L’Italia e la razza: memorie storico-giuridiche di un passato dimenticato

La persecuzione razziale operata dal regime fascista occupa un posto limitato nella memoria storica e giuridica del nostro paese. Eppure, l’odio razziale, per più di vent’anni, permea la storia italiana. Si insinua nelle pagine dei giornali. Da qui si diffonde, diventa legge. Spoglia di diritti ed averi. Uccide. Quindi, improvvisamente, si spegne in un innaturale silenzio.

Quest’infame storia inizia nei primi anni venti dello scorso secolo. Alcuni giornali cominciano a diffondere idee antisioniste ed antisemite. Tra i primi, Giovanni Preziosi, direttore del mensile La Vita Italiana, pubblica una traduzione in italiano dei “Protocolli dei Savi di Sion”. Articoli contro gli Ebrei iniziano poi ad apparire, sempre più numerosi, su importanti quotidiani nazionali. L’odio razziale cresce. Il Regime Fascista, diretto da Roberto Farinacci, Il Tevere, diretto da Telesio Interlandi, diffondono profusamente propaganda antisemita. Interlandi dirige anche altri due giornali, Il Quadrivio e Giornalissimo, entrambi voce dell’odio razziale contro l’Ebreo. Alla metà degli anni trenta, decine di libri antisemiti vengono ora pubblicati, tra cui quelli di Giulio Evola e di Giulio Cogni. Il razzismo viene fin insegnato in università. 

A questo punto, il razzismo è ormai un ideale politico ufficiale del regime. La propaganda antisemita viene coordinata a livello governativo dall’Ufficio Studi e Propaganda della Razza del Ministero della Cultura Popolare.  

Nel 1938 viene pubblicato il giornale La Difesa della Razza. Da qui, il suo direttore Interlandi denuncia l’adulterazione della razza italiana da parte degli Ebrei. La prima edizione contiene il “Manifesto degli Scienziati Razzisti”, che recita: “è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti. (…) Gli Ebrei non appartengono alla razza italiana”.  Il manifesto viene sottoscritto da centinaia di scienziati e intellettuali.

Copertina del primo numero della rivista Difesa della Razza di Interlandi.

Poi, la questione razziale viene portata dalla diffusione teorica all’applicazione pratica. Qualche mese dopo la pubblicazione del Manifesto vengono promulgate le prime leggi razziali. La prima è il Regio Decreto Legge del 7 settembre 1938, n. 1381. Revoca le concessioni di cittadinanza italiana fatte ad Ebrei posteriormente al 1° gennaio 1919, e intima agli “stranieri ebrei” di allontanarsi dal paese entro sei mesi. Quasi settemila Ebrei lasciano il paese. Due Regi Decreti Legge, di poco successivi, escludono gli Ebrei dal sistema scolastico pubblico, siano essi professori, impiegati, o studenti. Viene proibito l’utilizzo nelle scuole di libri scritti o commentati da Ebrei. Nel novembre 1938, il Regio Decreto Legge n. 1782 traspone in una norma dello stato la definizione biologica dell’Ebreo, proibisce il matrimonio misto, esclude gli Ebrei dalle professioni pubbliche e ne limita le partecipazioni societarie. Inizia l’esproprio dei beni appartenenti a Ebrei, operato tramite l’Ente di Gestione e Liquidazione (EGELI), incaricato di misurare, confiscare e vendere le proprietà ebraiche. L’anno successivo viene limitato l’accesso alle professioni civili. Il divieto di accesso alle professioni viene poi perfezionato nel 1942. Migliaia di famiglie rimangono senza mezzi di sostentamento. 

La promulgazione delle leggi razziali viene accompagnata da atti di concreta violenza. Cartelli vengono posti fuori dai negozi a segnalare che la presenza di Ebrei non è gradita. Sui muri compaiono scritte di minaccia. Numerosi negozi appartenenti a Ebrei vengono assaliti e distrutti. 

Seimila Ebrei italiani lasciano il paese. Molti si suicidano. L’editore Angelo Fortunato Formiggini si butta dalla torre del Duomo di Modena. Il segretario del Partito Fascista, Achille Starace, commenta così: “è morto proprio come un Ebreo: si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola”.

