L’ultimo rifugiato: le popolazioni indigene e lo spettro dell’espropriazione terriera in Cambogia

La Cambogia è costituita da 24 differenti gruppi etnici che parlano lingue appartenenti ai ceppi Mon-Khmer e austronesiano. Le popolazioni numericamente più importanti sono i Tampuan, i Kuy, i Bunong, gli Jarai, i Brao e i Kreung. In assenza di dati statistici aggiornati, varie fonti stimano che questi gruppi costituiscono il 2-3% dell’intera popolazione cambogiana, ossia tra le 350 e le 400 mila persone.[1] Alcuni di essi si rifiutano di indicare la provenienza etnica a causa della discriminazione sociale, dei matrimoni misti, dell’urbanizzazione e dei diversi processi di acculturazione. I territori delle popolazioni indigene sono disseminati in 15 province (sulle 24 che compongono il sistema amministrativo cambogiano) ma una buona parte è dislocata nelle tre province settentrionali e nord-orientali (Preah Vihear, Ratanakiri e Mondolkiri). Sebbene il sistema di censimento nazionale tenda a non emarginarli, secondo le associazioni per i diritti umani le popolazioni indigene sono oggetto di discriminazioni e di migrazioni forzate dalle loro terre che rischiano di mettere a repentaglio la loro esistenza come gruppi etnici distinti.[2] Studi recenti confermano che dietro questa tendenza ci sono lo stato e le grandi multinazionali dell’industria dell’estrazione e della conversione (legname, minerali, idroelettrico, agroalimentare), da considerare unitamente all’aumento delle migrazioni interne.[3] Le autorità nazionali negano abitualmente queste asserzioni, apponendo la scusa che questi processi rientrerebbero all’interno di una strategia di “sviluppo economico nazionale per tutti i cittadini cambogiani”.

In Cambogia, le popolazioni indigene non sono mai state isolate dall’ambiente circostante. Il commercio, la schiavitù, la lealtà e le alleanze matrimoniali esistevano già prima della colonizzazione francese. I contatti ricorrenti con il mondo esterno si intensificarono a partire dal primo tentativo postcoloniale di assimilazione dei Khmer lanciato durante il regno di Norodom Sihanouk (tra gli anni Cinquanta e Sessanta). Il disordine geopolitico generato dalla Guerra del Viet Nam e l’estensione del conflitto stesso alla Cambogia ebbero effetti dirompenti sulla configurazione sociale, ecologica e territoriale delle popolazioni indigene, a causa dei bombardamenti statunitensi iniziati alla metà degli anni Sessanta e che si intensificarono agli inizi degli anni Settanta, durante l’era di Lon Nol. A questa fase fece seguito la guerra civile e il genocidio perpetrato dal regime di Pol Pot (1975-1978). Nel 1979, le truppe vietnamite liberarono il Paese dai Khmer Rossi e occuparono il territorio – ormai devastato – fino alla metà del 1989. Il nuovo governo cambogiano adottò una politica neoliberista volta ad assegnare i diritti fondiari (Economic Land Concession, ELC) agli investitori nazionali e internazionali. In assenza di ogni meccanismo di garanzia e protezione, molte delle aree fertili e folte di vegetazione, tradizionalmente occupate dai gruppi autoctoni, cominciarono a entrare nel mirino delle aziende agroalimentari, dei consorzi multinazionali e dei politici per lo sfruttamento di monocolture come gomma, manioca, anacardo (la cui coltivazione è concentrata nel nord-est), canna da zucchero e granoturco (nel nord del Paese).

