso privilegiato ai mercati e alle risorse del Mediterraneo e, allo stesso tempo, possa negare ciò alla Cina attraverso interventi diretti, come il fare pressione sui paesi nella regione per limitare i contatti economici e politici con Pechino, o indiretti, attraverso interventi militari o altre politiche che possano creare instabilità. L’indebolimento della posizione statunitense in una regione, come quella del Mediterraneo allargato, e a livello mondiale procedono a pari passo.[12]

Figura 2. Il peso della regione del Mediterraneo allargato sulle importazioni energetiche cinesi

cina

Fonte: elaborazione a cura del Progetto ChinaMed su dati UNCTAD (https://www.chinamed.it/chinamed-data/mediterranean-region).

Figura 3. Il peso della regione del Mediterraneo allargato sull’export cinese

cina mediterraneo

Fonte: elaborazione a cura del Progetto ChinaMed su dati UNCTAD (https://www.chinamed.it/chinamed-data/mediterranean-region).

Figura 4. La rilevanza della regione del Mediterraneo allargato come mercato per le società di
ingegneria cinesi

Percentuale del valore dei contratti per progetti ingegneristici firmati/ assegnati a compagnie cinesi nella regione del Mediterraneo allargato rispetto al valore dei contratti per progetti ingegneristici firmati/assegnati a compagnie cinesi nel mondo. Fonte: elaborazione a cura del Progetto ChinaMed su dati dell’Istituto Nazionale di Statistica della Rpc (https://www.chinamed.it/chinameddata/mediterranean-region).

Una strategia di offshore balancing, cioè mirata a evitare che un’altra potenza diventi dominante in una regione diversa da quella “madre”, diventa quindi necessaria per la Cina nel Mediterraneo allargato. Pur essendo stata considerata anche dal padre intellettuale del neorealismo offensivo, ovvero Mearhseimer, l’offshore balancing non è una strategia egemonica.[13] Soprattutto se interpretata in chiave difensiva, e visto che potenze in ascesa spesso devono dividere le proprie energie per raggiungere più obiettivi contemporaneamente, essa è basata principalmente sull’uso della diplomazia e di strumenti economici, piuttosto che militari, cercando di agire quando i costi imposti da un’eventuale reazione negativa da parte di altri paesi sono minimi.[14] Nel caso della Cina, questo significa cercare di limitare l’influenza statunitense, per esempio assicurando la sopravvivenza di regimi non filo-occidentali ed evitando l’instaurazione di quelli che lo sono da parte di forze esterne, dove e quando ci sono altre potenze regionali o extra-regionali a cui la Cina possa unirsi così da minimizzare i costi economici e/o politici dovuti a un’eventuale reazione statunitense e/o da parte di altri attori regionali.[15] Per questo ci si aspetta che la Cina preferisca agire attraverso e/o in difesa di istituzioni multilaterali che servano gli interessi cinesi, soprattutto l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e organizzazioni regionali, come la Lega araba e, soprattutto, l’Unione africana, a cui la Cina da sempre presta grande attenzione.[16] Questo perché il mancato rispetto delle “regole del gioco”, ovvero di istituzioni e accordi internazionali, riduce le prospettive di cooperazione con quel paese isolandolo e, quindi, riducendone la capacità di perseguire altri obiettivi.[17] Essenzialmente, il costo per diminuire l’influenza statunitense e, allo stesso tempo, proteggere gli interessi della Cina è diviso con gli altri membri di queste istituzioni. Se, tuttavia, Cina e Stati Uniti condividono la stessa posizione, non si può escludere che cooperino o, quanto meno, non entrino in contrasto attivo.[18]

A seguire, si prende in considerazione l’approccio cinese agli avvenimenti in tre paesi, Libia, Siria e Iran, per dimostrare la tesi qui sostenuta. Più le differenze fra Cina e Stati Uniti sono ampie, più l’azione cinese di balancing è evidente e assertiva.

Libia

Prima del 2011, la Libia era un mercato importante per le imprese cinesi, specialmente nei settori delle costruzioni, dell’energia e delle telecomunicazioni.[19] Lo scoppio della guerra civile, l’evacuazione di 36.000 cittadini cinesi e il successivo intervento NATO sono stati eventi che hanno fortemente influenzato l’approccio di Pechino al paese nordafricano e alla regione. In particolare, la deposizione di Gheddafi da parte dei paesi europei e degli Stati Uniti è stata vista come un tentativo tragicamente fallito di rinforzare l’egemonia occidentale, ovvero statunitense, che, invece, ha sia causato danni ingenti agli interessi cinesi in Libia che seriamente destabilizzato l’intera regione.[20] Da allora, la Cina ha adottato un atteggiamento cauto, caratterizzato da un coinvolgimento limitato nel conflitto libico, cercando di mantenere un equilibrio strategico nel dialogo con le due parti e limitare l’influenza statunitense.

