L’economia conta: il pivot americano e l’Asia del Sud-Est

Al fine di sostenere i propri sforzi per contrastare la crescente influenza cinese in Asia, Washington deve approfondire i propri legami economici con il Sud-est asiatico. Dal 2011 il Presidente Barack Obama ha enunciato il riorientamento (pivot) verso l’Asia quale cardine della politica estera americana, il cui scopo, indipendentemente da come i portavoce della Casa Bianca tentino di evitare il termine, è essenzialmente quello di ‘contenere’ la Cina, e il Sud-est asiatico è una sottoregione prioritaria all’interno del pivot asiatico. India e Giappone, infatti, sono attori importanti all’interno della strategia statunitense, ma il loro storico antagonismo nei confronti della Cina ne fa barriere naturali di fronte all’espansionismo cinese. Il Sud-est asiatico, in particolare gli Stati più poveri che dipendono economicamente da Pechino, cade maggiormente all’interno della sfera d’influenza cinese. Il pivot è dunque la risposta al lungo declino dell’influenza statunitense nella regione causato da due fattori: le operazioni militari in Iraq e Afghanistan hanno spostato il focus degli Stati Uniti verso Medio Oriente e Asia Centrale mentre nel Sud-est asiatico la Cina rimpiazzava gli Stati Uniti aumentando il flusso di investimenti diretti esteri (IDE) verso la regione.

Il riorientamento strategico verso l’Asia dell’Amministrazione Obama ha avuto un’impronta decisamente militaristica. Washington ha riposizionato le proprie navi da guerra nella regione; ha mostrato di voler contribuire allo sviluppo congiunto di una portaerei con l’India; sembra che incrementerà i voli dei droni da ricognizione sul Mar Cinese Meridionale e ha annunciato il piano di stabilire “strutture logistiche permanenti” costruendo basi militari nelle Filippine. Tuttavia, nonostante questi sviluppi, il pivot statunitense non è ancora stato adeguatamente definito, tanto che secondo un recente rapporto del Dipartimento della Difesa c’è una “costante confusione riguardo alla strategia di riequilibrio”. Essenzialmente due interrogativi sono privi di risposte precise: in che modo dovrebbe essere attuato questo ribilanciamento verso l’Asia e che cosa giustifica tale spostamento?

C’è una consapevolezza crescente negli Stati Uniti che un rebalance esclusivamente militare nel lungo termine non consentirà al Sud-est asiatico di resistere alla Cina e di garantire a Washington il perseguimento dei propri interessi. Un numero sempre maggiore di articoli (così come di eventi politici a Washington) sottolinea la necessità di investimenti in infrastrutture nel Sud-est asiatico avvertendo che la Cina sta soddisfacendo tale bisogno al fine di favorire la propria egemonia nella regione. È in questo contesto che l’anno scorso i policy makers americani hanno reagito allarmati all’istituzione, sponsorizzata da Pechino, della Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (AIIB). Inoltre sta aumentando anche la consapevolezza che per poter giustificare la presenza militare in Asia nel lungo termine gli Stati Uniti devono rafforzare i legami economici con la regione, facendo fronte così alla comune critica sia interna agli Stati Uniti sia a livello internazionale circa il frequente coinvolgimento in aree remote che non racchiudono interessi economici diretti, come nel caso dell’Afghanistan e, in misura minore, dell’Iraq.

