L’Australia: un Paese da primati, ma fino a quando?

Una crescita economica da primato

L’Australia è una terra geograficamente lontana dalle altre e, come tale, ha sviluppato fauna e flora uniche: l’ornitorinco, il koala, il canguro e il waratah[1] sono specie che esistono solo in questa nazione-continente. Nel 2017 l’Australia ha aggiunto un altro primato alla sua lista: la crescita economica più lunga in tempi moderni, ininterrotta dal 1992, esattamente centoundici trimestri fa.

L’economia australiana è così diventata la tredicesima più grande al mondo per Prodotto Interno Lordo[2] (PIL) pur avendo solo 25 milioni di abitanti, e la nona per PIL pro capite[3]. La disoccupazione è al 6,2%, il valore più alto dal 2000, l’anno delle Olimpiadi a Sydney, ma solo per colpa della pandemia da COVID-19. Quella giovanile è al 13%. L’inflazione è all’1,6%.

La crescita dell’ultimo trentennio è stata diffusa, con il rapporto 90/10 del reddito disponibile fermo a 4.3[4], simile alla media OCSE. L’Australia è undicesima nella graduatoria mondiale dell’indice di felicità[5], mentre l’Italia, per esempio, è al trentasettesimo posto. Tutto questo malgrado il Paese abbia sofferto shock negativi a causa delle operazioni militari in cui ha partecipato (Iraq e Afghanistan, Bouganville, e Timor Est), con costi elevati in spese militari, vite umane e invalidità permanenti; epidemie (la SARS nel 2003); crisi finanziarie regionali e globali (2004, 2008); siccità, incendi e uragani, e una buona dose di incertezza politica legata all’incapacità di scegliere se e come ridurre il ricorso al carbone per produrre energia (sei cambi di governo in tredici anni).

La fortuna e i calcoli probabilistici non sono però sufficienti per spiegare il successo economico australiano. Ci sono scelte di politica economica che possono farlo? Ne azzardo tre: la scommessa sulla crescita cinese, la politica di immigrazione e una politica economica bipartisan focalizzata sul mantenimento di un sistema semichiuso e flessibile.

Le possibili cause

L’aggancio alla crescita cinese

Il risveglio economico della Cina, aiutato dalle economie occidentali e culminato nell’accesso all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) nel 2001, ha inebriato i produttori australiani, che hanno beneficiato enormemente di esportazioni di materie prime, prodotti agricoli e, più di recente, turismo e istruzione universitaria in crescita esponenziale. Un solo esempio: un terzo degli studenti universitari sono stranieri[6], nella maggior parte dei casi cinesi: oltre cinquecentomila persone. La Cina è passata dal 5,5% al 35% del valore delle esportazioni australiane in meno di vent’anni (anch’esse cresciute in termini reali), come si vede nella Fig. 1, facendo della Repubblica popolare cinese il primo partner commerciale davanti a Giappone, Corea del Sud, Europa e Stati Uniti. L’esplosione dell’interscambio con la Cina non riflette il tasso di crescita di quest’ultima dato che altri Paesi asiatici hanno avuto simili percorsi: eppure, paragonando il trend delle esportazioni verso Pechino con quello verso l’Association of South-East Asian Nations (ASEAN), si vede chiaramente la preferenza degli esportatori australiani verso la Cina, diventata un vero e proprio riferimento, al punto da renderli vulnerabili a cambiamenti improvvisi. È da notare che la crescita delle esportazioni non è solo stata di volume ma anche di prezzi relativi: le ragioni di scambio[7] sono raddoppiate nel periodo di massima espansione dell’interscambio Cina-Australia (2000-10) come è visibile nella Fig. 2, arricchendo notevolmente esportatori e, in generale, il Paese.

 

Fig. 1 Valore delle esportazioni australiane di beni e servizi rispetto al PIL, 19912019

Fonte: Australian Bureau of Statistics, cat. 5368.0 (N.d.A.: calcolata a prezzi costanti).