Dal punto di vista diplomatico, la Cina si è allineata all’ONU riconoscendo il Governo di accordo nazionale (GNA, secondo l’acronimo inglese) di Fayez al-Sarraj e, tra il 2016 e il 2020, i diplomatici cinesi si sono incontrati con rappresentanti del GNA nove volte. Nel 2018, il Ministro degli esteri Mohamed Taha Siala ha partecipato all’ottavo meeting del Forum sulla cooperazione Cina-Africa (Focac) a Pechino, dove ha incontrato il Ministro degli esteri cinese Wang Yi. Durante l’incontro, i due Ministri hanno siglato un Memorandum d’intesa con lo scopo di integrare la Libia all’interno delle nuove “Vie della Seta”.[21] Allo stesso tempo, Pechino continua a essere in contatto con il generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito nazionale libico (LNA, secondo l’acronimo inglese) con sede a Tobruk.

A differenza della Russia, che ha assunto un ruolo sempre più prominente nel conflitto libico, la Cina si è limitata a stringere accordi economici. Per esempio, nel 2016, anno in cui il GNA è stato riconosciuto, alcune imprese statali cinesi hanno siglato degli accordi con il Premier del governo di Tobruk Abdullah Al-Thani per la costruzione di nuove infrastrutture logistiche in quella città.[22] Tuttavia, Pechino ha mantenuto un atteggiamento molto prudente, aspettando che le condizioni di sicurezza migliorassero.[23] Questa cautela è anche mirata alla creazione di un ambiente politicamente favorevole agli interessi economici cinesi, indipendentemente da chi eventualmente riuscirà a vincere il conflitto in corso. In caso di vittoria di al-Sarraj, la Cina beneficerebbe dell’appoggio dato al governo riconosciuto dall’ONU. Tuttavia, dato che l’Esercito nazionale libico controlla la maggior parte dei giacimenti di petrolio nell’est della Libia,[24] Pechino potrà trarre vantaggio dagli accordi stretti tra PetroCina e la National Oil Corporation libica nel caso in cui dovesse vincere Haftar.[25]

In una recente videoconferenza all’ONU, il Ministro degli esteri cinese Wang Yi ha presentato una serie di proposte per la risoluzione del conflitto libico.[26] La Cina ha esortato i vari stakeholder ad aderire ai principi di Libyan-led e Libyan-owned, affinché il processo di pace venga guidato dai libici senza interferenze esterne. In particolare, Wang ha ribadito l’uso della diplomazia e il rispetto della Carta dell’ONU per evitare cambi di regime e interventi militari da parte di attori terzi che complicherebbero ulteriormente la situazione libica. Secondo vari esperti cinesi, vi è consenso in Cina sul fatto che il coinvolgimento nel conflitto libico di potenze straniere come Turchia ed Emirati Arabi Uniti, che appoggiano al-Sarraj e Haftar rispettivamente, sia un ostacolo verso la pace.

La Cina potrebbe sicuramente giocare un ruolo più attivo in Libia, per esempio interrompendo le comunicazioni con Haftar e/o mandando aiuti economici e militari ad al-Sarraj. Tuttavia, vista la presenza di importanti attori regionali come la Turchia e gli Emirati Arabi schierati da entrambe le parti, prendere una posizione netta nel conflitto rischierebbe di creare problemi diplomatici di cui un cauto offshore balancer come la Cina non ha bisogno. Invece, per quanto di basso profilo, le azioni compiute finora dalla Cina la posizionano in maniera tale che tutti i paesi che supportano militarmente e finanziariamente l’LNA e il GNA debbano fare i conti con essa – oggi e in prospettiva – indipendentemente da chi dovesse prevalere. Infatti, il riconoscimento del GNA come governo legittimo della Libia serve a rafforzare il ruolo dell’ONU e, quindi, amplificare e legittimare politicamente l’influenza della Cina già garantitale dal suo potenziale ruolo nella futura ricostruzione del paese nordafricano. Tutto ciò è reso più agevole dal fatto che anche gli Stati Uniti e la Lega araba riconoscono la legittimità del GNA.[27] Allo stesso tempo, il mantenersi in contatto con Haftar riduce le probabilità di essere vittima di un’eventuale rappresaglia da parte di Tobruk e dei suoi sostenitori.

Siria

La Siria non è un paese particolarmente importante per la Cina, né politicamente, né economicamente. Eppure, la Cina è intervenuta con decisione all’ONU in difesa del regime siriano all’inizio della guerra civile, fra l’autunno del 2011 e la primavera del 2012 e, in misura minore, nel 2016, per poi adottare un profilo decisamente basso negli anni successivi. Come spiegato in questa sezione, è evidente che le motivazioni delle azioni cinesi riflettono la logica del neorealismo difensivo menzionata in precedenza.