Allo stesso tempo, la concentrazione fondiaria in ogni parte della Cambogia ha avuto come inevitabile conseguenza la perdita delle terre da parte dei vecchi possidenti. Le famiglie espropriate (i Khmer e i Cham della valle centrale del fiume Mekong, i Lao, i sino-cambogiani e i vietnamiti nelle province settentrionali) hanno preferito emigrare verso quelli che sono denominati, in maniera ambigua, gli “ultimi confini”, ossia quei vasti territori ricchi di vegetazione dei quali si diceva fossero abitati in passato dalle popolazioni indigene. Attualmente, quasi tutte le province, prima abitate solo da comunità indigene, sono dal punto di vista demografico dominate da nuovi coloni provenienti dalle province sovrappopolate centrali e sud-orientali.

 

Incontri improbabili

Dopo la caduta dei Khmer Rossi nel 1979, le popolazioni indigene che erano state allontanate dalle terre di origine hanno fatto ritorno nei loro villaggi ancestrali. Tra queste, gli individui legati al partito ultra-maoista, in particolar modo i giovani soldati, si sono uniti ai ribelli nei campi adibiti ai rifugiati e nelle province nord-occidentali. Così, i villaggi sono stati ricostruiti altrove, sono stati ricavati all’interno delle foreste appezzamenti di terreno per la coltivazione del riso e messi a punto nuovi culti per gli spiriti che avrebbero dovuto garantire una riconciliazione e promuovere lealtà dal punto di vista sia sociale sia religioso. Durante questo periodo, seppur ancora tribolato, solo pochi Khmer avevano accettato di insediarsi sugli altipiani. Le relazioni interetniche apparivano formali ed elusive, se non addirittura distanti. La situazione è cambiata agli inizi degli anni Novanta, allorché la terra divenne oggetto di speculazione. All’alba degli anni Duemila, la relativa stabilità politica ha incentivato la mobilità spaziale per motivi agricoli. Lo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione e di trasporto ha facilitato gli spostamenti umani in maniera costante. Questa volta, i migranti non si mostrarono più riluttanti a trasferirsi negli altipiani e furono, anzi, ben accolti dai governi provinciali. Tuttavia, i Khmer e gli abitanti del posto abitavano in aree distinte. I primi stabilirono le proprie abitazioni in prossimità delle strade, e preferibilmente nelle città, mentre i secondi preferirono rimanere ai margini della foresta. La terra era accessibile e a buon mercato, ma gli abitanti originari rievocano oggi i soprusi subiti da parte dei nuovi arrivati. Questi esigevano che gli autoctoni, in assenza di titoli fondiari formali, mettessero in vendite le terre di loro proprietà. In alternativa, avrebbero corso il rischio di confisca da parte delle autorità locali, senza ricevere alcun tipo di compenso.

Non tutti i forestieri hanno assunto un comportamento scorretto. La solidarietà interetnica caratterizzava alcuni villaggi e si assisteva ai matrimoni misti. A Ratanakiri, Tampuan e Jarai erano richieste le competenze tecniche dei Khmer per fornire un aiuto nelle piantagioni di gomma naturale e di granoturco destinato al commercio. Le famiglie del luogo invitavano i nuovi arrivati alle loro festività e gli concedevano temporaneamente un appezzamento di terreno per la sussistenza.

Con il progressivo abbandono della tecnica del debbio (usata nella coltivazione a rotazione) in favore dell’agricoltura di piantagione, gran parte dei proprietari terrieri indigeni non riuscivano a occuparsi del raccolto. Perciò furono costretti ad affidarsi all’aiuto dei Khmer delle pianure, assunti da appaltatori cambogiani per svolgere in sei mesi le mansioni agricole richieste. Questi lavoratori stagionali sono spesso ricettivi allo stile di vita degli indigeni e, con maggiore frequenza rispetto al passato, decidono di crearsi una nuova vita con, o vicino alle, popolazioni che li hanno ospitati. Il cosiddetto “shock culturale” è sostituito dalla curiosità di imparare dagli usi e costumi dei locali.