Il 16 maggio 1940, un mese dall’entrata in guerra, una serie di circolari del Ministero dell’Interno ordina l’internamento degli stranieri ebrei in campi di concentramento, il principale a Tarsia. Segue l’internamento degli Ebrei italiani “pericolosi per l’ordine pubblico”. Due anni dopo, viene ordinato di sottoporre ai lavori forzati tutti gli Ebrei dai 18 ai 55 anni. Il 17 giugno 1943 si decide di internare in campi di lavoro tutti gli Ebrei dai 18 ai 36 anni. La misura non viene implementata, perché il 3 settembre viene firmato l’armistizio. Ma il 12 ottobre 1943 il giornale Regime Fascista avverte gli Ebrei che, da quel momento, non devono aspettarsi nessuna pietà. Il 30 novembre, il Ministro dell’Interno della Repubblica Sociale Italiana, Guido Buffarini Guidi, emana l’ordine n. 5, che prevede la confisca di tutte le proprietà degli Ebrei, e il loro internamento. 

Iniziano gli arresti, operati dalla Polizia Segreta, dalle squadre paramilitari fasciste, o direttamente dalle autorità tedesche con la cooperazione o la partecipazione italiana. Spesso, vengono facilitati dalla delazione di privati cittadini. Vengono create squadre speciali per la ricerca degli Ebrei. In alcuni casi, agli arresti si accompagnano esecuzioni sommarie. 

I giornali e la radio seguono con entusiasmo l’acuirsi della persecuzione. Nel novembre del 1943, Gigi Romersa proclama dai microfoni di Radio Roma: “gli Ebrei finiscano uno a uno bruciati, e le loro ceneri disperse al vento”. 

Circa settemila Ebrei vengono arrestati. Una parte viene raggruppata nei ventuno campi di concentramento costruiti su suolo italico. In uno, a San Sabba, vengono messi in funzione i forni crematori. Secondo alcuni studi, 6.746 Ebrei italiani vengono infine deportati verso i campi nazisti. 5.916 perdono lì la vita. 

Finisce la guerra, l’Italia viene liberata e il sistema di discriminazione razziale viene smantellato. Agli Ebrei vengono restituiti i pieni diritti civili e politici e – sebbene solo parzialmente – le proprietà confiscate. Eppure, i colpevoli della persecuzione non vengono portati a giudizio. 

Nel 1943, gli Alleati si propongono di catturare e processare Mussolini, i capi del Fascismo, e tutti coloro che, nell’ambito del regime, hanno commesso crimini di guerra o contro l’umanità. Ancora non esiste, a livello giuridico, il concetto di genocidio. Ma l’Italia è stata, negli ultimi anni di guerra, una nazione cobelligerante. I propositi sanzionatori si diluiscono. Le indagini della Commissione delle Nazioni Unite sui crimini di guerra vengono estese ai crimini commessi dai Nazisti nei confronti della popolazione italiana. Si preparano due grandi processi, uno sul massacro delle Fosse Ardeatine, l’altro – più in generale – sulle rappresaglie compiute dai Nazisti contro la popolazione italiana. L’idea di istituire un processo internazionale contro i comandanti tedeschi in Italia, volto a giudicare le loro azioni – tra le altre – contro la popolazione ebraica, viene invece rapidamente abbandonata. Si valuta il rischio di gettare luce sulla collaborazione fascista e sui crimini commessi dal regime, finanche nei territori occupati (in particolare, la Jugoslavia). Questo, nella mente degli Alleati, avrebbe rafforzato gli ideali comunisti, che crescevano rapidamente. 

La punizione dei crimini fascisti viene pertanto lasciata alla giurisdizione italiana. Con due Decreti Legislativi Luogotenenziali, il n. 159 del 27 luglio 1944, e il n. 142 del 22 aprile 1945, si apprestano gli strumenti giuridici per processare il regime. Tale sistema è composto – a livello di ordinamento giudiziale – prima da un Alto Commissariato e un’Alta Corte di Giustizia, poi, dal 1945, da Corti d’Assise Straordinarie (i cui giudici popolari vengono estratti da liste redatte dal Comitato di Liberazione Nazionale, CLN). A livello sostanziale, si introducono una serie di fattispecie di reato per crimini fascisti. Tra esse, mancano i crimini di persecuzione razziale. Le corti d’assise celebrano migliaia di processi, emanando numerose condanne a morte. Fuori da tale sistema, si emanano condanne capitali senza alcun processo, o a fronte di processi sommari condotti dalle Commissioni del CLN. 

Parallelamente, viene istituito un sistema di epurazione del sistema amministrativo. Entro la fine di luglio del 1945, migliaia di “Fascisti” vengono espulsi dall’industria e dall’amministrazione pubblica.  

Si vuole ora evitare irricucibili fratture nella società civile e assicurare la ripresa politica ed economica del paese. Il sistema di sanzione dei crimini fascisti viene quindi rapidamente smantellato. Si concedono amnistie diffuse. Alla fine del 1947, il mandato delle corti speciali viene meno, accompagnato dal riconoscimento pubblico della completa guarigione dal fascismo. 