La Cina, insieme alla Russia, ha esercitato il proprio potere di veto in quanto membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU tre volte fra ottobre 2011 e luglio 2012 per bloccare risoluzioni proposte dai cosiddetti paesi P3 (Regno Unito, Stati Uniti e Francia) al fine di censurare e imporre sanzioni economiche contro il governo siriano. Cina e Russia hanno votato anche contro due proposte relative alla Siria all’Assemblea generale dell’ONU il 12 febbraio 2012 e nel Consiglio per i diritti umani dell’ONU il 1 marzo dello stesso anno. Non c’è dubbio che la Cina abbia agito in questo modo per evitare che, come in Libia, le potenze occidentali potessero strumentalizzare le risoluzioni dell’ONU come copertura per imporre un cambio di regime.[28]

In seguito, subito dopo l’inizio dell’intervento militare russo, la Cina ha compiuto altre due azioni importanti a sostegno del governo siriano, ovvero la visita in Siria del neo-nominato inviato speciale del governo cinese per il conflitto siriano, l’Ambasciatore Xie Xiaoyan, nell’aprile 2016, e la visita del direttore dell’Ufficio per la cooperazione militare della Commissione militare centrale del Partito comunista cinese (Pcc), il contrammiraglio Guan Youfei, a Damasco qualche mese dopo. In quei giorni, il contrammiraglio Guan ha incontrato sia il Ministro della difesa siriano, il tenente generale Fahd Jasim al-Furayj, con cui si è accordato per rafforzare la cooperazione militare fra i due paesi, sia l’allora direttore del Russian Reconciliation Center for Syria, il tenente generale Sergei Chvarkov.

Anche se queste azioni hanno sicuramente contribuito alla sopravvivenza del regime siriano, è importante sottolineare che il supporto cinese è stato essenzialmente diplomatico. Pechino non ha contribuito né con truppe né, per quanto si sa, fornendo materiale bellico alle forze governative siriane. Inoltre, nonostante quanto riportato da molti media occidentali e siriani, il supporto economico cinese alla Siria è stato finora limitato a quantità non significative di aiuti umanitari.[29] Fonti cinesi sono esplicite nel descrivere la Siria come un luogo particolarmente difficile in cui operare e che la situazione non cambierà significativamente alla fine del conflitto.[30] Anche dal punto di vista diplomatico la Cina si è coordinata con la Russia in sede ONU per continuare a proteggere il governo siriano ma, in ogni caso, ha mantenuto una certa distanza da Russia e Iran, che hanno investito una quantità significativa di risorse economiche e militari in supporto del governo siriano. Per esempio, rappresentanti del governo cinese hanno partecipato ad alcuni degli incontri ad Astana e Sochi, ma la Cina non è mai diventata uno dei membri ufficiali di tale iniziativa diplomatica. I media cinesi, al massimo, descrivono tale iniziativa come un “supplemento” all’ONU.[31] Come alcuni esperti cinesi hanno evidenziato più volte, il coinvolgimento delle potenze occidentali è necessario se si vuole trovare una soluzione durevole al conflitto siriano.[32] Inoltre, mentre la presenza russa in Siria è vista meglio di quella statunitense, il ritiro dei soldati di entrambe le potenze sarebbe lo scenario migliore per la Cina, che così potrebbe far valere di più la propria influenza all’interno del Consiglio di sicurezza.[33]

In conclusione, è evidente come la Cina in Siria abbia agito come un offshore balancer nelle modalità previste dal neorealismo difensivo. Le sue azioni miravano a conseguire due obiettivi connessi fra di loro. Il primo era impedire che lo status quo regionale potesse essere cambiato ulteriormente a favore dell’Occidente dopo la caduta di Gheddafi. Il secondo era fornire copertura diplomatica a Russia e Iran per consolidare ulteriormente la posizione del governo siriano ed effettivamente veder terminare l’epoca di egemonia statunitense nella regione. Allo stesso tempo, la Cina ha cercato di non creare le condizioni perché la Russia potesse sostituire gli Stati Uniti. Pechino, quindi, non ha agito per creare una propria area d’influenza ma, più modestamente, per indebolire quella di un suo avversario. Tutto ciò, come atteso, è avvenuto usando mezzi puramente diplomatici, attraverso l’ONU e agendo in coordinamento con altri paesi, così da minimizzare i costi di tali azioni. Inoltre, visto che la Cina già nel 2009 aveva iniziato a proporsi come intermediario fra Stati Uniti e Iran,[34] non è da escludere che fosse al corrente dei negoziati segreti fra quei due paesi iniziati nel luglio 2012 e, quindi, sia stata in grado di esercitare ulteriori pressioni sull’amministrazione Obama durante le fasi finali della campagna elettorale di quell’anno, in cui la questione nucleare iraniana era fra le più dibattute in politica estera. Fonti diplomatiche statunitensi e iraniane confermano che Obama ha rinunciato a dare seguito alle minacce contro il governo siriano dell’agosto 2012 perché l’Iran minacciò di chiudere le trattative in corso.[35]

