La sfida del COVID: Salute e sicurezza nazionale negli stati falliti

Gli agenti patogeni stanno scrivendo la storia e poiché oggi l’intero pianeta sta patendo gli effetti dell’assedio di una pandemia elusiva è saggio riflettere sul rapporto tra salute e sicurezza nazionale. È forse fin troppo semplice vedere questa relazione come sempre positive. In fin dei conti, come disse in modo succinto Ralph Waldo Emerson “la prima ricchezza è la salute” ed effettivamente la decrepitezza non fa bene a nessuno: indebolisce la popolazione e impone costi agli stati. Ma esistono situazioni in cui la sicurezza nazionale va a scapito della salute pubblica e del benessere, come nei cosiddetti stati falliti? I fallimenti sanitari di grande portata potrebbero venire considerati una “firma”, o un tratto distintivo, di uno stato fallito?

In un mondo ideale, una crisi sanitaria prolungata evocherebbe un’attenzione pubblica senza precedenti da parte degli stati. Eppure, alcuni stati si sottraggono in modo evidente a questa responsabilità. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno usato la pandemia per portare avanti i programmi di sicurezza nazionale pre-pandemici. La pandemia è stata poi sfruttata per consolidare il potere esecutivo, schierare il Defense Production Act a fini protezionistici, e per attaccare l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Sono state fatte offerte economiche alle aziende straniere per ottenere un accesso privilegiato alla ricerca sul vaccino contro il COVID-19, di cui il mondo intero ha bisogno. E nel fare tutto ciò, gli Stati Uniti hanno anche generosamente finanziato e concesso agevolazioni fiscali ai giganti farmaceutici che sovvenzionano alcuni politici, chiudendo un occhio sui prezzi esorbitanti dei medicinali.

L’insensibile politicizzazione della sanità nazionale negli Stati Uniti e altrove in tempi è una tragedia dei beni comuni (tragedy of the commons). A differenza dei medici, gli stati non hanno l’obbligo di primum non nocere. Quando simili comportamenti da parte dello stato prevalgono, cosa dovrebbero fare I cittadini (e soprattutto gli ancora più vulnerabili non-cittadini)? Utili spunti di riflessione arrivano dall’arido entroterra statunitense, nel cosiddetto “paese indiano” dove la densità di popolazione è talmente bassa che il contagio da COVID-19 dovrebbe essere solo accidentale.

Le nazioni indiane all’interno degli Stati Uniti mantengono la loro sovranità in virtù dei trattati, “la legge suprema della terra” ai sensi dell’articolo 6 della Costituzione degli Stati Uniti. La loro “sicurezza nazionale” si basa sul rispetto da parte del Governo federale degli obblighi previsti da tali trattati. Le infrazioni del Governo federale non sono però mai mancate e anche nell’attuale crisi sanitaria sembra esserci una soluzione di continuità. Con l’arrivo del COVID-19, le aree abitate dalle tribù dei Navajo e Hopi sono diventate “zone rosse”, data la pregressa penuria di acqua, cibo e medicine. Negli ultimi mesi, però, entrambe le tribù hanno ricevuto sostegno da un’insolita fonte: gli Irlandesi. Grazie a una massiccia campagna GoFundMe per la fornitura di cibo, abbigliamento e medicine a favore delle nazioni Navajo e Hopi, migliaia di cittadini irlandesi hanno fatto quello che il Governo degli Stati Uniti avrebbe dovuto fare per legge. Molti dei donatori discendono dai superstiti alla carestia di patate del 1848, sopravvissuti anche grazie alle donazioni degli Indiani Choctaw che subirono una brutale rimozione dalle loro terre negli anni trenta del 1800. Che gli Irlandesi abbiano o meno “salvato il mondo” in passato, i samaritani irlandesi stanno oggi contribuendo a salvare gli Indiani d’America.

Kindred Spirits a Bailick Park, Midleton. Fonte: Wikipedia.

Questa storia rispecchia ciò che sappiamo da altri racconti di turpitudine morale degli stati? Tra le lezioni più importanti insegnateci dalla crisi COVID-19, c’è che gli sforzi degli stati nel rispondere alle crisi non sono uniformi. Alcune delle élite al potere vedono cinicamente le catastrofi sanitarie come un’opportunità per favorire il proprio elettorato e zittire l’opposizione oppure per “fare un po’ di pulizia” ed eliminare i problemi. È tristemente noto che il Governo degli Stati Uniti offrì alle nazioni indiane coperte infettate dal vaiolo, decimò le loro scorte alimentari (distruggendo terreni agricoli e uccidendo milioni di bufali) e, ancora oggi, discrimina i contadini indiani che richiedono prestiti agricoli o assicurazioni sui raccolti. Nonostante i preziosi contributi dei Navajo e degli Hopi alla sicurezza nazionale – essenziali per la creazione e la comprensione di linguaggi codificati durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale   — i servizi sanitari (e non) destinati ai Nativi americani sono cronicamente sottofinanziati. Cosa succederebbe se la generosità irlandese si affievolisse e se i Nativi hawaiani che oggi inviano forniture d’acqua ai loro cugini Americani guardassero altrove?

