Le relazioni internazionali contemporanee della Thailandia

Il discorso dominante relativo alla politica estera thailandese ha spesso evidenziato la natura flessibile della sua diplomazia. Secondo l’ex ministro degli affari esteri Thanat Khoman, la politica estera della Thailandia deve essere  “flessibile in un mondo mutevole”.[1] Questa politica estera “flessibile”, definita “bending-with-the-wind diplomacy”, è diventata il mantra della politica estera thailandese.[2] Ad essa è attribuita la capacità della Thailandia di resistere alla spinta coloniale del diciannovesimo secolo e, più recentemente, di salvaguardare la propria autonomia nelle relazioni con le grandi potenze internazionali. Quest’ultima è stata particolarmente evidente a partire dalla metà degli anni Settanta, quando la Thailandia ha normalizzato e migliorato i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, mantenendosi equidistante tra le grandi potenze internazionali. Sebbene ufficialmente la Thailandia rimanga un Paese alleato degli Stati Uniti, le sue relazioni con la Cina si sono infatti trasformate in un partenariato strategico onnicomprensivo che comprende non solo profondi legami economici, ma anche relazioni politiche e militari.[3] Inoltre, la Thailandia ha sfruttato la natura competitiva delle relazioni sino-giapponesi a proprio vantaggio. Oltre ai rapporti con le grandi potenze internazionali, la posizione geografica della Thailandia al centro del Sud-est asiatico ne evidenzia il ruolo di hub per l’integrazione economica regionale all’interno dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN). Tuttavia, essendo meta per i migranti legali e illegali provenienti dai paesi limitrofi, in aggiunta alle tradizionali e complesse problematiche relative alle zone di confine, varie questioni spinose permangono nella politica estera di vicinato thailandese.

Il Primo Ministro thailandese Prayut ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump nell’ottobre 2017 (Immagine: Bangkok Post).

Tra tutte le nazioni del Sud-est asiatico, la Thailandia vanta uno dei migliori rapporti con la Repubblica Popolare Cinese. In assenza di dispute territoriali, Bangkok e Pechino non hanno conflitti d’interesse rilevanti, il che ha reso possibile il suddetto partenariato strategico onnicomprensivo. Inoltre, il rapporto di Pechino con Bangkok è riuscito a sopravvivere al caos e ai cambi di regime che hanno caratterizzato la politica interna thailandese dell’ultimo decennio. Difatti, Pechino sembra a suo agio sia con governi democraticamente eletti (come quelli Shinawatra) sia con l’attuale regime militare.

Le relazioni economiche bilaterali tra i due stati sono particolarmente forti. Negli ultimi due anni la Cina è diventata il principale partner commerciale della Thailandia e anche gli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi in Thailandia sono in aumento. Con un numero pari a circa 10 milioni l’anno, i turisti cinesi rappresentano un quarto del turismo totale della Thailandia e sono diventati la principale fonte di turismo straniero. Oltre ad avere un impatto diretto sull’industria del turismo thailandese, la loro presenza e le loro abitudini di spesa hanno importanti implicazioni culturali. La lingua e la cultura cinese hanno infatti acquisito importanza nelle aree urbane thailandesi.

Thailandia e Cina hanno anche sviluppato strette relazioni militari nonostante la tradizionale dipendenza di Bangkok dall’assistenza militare statunitense. A prova di ciò vi sono il recente acquisto di sottomarini cinesi da parte della Royal Thai Navy (la marina militare thailandese), il numero crescente di esercitazioni militari congiunte, e discussioni sulla progettazione di un impianto di produzione militare condiviso. Inoltre, la posizione geografica della Thailandia la rende una componente fondamentale del piano strategico della Cina nel Sud-est asiatico. Quest’ultimo si manifesta, inter alia, nel forte desiderio della Cina di collegare la Thailandia al suo sistema ferroviario ad alta velocità attraverso il Laos. Nonostante il progetto ferroviario sia oggetto di controversie in Thailandia, la Cina lo sta portando avanti al fine di migliorare i suoi collegamenti con il Sud-est asiatico. Sebbene ostacoli interni continuino a disturbare molti degli ambiziosi progetti cinesi (come il progetto del canale di Kra, che è improbabile si realizzi)[4], e nonostante i possibili imprevisti che potrebbero rallentare il momentum attuale, si può affermare con certezza che le relazioni tra Bangkok e Pechino continueranno a evolversi in modo per lo più positivo.