Iran

La Cina ha certamente forti interessi energetici e commerciali in Iran.[36] Tuttavia, essi sono solo uno degli elementi su cui si fondano le relazioni sino-iraniane, le quali sono l’esempio più evidente del tentativo di bilanciamento anti-egemonico cinese. Questo approccio ha radici profonde nella storia diplomatica cinese. Infatti, è importante ricordare che la politica cinese nel Golfo continua a ispirarsi a quello che lo storico John Garver ha sopranominato littoral principle, enunciato nel 1973 durante la visita del Ministro degli esteri Ji Pengfei a Teheran.[37] Secondo questo principio, ciò che succede nel Golfo e la risoluzione di eventuali problemi deve essere deciso dai paesi affacciati su di esso, non da potenze esterne. All’epoca, il bersaglio della Cina era l’Unione Sovietica. Oggi, l’approccio cinese al triangolo Pechino-Teheran-Washington rimane caratterizzato dall’alternarsi di offerte di cooperazione con gli Stati Uniti e l’adozione di misure chiaramente mirate ad aiutare l’Iran a resistere alla pressione statunitense. Questo è particolarmente evidente nel caso delle trattative del Piano d’azione congiunto globale (PACG), approvato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU il 20 luglio 2015, e dopo il ritiro statunitense dallo stesso pochi anni più tardi.

Come accennato in precedenza, la Cina ha avuto un ruolo fondamentale come mediatore tra Washington e Teheran. Da una parte, ha appoggiato le quattro risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU che imponevano una serie di sanzioni sull’Iran, dall’altra ha contribuito al ridimensionamento della portata delle sanzioni.[38] La risoluzione 1929 del 2010 è un chiaro esempio di come la Cina sia riuscita a indebolire le proposte iniziali per proteggere gli interessi cinesi e ridurre i danni a carico dell’economia iraniana. Insieme alla Russia, la Cina ha bloccato ogni proposta che avrebbe interrotto gli scambi di petrolio dai porti iraniani al proprio paese, necessari per tenere in vita l’economia iraniana.[39]

Allo stesso tempo, Pechino ha fatto pressione diplomatica attraverso almeno diciassette incontri fra i rappresentanti dei due governi fra il giugno 2013 e il 20 luglio 2015, data dell’approvazione della risoluzione 2231 dell’ONU, per convincere Teheran a cooperare con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica e risolvere le crescenti preoccupazioni riguardo la possibile militarizzazione del programma nucleare.[40] Alla base di questi dialoghi vi era il Piano d’azione congiunto del novembre 2013, in cui il coinvolgimento del Consiglio di sicurezza nei negoziati condotti dai cosiddetti P5+1 (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti; più la Germania) era chiaramente incluso fra i requisiti necessari per il raggiungimento di un accordo.[41]

Se con l’approvazione della risoluzione 2231 la Cina era riuscita a “mettere in sicurezza” l’Iran, tutto è cambiato a maggio 2018, quando Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dal PACG. Tale decisione è stata aspramente criticata dai rimanenti membri del gruppo P5+1,[42] isolando gli Stati Uniti a livello diplomatico. I successivi tentativi statunitensi di esercitare “pressione massima” sull’Iran hanno ulteriormente contribuito a ciò, come nel caso del summit “Promuovere un futuro di pace e sicurezza in Medio Oriente” organizzato dall’amministrazione Trump nel febbraio 2019.[43]

Senza alcuna illusione di poter cooperare con Washington, Pechino ha agito su due livelli per continuare a limitare l’influenza statunitense. Da un lato, ha sfruttato il crescente unilateralismo statunitense per presentarsi come uno stakeholder fondamentale a livello di sicurezza internazionale, sia nella crisi siriana che durante la questione nucleare iraniana.[44] Dall’altro lato, ha continuato a cercare modi sempre più elaborati, dal baratto di merci all’uso della Banca Kunlun, controllata dal gigante petrolifero cinese CNPC, per mantenere vivi i contatti commerciali con l’Iran.[45] Recentemente, Rpc e Iran hanno iniziato a negoziare la firma di un piano per la cooperazione bilaterale della durata di 25 anni.[46] Mentre Pechino ha sicuramente approfittato della sua posizione per trarre il massimo profitto economico da un Iran fortemente dipendente dalla Cina, non ci sono dubbi sul fatto che l’Iran non avrebbe resistito alle pressioni militari senza l’appoggio cinese.

Nel caso iraniano, la Cina ha perseguito una strategia di offshore balancing per assicurare che l’Iran rimanesse capace di resistere a pressioni statunitensi. Quando la cooperazione con Washington ha fallito, Pechino non ha esitato a fornire assistenza vitale a Teheran. In linea con i principi del neorealismo difensivo, Pechino ha ribadito l’importanza del Consiglio di sicurezza nelle negoziazioni del gruppo P5+1 e della difesa del Piano d’azione congiunto globale. Con il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo multilaterale, la Cina ha potuto contare sull’appoggio dei restanti paesi firmatari del PACG per fronteggiare Washington, riducendo i costi per proteggere gli interessi della Cina.