Tale fragile equilibrio non ha valenza universale. Ci sono comunità aborigene che non possono assorbire, o molto semplicemente non accettano, un flusso crescente di migranti. Alcuni di essi, chiamati “colonizzatori”, non indugiano a adottare una strategia volta a rafforzare le alleanze con funzionari di distretto o influenti capi della polizia per ottenere l’accesso a, o il controllo di, terre private o comuni. Da altre parti del Paese, forestieri senza scrupoli mettono in atto transazioni sottobanco sia con i leader indigeni più permissivi e docili, sia con membri di famiglie a cui è richiesto di “sostenere” la loro causa (acquisendo la terra e le risorse naturali). Queste intricate dinamiche generano conflitti all’interno del villaggio e della famiglia. Un’altra grande fonte di conflitto è data dall’attrazione degli indigeni di sesso maschile verso i nuovi “piaceri della città” (karaoke, bar, droghe), che li inducono a non farsi carico delle responsabilità nei confronti del lavoro agricolo e della famiglia. In alcuni villaggi, i giovani sposi propendono per “guadagni facili” (vendita delle proprietà terriere, taglio e trasporto del legname, traffici illegali), senza però che la famiglia riceva alcun ritorno finanziario e sociale.

Nondimeno, la convivenza non è la caratteristica dominante. Prove di discussioni animate non sono inconsuete ma riflettono un modo particolare di interazione tra i cambogiani impoveriti senza terra e le umili popolazioni indigene che, piuttosto che porre l’accento sulle differenze, sono prodighe nel sottolineare i punti in comune: ad esempio, l’aver subito una discriminazione socioeconomica o la condivisione di un impiego lavorativo comune (in campo agricolo), delle origini (foresta o aree rurali) e dello stile di vita (raccolta dei Non-timber Forest Product[4], dimora in un luogo incantato popolato da spiriti).

A un’occhiata più ravvicinata, la profonda distribuzione geografica tra popolazioni indigene e non indigene consolida l’idea che l’ordinaria coesistenza pacifica fa affidamento più sulle rispettive volontà di insediarsi in una particolare nicchia ecologica[5] (per esempio, i Lao tendono a stanziarsi lungo i fiumi, i Khmer attorno luoghi accessibili ai pianori e ai bacini fluviali, i popoli indigeni vicino alle foreste) che sulla propensione a convivere spontaneamente gli uni con agli altri. In aggiunta, le continue interconnessioni non possono essere comprese senza tener conto degli assembramenti nazionali e internazionali. Ogni piccolo villaggio tribale rientra all’interno di uno scenario globale.

 

Sviluppo nazionale a un bivio

Si ritiene che i principali avversari delle rivendicazioni agrarie e territoriali in Cambogia, e per estensione in tutto il mondo, siano diventati protagonisti di un modello economico neoliberale che ha impoverito e privato delle terre i più importanti settori delle società rurali, impedito lo sviluppo della produzione locale (agricoltura commerciale e di sussistenza) e favorito l’espansione del capitalismo estromettendo dal processo di accumulazione e produzione le popolazioni locali.

Dopo l’occupazione vietnamita, la Cambogia ha fatto propria l’ideologia del libero mercato coltivata dai Paesi europei e dal Pentagono. Negli anni Novanta, la Cambogia si trovava in una situazione di dipendenza economica, ma gli aiuti bilaterali e multilaterali erano costantemente depredati dall’élite sociopolitica del Paese. L’ineguale redistribuzione della ricchezza tra la popolazione e l’inefficienza dei servizi pubblici consolidarono le diseguaglianze economiche e sociali. Le politiche governative sulla questione agraria hanno avuto un impatto negativo sulle classi sociali più svantaggiate e sulle popolazioni indigene, impatto che è già stato analizzato dagli studiosi in maniera critica e accurata.[6] Inoltre, la legge sulla proprietà fondiaria del 2001, e successive modifiche del 2005, ha messo a disposizione gli strumenti legali volti a rilasciare le ELC alle compagnie nazionali e internazionali, malgrado l’articolo 29 della normativa medesima stabilisca che “nessuna autorità esterna alla comunità può acquisire i diritti di proprietà immobiliare appartenenti alle comunità indigene”. Queste popolazioni si attendevano che la legge regolante il settore forestale avrebbe posto significativamente rimedio alla protezione delle loro terre, in realtà è accaduto l’esatto contrario (come successo con il disboscamento intensivo operato dai funzionari e dalle élite sia Khmer sia indigene). Nel 2004, Viet Nam, Laos e Cambogia hanno ratificato un piano generale, il cui epicentro è la provincia di Ratanakiri. In passato un’area remota abitata quasi esclusivamente da popolazioni di etnia non-Khmer, questa provincia è diventata meta non solo per i migranti senza terra bensì anche per opportunisti ben connessi con la politica, proprietari terrieri che non risiedono nei propri possedimenti e aziende straniere. Ciò è dovuto alla sua posizione strategica situata nelle aree di confine con fertili terreni basaltici.