I crimini commessi contro la popolazione ebraica, tuttavia, rimangono impuniti. Al massimo, vengono ricompresi in più generiche condanne per collaborazionismo. Come mero esempio, quella del giornalista Marco Ramperti, fervido antisemita, processato per i suoi articoli di propaganda filonazista, pregni di odio razziale. Condannato a 16 anni per collaborazionismo, viene scarcerato per effetto dell’amnistia. Si riscopre scrittore “fantafascista” – di cui alcuni ricordano il romanzo ucronico Benito I Imperatore – e ritorna all’attività politica con il Movimento Sociale Italiano. Altri responsabili vengono uccisi senza processo, come Mussolini o Starace, o condannati a morte dopo processi più o meno sommari, come Farinacci e Buffarini Guidi. Altri ancora si suicidano, come Preziosi. Nessuno viene direttamente processato per i commessi crimini di persecuzione contro gli Ebrei, né in tribunali internazionali (risparmiati ai cobelligeranti italiani), né nel sistema giudiziario italiano. 

Alla lacuna sanzionatoria segue, se non un’impunità diffusa, quantomeno un’amnesia nella memoria storica italiana. Si ricordi: il valore dei processi per i crimini contro gli Ebrei non è solamente giuridico. Essi vogliono mostrare al mondo gli orrori che sono stati commessi, creando uno stigma storico, al fine di evitare il loro ripetersi. In Italia, ciò non accade. Non viene sviscerata in processi pubblici l’organizzazione sistematica della persecuzione razziale, a livello culturale e operativo, con l’espropriazione dei beni, l’esclusione dalle professioni, la deprivazione dai più basilari diritti civili, fino all’uccisione, in Italia o nei campi di internamento nazisti. Si lascia agli storici il compito di ricomporne la memoria. In Francia, almeno, due processi gettano luce sui crimini commessi dalle forze di polizia francesi del governo di Vichy. A livello giuridico, si chiamano tali crimini con il loro nome. Paul Touvier, già processato due volte nel dopoguerra per collaborazionismo, viene condannato negli anni novanta per il suo ruolo nella persecuzione degli Ebrei residenti a Lione. Parallelamente, Maurice Papon viene condannato per il suo ruolo negli arresti, deportazioni e uccisioni di Ebrei durante l’implementazione della “soluzione finale” in Francia. 

Farinacci, Interlandi o Evola, megafoni dell’odio razziale. Buffarini Guidi, attore principale della scrittura delle leggi razziali, e mandante degli arresti e degli internamenti degli Ebrei, e della espropriazione dei loro beni. Preziosi, direttore dell’Ispettorato Generale della Razza, e responsabile delle politiche antisemite della Repubblica Sociale. I comandanti e gli agenti della polizia e delle milizie fasciste, come la “Banda Pollastrini”, “Banda Koch” o “Banda Pantera Nera”, responsabili di rastrellamenti, arresti, torture e uccisioni di Ebrei, da soli, o in collaborazione con le forze naziste. A livello giuridico, i crimini da loro commessi sono analoghi a quelli per cui furono processati i Nazisti, a Norimberga. Analogamente a quelli nazisti, essi sono crimini disumani, poiché contro l’idea stessa di umanità. Come tali, meriterebbero la stessa catarsi, offerta solennemente con un processo internazionale o dal sistema giudiziario interno. Ma così non è.

Viene preferita la creazione di una coscienza storica funzionale alla transizione sociale e politica. Alla prima repressione sommaria del fascismo, segue un lungo periodo di amnesia, sorretto dal mito di una nazione costruita sui valori della resistenza. La responsabilità dei crimini commessi – anche e soprattutto quelli razziali – viene quasi interamente gettata sulle spalle dei Nazisti. 

La mancanza di un momento di valutazione pubblica dei crimini commessi dai Fascisti crea una lacuna nella memoria del paese. Un’amnesia risvegliata solo negli anni novanta grazie al lavoro di storici come Renzo De Felice, Michele Sarfatti o Liliana Picciotto Fargion. Nel frattempo, molti documenti sono persi, distrutti o nascosti – come quelli ritrovati nel 1994 nel c.d. “armadio della vergogna”. I testimoni muoiono, e la memoria di tali crimini svanisce, in alcuni casi, irrimediabilmente. 

Striscione fascista a Milano, 24 aprile 2019. Fonte: ansa.it

 

Per saperne di più:

Domenico, R. P. (1996) Processo ai fascisti, Rizzoli.

Focardi, G. e Nubola, C. (a cura di) (2015) Nei tribunali. Pratiche e protagonisti della giustizia di transizione nell’Italia repubblicana, Il Mulino.

Woller, H. (1997) I conti con il fascismo. L’epurazione in Italia 1943-1948, Il Mulino.

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