Considerazioni conclusive

In questo articolo si sono applicati alcuni concetti chiave del neorealismo difensivo per studiare l’approccio cinese alla regione del Mediterraneo allargato. Si è prima presentata questa macro-regione, sottolineandone il valore intrinseco per Pechino, che ambisce – attraverso una strategia di offshore balancing – a ostacolare il controllo su di essa da parte di altre potenze. Ciò è stato dimostrato attraverso l’analisi di tre casi studio in cui la Cina ha agito sempre più chiaramente e assertivamente con l’obiettivo di indebolire l’influenza statunitense. Sfruttando i propri punti di forza, ovvero una forte economia e il seggio permanente nel Consiglio di sicurezza, e la fluidità dello scenario regionale, la Cina ha utilizzato diversi mezzi diplomatici per massimizzare l’efficacia della propria azione e, allo stesso tempo, minimizzare il rischio che gli Stati Uniti e altre potenze potessero reagire colpendo gli interessi cinesi. È importante sottolineare che a ciò non sono seguiti evidenti tentativi di creare una propria sfera d’influenza.

È difficile dire se e quando l’approccio cinese alla regione cambierà. È improbabile che ciò avvenga fintanto che le relazioni fra la Cina e i suoi vicini e gli Stati Uniti in Asia rimarranno tese. Per ora si può concludere che la Cina nel Mediterraneo possa essere sia una sfida che un’opportunità per gli attori regionali, Italia inclusa. La sua preferenza per l’agire attraverso piattaforme multilaterali, soprattutto l’ONU, fa sì che sia possibile trovare elementi d’interesse comune, soprattutto quando si tratta di questioni relative alla stabilità regionale. In generale, anche se la presenza di governi meno dipendenti da/vicini agli Stati Uniti è sicuramente benvenuta, la Cina tende a favorire lo status quo fintanto che i suoi interessi politici ed economici non sono gravemente danneggiati. Quando ciò avviene, è chiaro che essa è in grado di opporre una resistenza significativa, anche se indirettamente.


Note bibliografiche

[1] Il riferimento al mutato equilibrio di potenza (guójì lìliàng duìbǐ shēnkè tiáozhěng, 国际力量对比深刻调整) rappresenta uno dei passaggi più significativi del Comunicato diramato al termine della 5ª sessione plenaria del 19° Comitato centrale del Partito comunista cinese, Pechino, 29 ottobre 2020, disponibile all’Url http://www.xinhuanet.com/politics/2020-10/29/c_1126674147.htm.

[2] Si vedano: Michael Beckley, “The power of nations: measuring what matters”, International Security 43 (2018) 2: 7-44; Andrea Gilli e Mauro Gilli, “Why China has not caught up yet: military-technological superiority and the limits of imitation, reverse engineering, and cyber espionage”, International Security  43 (2018/9) 3: 141-89; Robert Gilpin, War and change in world politics (Cambridge: Cambridge University Press, 1981). Per una descrizione di queste tre strategie si veda Randall L. Schweller, “Managing the Rise of Great Powers: History and Theory”, in Engaging China: The Management of an Emerging Power, a cura di Alastair Iain Johnston e Robert S. Ross (New York: Routledge, 1999): 1-32.

[3] Paul Musgrave, “International hegemony meets domestic politics: why liberals can be pessimists”, Security Studies 28 (2019) 3: 451-78.

[4] John J. Mearsheimer, “Nuclear weapons and deterrence in Europe,” International Security 9 (inverno 1984/5) 3: 19-46.

[5] Nel caso nordafricano, un esempio evidente è stato il rifiuto di intervenire direttamente nel 2011 in Libia contro il regime di Muammar Gheddafi. Per quanto riguarda il Levante, Obama nel 2012 minacciò di intervenire contro il governo siriano di Bashar al-Assad se questo avesse usato armi chimiche, ma in definitiva evitò di agire. Nel Golfo sia il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq nel 2011 che la firma del Piano d’azione congiunto globale con l’Iran nel 2015 sono esempi del tentativo di disimpegno militare sotto l’amministrazione Obama.

[6] Sebbene studiosi e diplomatici cinesi usino spesso il termine “Medio Oriente”, la stessa regione viene ufficialmente denominata “Asia occidentale”.

[7] La riflessione sottesa alla selezione dei paesi è articolata all’Url https://www.chinamed.it/about.

[8] Michael C. Desch, When the third world matters: Latin America and United States grand strategy (Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1993); Michael C. Desch, “Why realists disagree about the third world (and why they shouldn’t)”, Security Studies 5 (1996) 3: 358-81. Tang non può essere considerato un appartenente alla scuola neorealista, ma il suo lavoro sull’evoluzione del sistema delle relazioni internazionali chiarisce in maniera significativa la relazione fra neorealismo offensivo e neorealismo difensivo. Tang Shiping, The social evolution of international politics (Oxford: Oxford University Press, 2013).