Le leggi nazionali salvaguardano le foreste e applicano un tetto massimo alle concessioni (10 mila ettari), mentre sull’utilizzo della terra è necessario interpellare le comunità locali, anche se questo accade raramente. Nella provincia di Ratanakiri le numerose concessioni – almeno 24 nel 2016 – si sovrappongono alle fattorie dei villaggi e alle abituali foreste e hanno portato a un rapido aumento dei senza terra nelle zone rurali e alla disgregazione sociale. Molte aree agricole tradizionali sono state erroneamente bollate come desolate, sottosviluppate e poco sfruttate. Non avendo ufficialmente titoli di proprietà, gli abitanti dei villaggi indigeni sono considerati “occupanti illegali”. Di conseguenza, le autorità possono espellerli senza elargire un’adeguata compensazione e confiscare porzioni dei loro terreni agricoli ereditati. Si tratta di violazioni della legge: le ELC sono rilasciate solo sulle cosiddette Private State Land (PSL), proprietà che appartengono allo Stato ma che non hanno valore di interesse pubblico. Nelle PSL i contadini non possono avanzare alcun diritto legale sulla base della normativa del 2001, secondo la quale il possesso deve essere stato dichiarato preventivamente. In sostanza, dopo il 2001 qualsiasi appezzamento coltivabile ad uso familiare è considerato “illegale” anche se si tratta solo di terreno a maggese che aspetta di essere convertito per la coltura a rotazione. Le popolazioni indigene trovano, in linea teorica, protezione da specifiche disposizioni della legge del 2001 e detengono diritti consuetudinarie sulle terre di loro proprietà. Ma la realtà è diversa. Infatti, anche l’autodeterminazione dei popoli indigeni, prevista dalla “Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli autoctoni” del 2014, firmata anche dalla Cambogia, rimane allo stato attuale un diritto sancito solo sulla carta, senza effetti concreti.

L’occupazione delle terre comporta per i popoli indigeni non solo la privazione della proprietà ma, ancora di più, l’alterazione dell’ordine socioterritoriale – composto da regole stabilite e dal tessuto sociale, entrambi storicamente costruiti – sul quale gli abitanti delle aree rurali fanno affidamento per regolare l’accesso alla terra. L’agricoltura rimane la principale occupazione sugli altipiani e il contadino indigeno, senza terra, è di fatto privato della sua dignità, divenendo un autentico “morto che cammina”. Questa nozione, che affonda le radici nella cultura e nella visione cosmica indigene, continua a essere trascurata e fraintesa sia dalle autorità pubbliche sia da alcune organizzazioni non governative (ONG) nazionali e internazionali, le quali non hanno abbandonato alcune logiche di eredità coloniale. Ad esempio, impongono agli abitanti dei villaggi, “ignoranti e maleducati”, cosa fare, anziché lasciar loro decidere i propri obiettivi e modellare il proprio destino.[7]