Al contrario, le relazioni della Thailandia con gli Stati Uniti, suo alleato storico, sono state messe a dura prova da problemi politici interni.[5] Il colpo di stato del Generale Prayut Chan-ocha del 2014 ha creato una situazione di politica interna caratterizzata dal deterioramento delle libertà civili e dei diritti umani particolarmente evidente nell’uso draconiano della legge lèse majesté contro i dissidenti politici. La regressione politica della Thailandia si è riversata negativamente sul suo rapporto con gli Stati Uniti, che non sono più tolleranti o favorevoli ai colpi di stato thailandesi come lo erano negli anni della Guerra fredda. Subito dopo il colpo di stato del 2014, Washington ha infatti ridimensionato le relazioni militari con Bangkok, ridotto l’assistenza militare, e criticato la situazione politica del Regno. Le pressioni da parte degli Stati Uniti non hanno però ottenuto il risultato sperato perché Bangkok si è avvicinata ulteriormente alla Cina per contrastare le pressioni statunitensi.[6]  Data la competizione sino-statunitense per l’influenza nel Sud-est asiatico, Washington non può infatti permettersi di alienarsi l’attuale governo thailandese facendogli eccessive pressioni e rischiando di spingerlo ancora più verso la Cina.[7] Di conseguenza, gli Stati Uniti hanno agito con estrema cautela nelle loro interazioni con il governo thailandese. L’esercitazione militare annuale Cobra Gold, per esempio, ha continuato a svolgersi (seppur in versione ridotta) nonostante gli Stati Uniti avessero ventilato la possibilità di cancellarla. Pertanto, mantenendo un rapporto flessibile con Cina e Stati Uniti, la Thailandia è riuscita a mantenersi autonoma di fronte alle pressioni statunitensi di cambiamento politico. Poiché il Paese resta fondamentale per gli interessi strategici degli Stati Uniti nel Sud-est asiatico, i rapporti bilaterali tra i due stati non possono che migliorare in conseguenza del “fattore Cina”. Questo fattore si è potuto apprezzare dopo l’entrata in carica di Donald Trump: le relazioni bilaterali tra Bangkok e Washington sono sostanzialmente migliorate, non da ultimo a causa della necessità degli Stati Uniti di contenere l’espansione cinese nel Sud-est asiatico. La visita del Generale Prayut alla Casa Bianca nell’ottobre 2017 è stata la prima da parte di un Primo Ministro thailandese negli ultimi dodici anni. Detto ciò, la gestione delle relazioni bilaterali sempre più competitive tra Cina e Stati Uniti è un test importante per il governo thailandese attuale e per i governi futuri, siano essi militari o democraticamente eletti.

Abbandonando la discussione sulla competizione sino-statunitense, la Thailandia ha una relazione storicamente stretta anche con il Giappone – l’altro gigante economico dell’Asia orientale. Questa relazione risale al periodo della Seconda Guerra mondiale, quando il governo militare thailandese sotto la guida di Phibunsongkhram facilitò l’espansione imperiale giapponese nel Sud-est asiatico. Tokyo continuò a coltivare uno stretto rapporto con Bangkok durante la Guerra fredda e utilizzò la Thailandia come base di produzione e assemblaggio per le industrie automobilistiche giapponesi nel Sud-est asiatico. Ad oggi, il Giappone rimane il principale partner commerciale della Thailandia, nonché la principale fonte di IDE nel Paese. Tra il 1985 e il 2016, per esempio, gli investimenti giapponesi in Thailandia hanno rappresentato il 43% di tutti gli investimenti esteri nel Regno (per un totale di 85 miliardi di dollari).[8] Negli ultimi anni, la Thailandia ha anche approfittato della concorrenza strategica tra Cina e Giappone per investire nel tanto ambito sistema ferroviario ad alta velocità. Mentre i cinesi hanno ottenuto l’appalto per il collegamento ferroviario con il Laos attraverso Nong Khai, i giapponesi hanno ottenuto il collegamento tra Bangkok e Chiang Mai, che rappresenta una linea ferroviaria molto più importante per la Thailandia. Tuttavia, attualmente il progetto è in stallo a causa di dispute tra Thailandia e Giappone in merito al finanziamento.