 

Fig. 2 – Ragioni di scambio dell’Australia, 19912019

Fonte: OECD Data, Terms of Trade

L’immigrazione

La seconda possibile ragione del successo economico australiano è la politica di immigrazione, che seleziona annualmente un numero elevato di nuovi residenti, nell’ordine di circa il 2% della popolazione. Questi arrivi rappresentano percentuali molto più alte se riferite alla forza lavoro o alla popolazione residente in aree urbane. La chiave di lettura di un’immigrazione così consistente è il fatto che essa viene trattata principalmente come un fenomeno economico e, in quanto tale, gestito in modo pragmatico e in sintonia con le politiche di crescita. Dalla fine degli anni Ottanta, il maggior numero di immigrati arriva nel Paese per ragioni economiche. Oltre a rappresentare un flusso consistente, che fa dell’immigrazione la più importante componente di crescita della popolazione (cfr. Fig. 3), questi immigrati sono caratterizzati da un’elevata dotazione di capitale umano, essendo spesso laureati e diplomati. Questo accade in quanto in Australia opera un sistema di “selezione a punti” che avvantaggia richiedenti con istruzione universitaria, età al di sotto dei 45 anni, buona conoscenza dell’inglese ed esperienze di lavoro in occupazioni molto richieste[8]. Tale processo seleziona immigrati che sono assorbiti velocemente dal mercato del lavoro e possono accedere a posti qualificati, riducendo così il loro bisogno di assistenza pubblica. Il rapido inserimento nella forza lavoro e all’interno della compagine dei consumatori fa sì che gli immigrati contribuiscano significativamente alla domanda interna, specialmente quella per immobili e beni durevoli, che sono tra i principali settori di occupazione in Australia.

Fig. 3 – Immigrazione e popolazione in Australia, 1992-2019

Fonte: Australian Bureau of Statistics, cat. 3412.0

 

La politica economica

La Banca centrale australiana gestisce con molta attenzione i tassi di interesse per garantire stabilità alla crescita, aiutata dal basso numero di istituzioni finanziarie di respiro nazionale. Invece il tasso di cambio, in regime flessibile dal 1983, è completamente determinato dal mercato internazionale. Questo fa sì che sia il principale ammortizzatore di shock esterni. Le ragioni di scambio, più che raddoppiate durante il periodo d’oro delle esportazioni minerarie verso la Cina, sono andate in decisa controtendenza negli anni immediatamente successivi alla crisi finanziaria globale del 2007-08. In entrambi in casi (ovvero, la crescita esponenziale tra il 1992 e il 2006 e la riduzione tra il 2008 e il 2014), il trend di crescita è rimasto positivo, e anche l’inflazione è rimasta positiva.

Di pari passo con la politica monetaria, l’Australia ha un sistema di gestione microeconomica che protegge le imprese dalla concorrenza internazionale[9] e che assicura notevoli flussi di risparmio interno[10], un regime fiscale altamente computerizzato in cui le transazioni difficilmente riescono ad eludere verifiche fiscali e tassazione[11] (a beneficio del bilancio statale), e un mercato dei capitali che, limitando l’accesso del pubblico al debito, convoglia il risparmio verso il mercato azionario domestico. Le aziende quindi si finanziano tramite l’emissione di azioni e si rivolgono alle banche o al mercato internazionale per prestiti a breve, generalmente denominati in dollari australiani. La Borsa (l’Australian Stock ExchangeASX), dove sono quotate più di 2.200 aziende, la maggior parte delle quali di piccole e medie dimensioni, è la quinta al mondo per capitalizzazione e la prima in Asia per prodotti derivati legati al tasso di interesse. Tutto ciò contribuisce alla formazione di un ciclo completo e ben protetto di produzione, interscambio commerciale e consumo, da una parte, e di risparmio e investimento domestico, dall’altro.