La legge fondiaria del 2001 consente agli indigeni di fare richiesta dei titoli fondiari comuni (Communal Land TitleCLT). In molti villaggi – ma non in tutti, dato che alcune famiglie preferiscono ottenere titoli individuali – si è fatto ricorso a questi strumenti perché sono visti come il modo per assicurare un appezzamento alla comunità e alle future generazioni. Tuttavia, si tratta di un processo altamente burocratizzato e dispendioso sia in termini di tempo sia di denaro, che richiede l’intervento delle ONG per “addestrare” i richiedenti, delimitare i confini dei terreni agricoli e formalizzare i legami con esponenti di spicco del governo. Dall’inizio di quest’anno, soltanto 16 comunità indigene – sulle 500 ritenute idonee a livello nazionale – hanno ottenuto un CLT. Nel frattempo, continuano con maggiore frequenza rispetto al passato le occupazioni coatte dei territori da parte dei soliti noti immobiliaristi, delle forze armate e degli imprenditori privati. Le comunità colpite sono sostenute solo limitatamente da deboli movimenti popolari e transnazionali. Viceversa, il governo propone di ricorrere allo stato di diritto per trasferire le popolazioni più vulnerabili e abbattere in totale impunità ciò che rimane delle foreste della Cambogia.

Una grave conseguenza è che gli indigeni hanno tuttora difficoltà a controllare le risorse naturali e a salvaguardare un sistema di sostituzione della terra a fini agricoli, così come avveniva in passato. Nella realtà accade che, essendo costrette a vivere in luoghi estremamente piccoli, le popolazioni aborigene non hanno altra scelta che utilizzare al massimo gli alberi per la coltivazione, case e preziosi Non-timber Product provenienti da riserve forestali molto lontane. Il fragile equilibrio tra natura e società ne esce così sconvolto, non per scelta o avidità ma a causa di pressioni esterne.

Esperti di economie emergenti e politici nazionali continuano a ritenere che le popolazioni indigene debbano adattarsi ai recenti cambiamenti del sistema economico contemporaneo. La Cambogia deve diventare più competitiva e riuscire ad attrarre investimenti esteri necessari a finanziare il proprio sviluppo. I mega progetti infrastrutturali costituiscono attualmente lo scheletro della modernità. In questo contesto, l’agricoltura di sussistenza e, peggio ancora, la pratica del debbio (altrimenti conosciuta come “slash-and-burn”) sono mere testimonianze di un passato che può essere ormai confinato ad ambiti ristretti (come l’ecoturismo, spacciato sotto le mentite spoglie dell’eredità culturale), ma che non può contribuire fattivamente allo sviluppo economico del regno. La concentrazione fondiaria riduce la proprietà a un gruppo ristretto di persone ma, per le autorità nazionali, ciò concorrerà a mantenere in vita la forza lavoro. I contadini indigeni diverranno così lavoratori avventizi con un livello “adeguato” di conoscenze. Peraltro, è da sempre pratica comune nei villaggi prestare ad altri i propri servizi in un contesto di mutuo vantaggio. Un lavoratore aiuta l’altro, e viceversa. La reciprocità è condizione considerata accettabile. Tuttavia, l’idea di essere impiegati a tempo indeterminato o anche stagionalmente è meno concepibile perfino per i proprietari indigeni di piccole piantagioni, che richiedono una forza lavoro inesperta. Si aggiunga anche il fatto che c’è poco interesse verso le paghe derivanti da tale impiego: infatti, una mansione con orario ridotto appare incongrua e impensabile per gran parte dei lavoratori, ad eccezione delle famiglie indigene senza terra che non hanno soluzioni alternative. Ne deriva che gli investitori e le aziende tendono ad assumere nelle loro piantagioni situate nei territori indigeni Khmer e Cham della valle del Mekong contadini di grande esperienza. Una buona parte di questa forza lavoro deciderà di stanziarsi in maniera permanente nelle sopramenzionate aree per varie ragioni – presenza di opportunità lavorative, miglior clima, basso tasso di inquinamento, mito dell’“abbondanza naturale” – contribuendo in questo modo alla speculazione terriera e a esacerbare i conflitti socioecologici e le tensioni tra popolazioni autoctone e quelle di nuovo insediamento. I lavoratori Khmer e Cham, a loro volta, esorteranno i propri parenti, amici e colleghi a trasferirsi nei territori abitati dalle popolazioni autoctone per aprirsi delle piccole attività, essere ingaggiati come lavoratori stagionali oppure per mettere in piedi una partnership finalizzata allo sviluppo di un progetto locale in diversi settori (trasporti e consegne, edile, formazione, acquisizione di terre collettive).