[9] Essenzialmente, Tang argomenta che la digitalizzazione e la globalizzazione economica hanno fatto sì che la conquista di territori non porti più gli stessi benefici economici del passato. Allo stesso tempo, la crescita delle dimensioni medie dei paesi esistenti nel corso della storia umana fa sì che conquistare e controllare un altro paese per un lungo periodo sia diventato proibitivo in termini di costi.

[10] Tang Shiping, “From Offensive to Defensive Realism: A Social Evolutionary Interpretation of China’s Security Strategy”, in China’s Ascent: Power, Security, and the Future of International Politics, a cura di Robert S. Ross e Zhu Feng (Ithaca e Londra: Cornell University Press, 2008): 141-62.

[11] Sul ruolo dei mercati esteri in un contesto di interdipendenza economica fra due potenze rivali si veda Markus Brunnermeier, Rush Doshi e Harold James, “Beijing’s bismarckian ghosts: how great powers compete economically”, The Washington Quarterly 41 (2018) 3: 161-76. Sulle motivazioni e sui metodi dell’espansione economica cinese all’estero e su come questa differisca da quella occidentale si vedano Ching Kwan Lee, The specter of global China: politics, labor, and investment in Africa (Chicago: University of Chicago Press, 2018); Min Ye, The Belt Road and beyond: State-mobilized globalization in China: 1998–2018 (Cambridge: Cambridge University Press, 2020).

[12] Joshua R. Itzkowitz Shifrinson, “Partnership or predation? How rising States contend with declining great powers”, International Security 45 (estate 2020) 1: 90-126.

[13] John J. Mearsheimer, The tragedy of great power politics (New York e Londra: W.W. Norton & Company, 2001): 141-3; Christopher Layne, “From preponderance to offshore balancing: America’s future grand strategy”, International Security 22 (estate 1997) 1: 86-124.

[14] Stephen M. Walt, “Alliance formation and the balance of world power”, International Security 9 (primavera 1995) 4: 3-43; Jeffrey W. Taliaferro, “Security seeking under anarchy: defensive realism revisited”, International Security 25 (inverno 2000/1) 3: 128-61; Joshua R. Itzkowitz Shifrinson, “Partnership or predation? How rising States contend with declining great powers”, International Security 45 (estate 2020) 1: 90-126.

[15] A volte ciò è più vicino a quello che Ciorciari definisce “balance of influence” che al classico equilibrio di potenza inteso come la distribuzione delle capacità militari a livello regionale/globale: John David Ciorciari, “The balance of great-power influence in contemporary Southeast Asia”, International Relations of the Asia-Pacific 9 (2009) 1: 157-96.

[16] Rosemary Foot, “‘Doing some things’ in the Xi Jinping Era: the United Nations as China’s venue of choice”, International Affairs 90 (2014) 5:1085–1100; Alastair Iain Johnston, “China in a world of orders: rethinking compliance and challenge in Beijing’s international relations”, International Security 44 (autunno 2019) 2: 9-60; Courtney J. Fung, China and intervention at the UN Security Council: reconciling status (New York: Oxford University Press, 2019); Joel Wuthnow, Chinese diplomacy and the UN Security Council: beyond the veto (Londra e New York: Routledge, 2013).

[17] Robert O. Keohane e Joseph S. Nye, Power and Interdependence (New York: Longman, 2012, quarta edizione).

[18] Robert Jervis, “Cooperation under the security dilemma”, World Politics 30 (1978) 2: 167-214.

[19] Prima dell’evacuazione, 75 società cinesi operavano in Libia, per un totale di 50 progetti del valore di 18 miliardi di dollari USA. Per una lista dettagliata delle imprese operanti in Libia si veda Sun Degang e Zhang Dandan, “Zhōngguó lǐng shì bǎo hù de zhěng tǐ sī xiǎng yǔ jī zhì jiàn shè: yǐ Lìbǐyà chè qiáo xíng dòng wéi zhōng xīn” [L’idea e l’istituzione del meccanismo di protezione consolare cinese: focus sull’operazione di evacuazione libica], International Forum 3 (maggio 2020): 100-118.

[20] Per esempio: Yang Zhongjie, “Lìbǐyǎ zhànjú shēngbiàn hépíng jiàn yuǎn” [Pace più lontana che mai per la Libia data l’instabilità della situazione], PLA Daily, 22 aprile 2020, disponibile all’Url http://www.81.cn/gfbmap/content/2020-04/22/content_259630.htm.

[21] “Libya welcomes return of Chinese companies, PM says ahead of FOCAC Beijing summit,” China Daily, 1 settembre 2018, disponibile all’Url https://www.chinadaily.com.cn/a/201809/01/WS5b8a2b1aa310add14f389061.html.

[22] “Massive LD 50-billion development of Tobruk unveiled; railway to Sudan to be built”, Libya Herald, 26 ottobre 2016, disponibile all’Url https://www.libyaherald.com/2016/10/26/massive-ld-50-billion-development-of-tobruk-unveiled-railway-to-sudan-to-be-built.