È vero che gli Stati Uniti hanno già interessi economici nella regione. Le acque del Sud-est asiatico costituiscono una delle rotte più critiche del mondo per lo spostamento quotidiano di beni e petrolio. L’interscambio commerciale tra ASEAN e Stati Uniti nel 2015 ha superato i 200 miliardi di dollari, di cui oltre 80 miliardi di dollari in esportazioni americane. Inoltre gli Stati Uniti hanno finalizzato il Partenariato Trans-Pacifico (TPP) che li avvicinerà alle economie di quattro Stati ASEAN: Brunei, Malaysia, Singapore e Vietnam. Tuttavia, come ben sa il Presidente Obama, questi legami economici devono essere ulteriormente consolidati per giustificare il pivot. Obama l’ha, infatti, segnalato quando lo scorso febbraio, due mesi dopo la creazione della Comunità Economica dell’ASEAN (AEC), ha incontrato i leader dei dieci Paesi membri. Dopo il summit Obama ha rimarcato che le principali priorità degli Stati Uniti rispetto al Sud-est asiatico sono collegate all’economia e al commercio.

Pertanto, al fine di rafforzare i legami economici con il Sud-est asiatico, Washington dovrebbe definire e perseguire obiettivi specifici che permettano di approfondire tali legami. Questi obiettivi dovrebbero mirare sia a ridurre i costi d’ingresso per le imprese statunitensi sia a garantire che tali investimenti comportino benefici significativi per i Paesi riceventi. Un obiettivo di politica commerciale di questo tipo potrebbe consistere nel ridurre i requisiti di contenuto locale nei Paesi del Sud-est asiatico. Questi requisiti, in vigore per assicurare che l’attività economica non avvantaggi ingiustamente gli investitori esteri rispetto alle comunità locali, pongono disincentivi molto rilevanti per le aziende statunitensi. Per compensare la riduzione di tali requisiti Washington dovrebbe lavorare con le imprese americane al fine di garantire che i loro investimenti nel Sud-est asiatico offrano un sostegno sostanziale allo sviluppo economico dei Paesi ospitanti. Ciò potrebbe avvenire sotto forma di Responsabilità sociale d’impresa (Corporate Social Responsibility, CSR) o di formazione tecnica oppure investendo in progetti di sviluppo infrastrutturale da trasferire successivamente sotto il controllo locale. In aggiunta, le imprese statunitensi potrebbero sostenere iniziative imprenditoriali locali. Per tradurre in pratica questi obiettivi, Washington dovrebbe sviluppare politiche di collaborazione con il Giappone, un alleato regionale che gode di un’ottima reputazione nel Sud-est asiatico grazie all’attuazione di numerosi progetti di trasferimento del know-how.

Un altro obiettivo specifico che gli Stati Uniti potrebbero perseguire consiste nel lavorare con i governi del Sud-est asiatico per ridurre il rischio di non conformità agli standard legali internazionali, altro disincentivo di prim’ordine per le imprese statunitensi avverse al rischio. Washington potrebbe contrastare i problemi legati alla corruzione sostenendo il rafforzamento degli organi giudiziari e degli organismi preposti all’applicazione della legge dei governi dell’area e aiutando le imprese locali a sviluppare programmi di conformità. Per gli Stati del Sud-est asiatico ridurre il rischio di non conformità comporterebbe notevoli benefici se si considera che ciò porterebbe a un incremento del flusso di IDE non solamente dagli Stati Uniti, ma da tutti i potenziali investitori sensibili a tale rischio.

Gli Stati Uniti guidano l’industria globale dell’anticorruzione: nel 1977 hanno adottato la Legge sulle pratiche di corruzione all’estero (FCPA), diventato un riferimento a livello globale per definire la corruzione nel business internazionale, e New York e Washington sono affollate di società che assistono gli investitori a mitigare il rischio di non conformità all’estero. Gli Stati Uniti dovrebbero indirizzare questi sforzi verso i paesi meno sviluppati del Sud-est asiatico. Così facendo Washington riuscirebbe a resistere all’influenza cinese nei paesi più esposti e al contempo favorirebbe la riduzione delle disparità economiche nella regione, fattore che ostacola l’integrazione regionale. In questo modo gli Stati Uniti possono creare una giustificazione economica per il proprio pivot verso il Sud-est asiatico e, una volta che tali legami saranno stabiliti, saranno in grado di sostenere la propria presenza nella regione nel lungo periodo.

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