Il futuro

Se le tre possibili cause di cui sopra sono state fondamentali per la crescita trentennale dell’Australia, ne assicurano anche la prosecuzione? A mio avviso è improbabile, e non solo per la pandemia da COVID-19 ma anche perché i fattori di cui sopra sono stati formulati con la premessa implicita di pace e stabilità nella regione Asia-Pacifico. Questa premessa, però, ha cominciato a venir meno con l’avvento della presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti e la scelta americana di rivedere le relazioni commerciali con la Cina. La conflittualità che ne è seguita impone all’Australia di dover scegliere sempre più, e pubblicamente, tra interessi strategici (Stati Uniti) e commerciali (Cina), e di soffrire della mancanza di un partner alternativo in grado di rimpiazzare ciò che la Cina ha rappresentato economicamente negli ultimi vent’anni. Malgrado gli sforzi di diplomatici e ministri australiani volti a siglare nuovi accordi con Paesi con cui l’Australia ha legami storici (India e Singapore) e affinità geopolitiche (Giappone e Corea del Sud), il tentativo di ridurre l’interscambio con la Cina non è né immediato né senza contraccolpi, soprattutto per le molte imprese e organizzazioni, tra cui le università, che hanno trovato in Pechino un “cliente” per ora insostituibile.

L’ASEAN: ottimo potenziale ma per ora solo in teoria

È possibile che Paesi geograficamente vicini come Indonesia, Viet Nam e Filippine, che hanno popolazioni di oltre cento milioni di persone, una classe media in crescita e in grado di spendere, ed economie complementari all’Australia e con cui sono stati firmati trattati di libero scambio, diventino una “nuova Cina”?

La mia risposta è: probabilmente no. Sebbene i Paesi dell’ASEAN rappresentino un ovvio potenziale di benefici economici, sono visti con una certa indifferenza e diffidenza dall’Australia. L’unica eccezione è Singapore, con cui l’Australia ha stretti legami commerciali, storici (Commonwealth) e strategici (interessi militari americani). L’ASEAN è la decima zona geografica per volumi di scambio commerciale e attira solo il 4% degli investimenti australiani (viceversa in direzione opposta), ma quasi la metà è rappresentata dagli scambi con Singapore. Il potenziale per incrementare l’interscambio con il resto dell’ASEAN esiste, dato che non ci sono ovvie ragioni per il limitato volume di affari che caratterizza gli ultimi trent’anni, nonostante i trattati commerciali firmati e le dichiarazioni di prossime aperture[12]. Esistono però ragioni meno ovvie e tra queste spicca il timore di fondo che relazioni economiche più strette con i Paesi dell’ASEAN (con l’esclusione di Singapore), che sono profondamente diversi dall’Australia per reddito, lingua e cultura, inevitabilmente portino alla richiesta di una maggiore apertura australiana all’immigrazione da queste regioni. Immigrazione, anche se solo temporanea, a cui, per ora l’Australia non è affatto interessata per paura di una possibile “invasione” futura, come paventato da non poche personalità economiche e politiche[13]. L’Asia, in generale, e l’ASEAN, in particolare, vanno benissimo come “cliente” ma non sono ancora visti come “partner”. L’atteggiamento australiano nei confronti dei Paesi vicini resta quindi disinteressato e non si percepiscono cambiamenti di rotta immediati. Per ora, parafrasando una frase attribuita, e per la verità mai confermata, all’ex primo ministro Paul Keating[14], “l’ASEAN è quella zona geografica che si sorvola per andare in Europa”[15].

[1] Il waratah è un arbusto di circa quattro metri di altezza che cresce esclusivamente in Australia. Il genere Telopea speciosissima, un grande fiore rosso con un diametro di circa dodici centimetri, è la specie più comune ed è diffusa soprattutto nello stato del Nuovo Galles del Sud.

[2] Cfr. i dati della World Bank al link https://databank.worldbank.org/data/download/GDP.pdf

[3] Cfr. i dati della World Bank al link https://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.PCAP.KD?most_recent_value_desc=true

[4] OECD (2020), OECD Income Distribution Database (IDD): Gini, Poverty, Income, Methods and Concepts, disponibile online al link https://www.oecd.org/social/income-distribution-database.htm

[5] Cfr. Helliwell, J.F., Huang H. e Wang S. (2019), “Changing World Happiness, Chapter 2, World Happiness Report, 20 marzo, disponibile online al link https://worldhappiness.report/ed/2019/changing-world-happiness/