[23] Nell’estate del 2018, l’ambasciatore cinese in Libia Wang Qimin ha incontrato diverse volte sia il GNA, sia Haftar e ad agosto ha visitato diversi siti in cui le società cinesi avrebbero dovuto costruire unità residenziali prima dello scoppio della guerra, verificando le condizioni per eventualmente riavviare la costruzione. Al-Serraj ha auspicato il ritorno delle imprese cinesi, ma Pechino continua a mantenere un approccio cauto, affermando che bisogna aspettare il momento giusto data la situazione di instabilità nel paese. Si veda, per esempio, “línshí dàibàn bàihuì Lì guómínjūn zǒng sīlìng Hāfūtǎěr” [L’ambasciatore cinese in Libia, Wang Qimin, incontra il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar], PRC Embassy in Libya, 15 agosto 2018, disponibile all’Url http://ly.chineseembassy.org/chn/zlwl/t1585477.htm; Wáng Qímǐn lín shí dài bàn huì jiàn lì tuán jié zhèng fǔ zǒng lǐ Sàlā[L’ambasciatore cinese in Libia Wang Qimin si incontra con il Primo Ministro del Governo di accordo nazionale Fayez al-Sarraj], PRC Embassy in Libya, 18 agosto 2018, disponibile all’Url http://ly.chineseembassy.org/chn/zlwl/t1586333.htm; “Wáng Qímǐn línshí dàibàn shídì kǎochá wǒ zài Lìbǐyǎ yuán tíng jiàn de gōngchéng xiàngmù” [L’ambasciatore cinese in Libia Wang Qimin visita i luoghi in cui le compagnie cinesi stavano operando], PRC Embassy in Libya, 1 agosto 2018, disponibile all’Url http://ly.chineseembassy.org/chn/zlwl/t1581948.htm; “Zhuānfǎng: Lìbǐyǎ xīwàng jiāqiáng yǔ Zhōngguó duō lǐngyù hézuò. Fǎng Zhōngguó zhù Lìbǐyǎ dàshǐ guǎn línshí dàibàn wángqímǐn” [Intervista speciale: la Libia spera di rafforzare la cooperazione con la Cina in diversi settori – Intervista all’ambasciatore cinese in Libia Wang Qimin], Xinhua, 29 agosto 2018, disponibile all’Url http://www.xinhuanet.com/finance/2018-08/29/c_1123347420.htm.

[24] Per una mappa dettagliata, consultare https://www.petroleum-economist.com/articles/politics-economics/middle-east/2018/map-libyas-conflict.

[25] Salma El Wardany, Laura Hurst, “PetroChina is said to agree to 2018 deal to lift Libya oil”, Bloomberg, 1 marzo 2018, disponibile all’Url https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-03-01/libya-crude-output-is-said-to-be-stable-despite-key-field-s-halt.

[26] Ministero degli Esteri della Repubblica popolare cinese, “Wang Yi attends a high-level public video conference of the United Nations (UN) Security Council on the Libyan issue”, 8 luglio 2020, disponibile all’Url https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/zxxx_662805/t1796699.shtml.

[27] U.S. Embassy in Libya, “US Ambassador reaffirms partnership with GNA, urges all parties to support peace”, 26 maggio 2020, disponibile all’Url https://ly.usembassy.gov/us-ambassador-reaffirms-partnership-with-gna-urges-all-parties-to-support-peace/; “Top Arab League Official recognizes GNA as sole legitimate Libyan authority”, North Africa Post, 12 giugno 2020, disponibile all’Url https://northafricapost.com/41643-top-arab-league-official-recognizes-gna-as-sole-legitimate-libyan-authority.html.

[28] Il lettore può trovare un’analisi dettagliata dell’approccio cinese ai tre veti all’ONU in Courtney J. Fung, China and intervention at the UN Security Council: reconciling status (New York: Oxford University Press, 2019), 108-31.

[29] Andrea Ghiselli e Mohammed al-Sudairi, “Syria’s «China Dream»: between the narratives and realities,” KFCRIS Commentaries, 15 settembre 2019, disponibile all’Url http://www.kfcris.com/pdf/5d3b55b0e7feb358b59ee9976da485dc5d808e942f04b.pdf.

[30]  Chong Zhao, “Xùlìyà zhàn hòu zhòngjiàn jí shìcháng tànxī” [Analisi del mercato della ricostruzione siriana], International Project Contracting & Labour Service 11 (2018), 46-9.

[31]  Qingyun Wang e Yitao Sheng, “Xù zhèngfǔ yǔ fǎnduì pài jiàng zài ā sī tǎ nà duìhuà Zhōngguó wàijiāo bù: Wàng qǔdé túpò”

 [Il governo siriano incontra l’opposizione ad Astana, il Ministero degli Esteri cinese: Speriamo si possano fare dei progressi importanti], China Daily, 20 gennaio 2017, disponibile all’Url http://cn.chinadaily.com.cn/2017-01/20/content_28013987.htm.