Infine, la Thailandia è un membro fondatore dell’ASEAN e ha partecipato attivamente a iniziative di integrazione regionale a diversi livelli. La crescente integrazione regionale del Sud-est Asiatico ha spinto la Thailandia a migliorare la gestione dei propri rapporti con i Paesi vicini, storicamente altalenanti. I rapporti con la Cambogia, per esempio, sono stati marcati dalla disputa territoriale sul tempio di Preah Vihear, che ha portato a diversi scontri militari di confine fino a quando la Corte internazionale di giustizia non ha assegnato il tempio alla Cambogia nel novembre 2013. Nonostante questa decisione, la disputa sul confine thai-cambogiano rimane irrisolta. Analogamente, dal lato del Myanmar, una successione di governi thailandesi nel corso della storia ha usato le terre di confine come “zone cuscinetto” e sostenuto gruppi ribelli birmani. Nonostante questo approccio sia stato successivamente abbandonato grazie a rapporti bilaterali più amichevoli, molti gruppi esiliati dal Myanmar risiedono tuttora in Thailandia (e così anche numerosi rifugiati). Allo stesso tempo, lo sviluppo economico della Thailandia la rende una meta popolare per migranti legali e illegali provenienti da Cambogia, Myanmar e Vietnam. Ciò permette alla Thailandia di sfruttare la manodopera a basso costo dei Paesi limitrofi nelle sue industrie manifatturiere e dei servizi. In conseguenza di ciò, la gestione della manodopera straniera ha talvolta pregiudicato i rapporti con gli stati vicini – come ad esempio quando sono emerse segnalazioni sulle deplorevoli condizioni di lavoro nell’industria di trasformazione dei prodotti ittici.

Concludendo, la “diplomazia flessibile” della Thailandia ha permesso al Paese di mantenere la propria autonomia in un contesto di cambiamento politico regionale. Data la crescente incertezza causata dalla competizione sino-statunitense, il governo thailandese dovrà operare altre, difficili, scelte negli anni a venire. Altrettanto importante sarà la decisione su come approfondire l’integrazione regionale, che presenterà altre sfide e opportunità per il Regno di Thailandia.

Traduzione a cura di Lucrezia Canzutti

 

 

 

[1] Poonkham, J. (2018) A Genealogy of Thai Detente: Discourses, Differences and Decline of Thailand’s Triangular Diplomacy (1968-1980), Tesi di Dottorato, Aberystwyth University, p. 32.

[2] Ibi, p. 35.

[3] Busbarat, P. (2016) ‘“Bamboo Swirling in the Wind”: Thailand’s Foreign Policy Imbalance between China and the United States’, Contemporary Southeast Asia: A Journal of International and Strategic Affairs 38(2): 233-257.

[4]  Peng Er, L. (2018) ‘Thailand’s Kra Canal Proposal and China’s Maritime Silk Road: Between Fantasy and Reality?’, Asian Affairs: An American Review 45(1): 1-17.

[5] Storey, I. (2015) Thailand’s post-coup relations with China and America: More Beijing, less Washington, Singapore: ISEAS-Yusof Ishak Institute.

[6]  Han, E. (2018) ‘Under the Shadow of China-US Competition: Myanmar and Thailand’s Alignment Choices’, The Chinese Journal of International Politics 11(1): 81-104.

[7]  Zawacki, B. (2017) Thailand: Shifting Ground Between the US and a Rising China, London: Zed Books Limited.

[8]  Hartley, R. (2017) ‘Contemporary Thailand–Japan Economic Relations: What Falling Japanese Investment Reveals About Thailand’s Deep, Global Competition, State in the Context of Shifting Regional Orders’, Asia & the Pacific Policy Studies 4(3): 569-585.

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