[6] Norton, A. e Cherastidtham, I. (2018), “Mapping Australian Higher Education 2018”, Grattan Institute, Report n. 2018-11, settembre, disponibile online al link https://grattan.edu.au/wp-content/uploads/2018/09/907-Mapping-Australian-higher-education-2018.pdf

[7] Le ragioni di scambio (R.d.S.) corrispondono al potere d’acquisto dell’export di un Paese in termini dell’import dello stesso Paese. Le R.d.S. sono calcolate come rapporto fra il prezzo medio dell’export di un Paese e il prezzo medio del suo import. Esse danno quindi la quantità di export necessaria per acquistare una data quantità di import. Quando aumenta il prezzo dell’export rispetto all’import si dice che le RdS migliorano; viceversa (per esempio quando aumenta il prezzo del petrolio importato) le R.d.S. peggiorano (Fonte: Il Sole24 Ore, al link https://argomenti.ilsole24ore.com/parolechiave/ragioni-scambio.html).

[8] Tani, M. (2014), “Using a point system for selecting immigrants”, IZA World of Labor, n. 24.

[9] Cfr. Minifie, J. (2017), “Competition in Australia. Too Little of a Good Thing?”, Grattan Institute, Report n. 2017-12, dicembre, disponibile online al link https://grattan.edu.au/wp-content/uploads/2017/12/895-Competition-in-Australia-Too-little-of-a-good-thing-.pdf; Review of National Competition Policy Arrangements, Australian Government, Productivity Commission.

[10] Cfr. Superannuation basics, Australian Government, Australian Taxation Office.

[11] Australian Government (2018), “Tackling the Black Economy. Government Response to the Black Economy Taskforce Final Report, maggio, disponibile online al link https://treasury.gov.au/sites/default/files/2019-03/Government-response-final.pdf

[12] Cfr. Discorso di Mr Simon Merrifield, ambasciatore australiano presso l’ASEAN, “What ASEAN Means for Australia”, Giacarta, 19 novembre 2015, disponibile online al sito https://asean.mission.gov.au/aesn/HOMSpeech15_09.html; discorso di Ms Jane Duke, ambasciatrice australiana presso l’ASEAN, “Australia today – What does ASEAN mean for Australia”, Adelaide, 31 marzo 2017, disponibile online al link https://asean.mission.gov.au/aesn/HOMSpeech17_01.html; Department of Foreign Affairs and Trade, “Why ASEAN matters: our shared prosperity”, disponibile online al sito https://www.dfat.gov.au/international-relations/regional-architecture/asean/Pages/why-asean-matters-our-shared-prosperity

[13] Cfr. Dunn, K.M., Klocker N. e Salabay T. (2007), “Contemporary Racism and Islamaphobia in Australia: Racializing Religion”, Ethnicities, 7 (4), pp. 564-89; Fitzgerald, J. (2007), Big White Lie: Chinese Australians in White Australia, Sydney: UNSW Press; Poynting, S. e Mason V. (2007), “The Resistible Rise of Islamophobia: Anti-Muslim Racism in the UK and Australia before 11 September 2001”, Journal of Sociology, 43 (1), pp. 61-86. Si veda anche Young, E. (2020), “Labor MP slams Josh Frydenberg for last week’s ‘offensive’ Hindu comments in parliament”, SBS News, marzo; Karp, P. (2019), “Anning comments ‘attack Australian way of life’, race commissioner says”, The Guardian, marzo; Murphy, K. (2016), “Pauline Hanson calls for immigration ban: ‘back to where you came from’”, The Guardian, settembre; Dunn, K. (2003), “Racism in Australia. Findings of a Survey on Racist Attitudes and Experiences of Racism”, disponibile online al link https://openresearch-repository.anu.edu.au/bitstream/1885/41761/4/dunn_paper.pdf (paper presentato alla conferenza “The challenges of immigration and integration in the European Union and Australia”, University of Sydney, Sydney).

[14] Si veda [Guest blogger] (2013), “Reader riposte: Paul Keating’s Asia quip”, The Interpreter, 23 luglio, disponibile online al link https://www.lowyinstitute.org/the-interpreter/reader-riposte-paul-keatings-asia-quip

[15] Il corsivo è di chi scrive.

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