[32]  Jiabao Li, “Měiguó zài Xùlìyǎ bèi biānyuán huàle?” [Gli Stati Uniti sono stati marginalizzati in Siria?], People’s Daily, 19 febbraio 2019, disponibile all’Url http://world.people.com.cn/n1/2019/0219/c1002-30805257.html.

[33] Yao Quan, “Měi É zài Xùlìyà wēijī zhōngdí nuòfū bóyì lùnxī. Jiānlùn Zhōngguó de zhànlüè xuǎnzé fāngàn [Analisi delle relazioni fra Russia e Stati Uniti in Siria e le opzioni strategiche della Cina], Forum of World Economics & Politics 5 (2018), 57-76.

[34] “PRC/Iran: China seeks clarity on U.S. Iran policy, offers help in talking to Iran”, Wikileaks, 4 marzo 2009, disponibile all’Url https://wikileaks.org/plusd/cables/09BEIJING972_a.html; “PRC/Iran: Beijing urges Tehran to respond positively to P5-plus-1 overtures”, Wikileaks, 13 aprile 2009, disponibile all’Url https://wikileaks.org/plusd/cables/09BEIJING972_a.html.

[35] Pamela Engel, “Obama reportedly declined to enforce red line in Syria after Iran threatened to back out of nuclear deal,” Business Insider, 23 agosto 2016, disponibile all’Url https://www.businessinsider.com/obama-red-line-syria-iran-2016-8.

[36] Il lettore può consultare i dati raccolti dal progetto di ricerca ChinaMed, disponibili all’Url https://www.chinamed.it/chinamed-data/middle-east/iran.

[37] John W. Garver, China’s quest: the history of the foreign relations of the People’s Republic of China (New York: Oxford University Press, 2016): 338.

[38] In ordine cronologico: risoluzione 1737 (dicembre 2006), 1747 (marzo 2007), 1803 (marzo 2008) e infine 1929 (giugno 2010).

[39] David E. Sanger e Mark Landler, “Major powers have deal on sanctions for Iran,” The New York Times, 18 maggio 2010, disponibile all’Url https://www.nytimes.com/2010/05/19/world/19sanctions.html.

[40] John W. Garver “China and the Iran Nuclear Negotiations: Beijing’s Mediation Effort” in The Red Star and the Crescent: China and the Middle East, a cura di James Reardon-Anderson (Oxford: Oxford University Press, 2018): 140.

[41] I principi sono: (1) attenersi al processo di dialogo tra i paesi del gruppo P5+1 e l’Iran; (2) cercare una soluzione a lungo termine che sia completa, equa e idonea; (3) perseguire un approccio graduale e reciproco; (4) creare un’atmosfera favorevole per il dialogo e la cooperazione e infine (5) perseguire un approccio olistico e affrontare sia i sintomi che la causa principale del problema. “China’s five principles for a comprehensive solution of the Iranian nuclear issue”, Ministero degli esteri della Repubblica popolare cinese, 19 febbraio 2014, disponibile all’Url https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/wjb_663304/zzjg_663340/xybfs_663590/gjlb_663594/2818_663626/2820_663630/t1129941.shtml

[42] “JCPOA signatories reaffirm commitment to Iran nuclear deal: Chinese delegate”, Xinhua, 29 luglio 2019, disponibile all’Url http://www.xinhuanet.com/english/2019-07/29/c_138265285.htm.

[43] In quell’occasione, Germania, Francia, Cina e Russia non hanno inviato alcun rappresentante al summit organizzato per formare un fronte anti-Iran, col risultato di ritorcersi contro gli Stati Uniti isolandoli ulteriormente sulla scena diplomatica. Jin Liangxiang, “Pínggū Yīlǎng duìyú Měiguó jíxiàn shī yā de fǎn zhì jīnliáng xiáng” [La resistenza iraniana alla “pressione massima”], Contemporary International Relations 11 (novembre 2019), 21-27.

[44] A luglio 2018, durante la cerimonia di apertura del settimo World Peace Forum all’università Tsinghua, il direttore dell’Ufficio della Commissione centrale per gli affari esteri del Partito comunista cinese, Yang Jiechi, ha sottolineato l’importanza di un accordo politico e diplomatico sulla questione nucleare, sostenendo il ritorno al Piano d’azione congiunto globale. “Working together to build a world of lasting peace and universal security and a community with a shared future for mankind”, Ministero degli esteri, 14 luglio 2018, disponibile all’Url https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/zxxx_662805/t1577242.shtml.

[45] Daniel S. Markey, China’s Western horizon: Beijing and the new geopolitics of Eurasia (New York: Oxford University Press, 2020): 119-56.

[46] Farnaz Fassihi e Steven Lee Myers, “Defying U.S., China and Iran near trade and military partnership,” The New York Times, 22 luglio 2020, disponibile all’Url https://www.nytimes.com/2020/07/11/world/asia/china-iran-trade-military-deal.html.


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