 

Conclusioni

In questo articolo si è scelto di focalizzare l’attenzione sulla privazione della terra alle popolazioni indigene, sebbene l’esproprio non sia interamente associato a questo processo. Fino a settant’anni fa, gli aborigeni del Sud-Est asiatico erano romanticamente considerati come “gli abitanti liberi delle foreste”.[8] Che cosa è possibile raccontare del loro attuale status? In qualsiasi parte della Cambogia, i territori ancestrali si sono progressivamente ridotti, le foreste devastate e le risorse naturali decimate. Il numero di abitanti sta crescendo e il fenomeno dei “senza terra” è ormai una consuetudine tra i gruppi etnici indigeni. Non è stato improntato alcun sistema di tutela per proteggere i diritti di queste popolazioni. Inoltre, rispetto al passato, una differenza preoccupante risiede nella mancanza del senso di appartenenza, che porta alla crescente alienazione tra generazioni dalle diverse esperienze e conoscenze.

Traduzione a cura di Raimondo Neironi

[1] Keating N. B. (2019), Cambodia, in Berger D.N., The Indigenous Word 2019, Copenhagen: The International Work Group for Indigenous Affairs (IWGIA), pp. 315-322, disponibile online al sito https://www.iwgia.org/en/documents-and-publications/documents/4-the-indigenous-world-2019/file.

[2] Cambodian Centre for Human Rights (2018), The Third Annual Report of Cambodia Fundamental Freedoms Monitor, p. 96; Maffi M. (2019), Women’s Land Rights and Agrarian Change: Evidence From Indigenous Communities in Cambodia, Phnom Penh: FAO, p. 56, disponibile online al sito http://www.fao.org/3/ca4004en/ca4004en.pdf.

[3] Si veda Norén-Nilsson A. e Frédéric Bourdier (2019), “Introduction: Social Movements in Cambodia”, Journal of Current Southeast Asian Affairs, 38 (1), pp. 3-9.

[4] Si tratta di sostanze, materiali e materie prime ricavate dalle foreste senza però ricorrere alla pratica del disboscamento [NdT].

[5] Questo termine indica lo spazio occupato da una specie o da una popolazione all’interno del suo habitat, inteso non come spazio fisico, ma come ruolo e funzioni che gli individui svolgono in un ecosistema (fonte: Enciclopedia Treccani) [NdT].

[6] Young S. (2016), The Political Economy of Contestation over Land Resources in Cambodia, tesi di dottorato, School of Social and Political Sciences, University of Melbourne; Un K. (2013), “Cambodia in 2012 Towards Developmental Authoritarianism?”, Southeast Asian Affairs, pp. 71-86; Bourdier F. (2009), Development and Dominion. Indigenous Peoples in Cambodia, Vietnam and Laos, Bangkok: White Lotus, p. 446.

[7] Bourdier F. (2019), “From Confrontation to Mediation: Cambodian Farmers Expelled by a Vietnamese Company”, Journal of Contemporary Southeast Asia Affairs, 38 (1), pp. 55-76.

[8] Hickey G. (1982), Free in the Forest: Ethnohistory of the Vietnamese Central Highlands, 1954-1976, New Haven, CT: Yale University Press.

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