Nel suo libro The Art of Not Being Governed (2009), James Scott problematizza alcuni comportamenti statali che mettono in discussione l’interpretazione positiva e benevola del concetto di sicurezza nazionale. Gli stati sono spesso un paradiso di sicurezza solo per alcuni, non per tutti. Contestualizzando le osservazioni di Scott nel presente, si noterà che le minoranze sono spesso vittime della negligenza e della persecuzione degli stati e che questo ha profonde conseguenze in ambito sanitario – come per gli Uiguri in Cina, i Rohingya in Myanmar, i Ladini e i Rom in Europa, i Palestinesi in Israele, gli Ebrei in ogni continente e gli aborigeni in tutto il mondo. Il lato oscuro dell’egemonia statale assume molte forme. Tra queste vi sono la tassazione schiacciante, la coscrizione, il lavoro forzato, l’espropriazione della terra, l’assimilazione obbligatoria e una serie di trasferimenti coatti. A ciò si aggiungono scarso accesso all’acqua pulita, alla sanità pubblica, all’assistenza di emergenza e alla tutela dei diritti umani – tutti elementi che di certo sottendono il benessere.

Simili violazioni del contratto sociale solo alla base del fallimento statale e, si badi bene, possono essere presenti anche negli stati che vantano una posizione di leadership in termini di produttività economica, forza militare e tenore di vita materiale. È infatti quando uno stato volta le spalle alla sua popolazione o quando, come nel caso della schiavitù o di forme sfruttamento più velate, fonda la sua ricchezza sulla diseguaglianza – intenzionale o fattuale –, che esso “fallisce”. La malversazione statale significa, tra l’altro, che la salute della sua popolazione – e in particolare quella delle minoranze – è compromessa dalla scarsa alimentazione, dalla mancanza di acqua potabile, aria pulita o un riparo sicuro nonché da una lunga lista di indicatori di salute e benessere. Anche in questo caso, gli Stati Uniti offrono un esempio ben documentato.

Sorprendentemente, uno statunitense vive una vita più breve e gode, fin dalla nascita, di una salute peggiore di rispetto ai cittadini di altre nazioni ricche. Questa realtà riguarda tutte le fasce d’età fino ai 75 anni e si rifà a molteplici malattie, lesioni e fattori di rischio biologici e comportamentali. Questi svantaggi sono tragicamente più pronunciati tra le fasce della popolazione più indigenti dal punto di vista socio-economico. Di nuovo, “stato fallito” non è sinonimo di “stato debole”. Secondo l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite (Human Development Index, HDI), gli Stati Uniti si collocano nella parte alta della classifica (‘very high’, al 15imo posto sui 189 stati e territori riconosciuti dalle Nazioni Unite). Tra le componenti dell’HDI vi è l’aspettativa di vita, che negli Stati Uniti è recentemente cresciuta. Tuttavia, quando questo indice è “corretto” per tenere conto delle disuguaglianze, notoriamente profonde negli Stati Uniti, la media dell’HDI statunitense crolla del 13,4% – una caduta maggiore della diminuzione media degli altri paesi classificati come ‘very high’. Non c’è quindi da sorprendersi se fra i membri degli stati moderni maggiormente deprivati, “sicurezza” voglia dire affidarsi alle organizzazioni subalterne e non-statali, ai movimenti sociali, alle reti internazionali e ai buoni vicini all’estero, piuttosto che allo stato.

Scott è famoso per aver dato enfasi alle azioni difensive di chi non si fida dello stato, anche in tempi di carestie ed epidemie.  Come a commentare l’odierno flagello COVID-19, egli osservava che la maggior parte delle epidemie sono malattie zoonotiche trasferite da animali addomesticati e dai loro “accompagnatori”, come ratti, zecche, zanzare, pulci, acari e così via. Se questa osservazione fosse stata estesa agli animali selvatici e ai loro rispettivi accompagnatori, la comprensione delle pandemie da parte di Scott sarebbe molto attuale. Lo stesso si potrebbe dire della sua argomentazione storica secondo cui gli stati incoraggiano non solo l’addomesticamento degli animali, ma anche la loro concentrazione e la loro mescolanza con le comunità umane, esponendo quindi la vulnerabilità di queste ultime. I mercati economico-finanziari sono parte integrante della sicurezza nazionale per la maggior parte degli stati, siano essi falliti o meno. Gli stati che deregolamentano i pericoli e i lati negativi dei mercati devono essere visti come successi neoliberali o come fallimenti? Nel caso degli Stati Uniti, dove facciamo affari scambiando morti in cambio di azioni e punti in borsa (“death for DOW”), la patologia è diventata una mentalità, oltre che a una malattia.

In che modo la morbosità, mortalità e disumanità dell’attuale pandemia potrebbero stimolare e alimentare il pensiero critico sulla sicurezza nazionale? Numerose risposte statali al COVID-19 hanno messo a nudo il malessere derivante dal trattamento vergognoso rivolto ai più vulnerabili. Ciò è vero anche per quegli stati che indossano una maschera di sviluppo e sono raramente percepiti come falliti: essere economicamente benestanti ma poveri in termini di salute solleva preoccupazioni di fondo su cosa significhi la prosperità nazionale e a quale costo essa venga raggiunta.

Per saperne di più

Howe, L. e Kirwan, P. (ed.) (2020) Famine Pots: The Choctaw Irish Gift Exchange 1847-Present. East Lansing, Michigan: Michigan State University Press.

Scott, J. C. (2009) The Art of Not Being Governed: An Anarchist History of Upland Southeast Asia. New Haven: Yale University Press.

Woolf S.H. e Aron L. (ed.) (2013) U.S. Health in International Perspective: Shorter Lives, Poorer Health. Washington (DC): National Academies Press.

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