[LA RECENSIONE] Quando l’oriente si tinse di rosso. Saggi sulla rivoluzione cinese.

Quando l’oriente si tinse di rosso. Saggi sulla rivoluzione cinese. Edizioni Viaggi di Cultura, Bologna 2013

Tra qualche anno si celebrerà il primo centenario del Partito comunista cinese (Pcc), oggi a capo della seconda economia mondiale. Che cosa sa il lettore italiano degli anni in cui il Pcc ha forgiato, con il ferro e con il fuoco, la propria identità? Quanto è importante capire la storia di quegli anni, per comprendere vizi, vezzi, idiosincrasie e virtù dell’organizzazione comunista che ha traghettato la Cina verso il capitalismo (ma non verso la democrazia liberale)? Quanto ancora conta l’eredità degli studi italiani sulla rivoluzione cinese maturati negli anni Settanta, in un contesto culturale così radicalmente diverso dall’attuale?
A queste domande offre una risposta Quando l’oriente si tinse di rosso di Stefano Cammelli, pubblicato con la collaborazione dell’Associazione culturale Ticino-Cina. Frutto di dodici anni di studi, il lavoro analizza i momenti salienti della storia dei primi decenni di vita del Pcc, dal massacro dei comunisti a opera di Chiang Kaishek (1927) fino alla riconquista del Sud-ovest della Cina (1950-1951), un anno dopo la fondazione della Repubblica popolare cinese (Rpc). In questo lungo viaggio, Cammelli è accompagnato dalla rilettura di un testo classico, Stella rossa sulla Cina del giornalista americano Edgard Snow, dai diari di Petr Vladivorov (l’agente dei servizi segreti russi presente a Yan’an), dai rapporti, in lingua italiana e tedesca, dei missionari europei attivi in quegli anni nel paese (in particolare, l’autore ripropone Nella terra di Mao-tsetung di Padre Carlo Suigo, uscito nel 1951), dalla letteratura in lingua inglese pubblicata negli ultimi anni, e dai più recenti studi storici in lingua cinese.
Il libro di Snow ha contribuito, con il suo straordinario successo, alla creazione del mito del comunismo cinese in Occidente tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70 – il mito di un movimento riformatore agrario “nuovo” e “diverso” dal leninismo sovietico, carico di romantico afflato delle povere masse contadine in lotta contro il retrogrado mondo feudale. Rileggere Stella rossa, ricollocandolo nel giusto contesto interno e internazionale in cui fu scritto, per Cammelli significa contribuire alla decostruzione di questo mito, per individuare invece la forza e le debolezze di un partito che – sebbene camaleonticamente convertito all’economia di mercato – conserva intatto il suo Dna di organizzazione di lotta per la conquista del potere, intesa anche e soprattutto come lotta per la sopravvivenza. Fu l’abilità di Mao a trasmettere a Snow ciò che il mondo allora voleva sentirsi dire: Mao è un benevolo antifascista; mentre Chiang vuole condurre la Cina a un’innaturale modernità, i comunisti ne intendono conservare la bucolica essenza, che gli occidentali avevano amato attraverso i romanzi della scrittrice americana Pearl Buck. In fondo, che cosa c’è di meglio per l’Occidente di farsi vanto dei propri esotici stereotipi (le cui immagini poi finiscono inevitabilmente stampate sulle t-shirt?). Da questa incomprensione nacque il dibattito che vide protagonisti negli anni ‘70 da un lato coloro che ritenevano che la “perdita” della Cina al comunismo avrebbe potuto essere evitata, e dall’altro autori quali Enrica Collotti Pischel e Mark Selden, preoccupati invece di “smentire la leggenda dei riformatori agrari e confermare che Mao e il Pcc erano sempre stati rivoluzionari” (p. 99).
Al di là invece di questa – che oggi possiamo definire sterile – diatriba, Quando l’oriente si tinse di rosso osserva la natura di un leader e di un partito che devono affermarsi in un contesto difficilissimo, dilaniato da guerra esterna, guerriglia interna, banditismo, collaborazionismo, carestie, fame, disperazione, lotta comunque dura e senza esclusione di colpi. Mao deve necessariamente controllare l’informazione, “in una sorta di recita dove quello che viene rivelato è raramente vero e quello che sta accadendo non viene mai rivelato” (p. 133); deve lottare per guadagnare fiducia e sostegno delle masse contadine, che non sempre accolgono festanti l’ingresso dell’Armata rossa nei loro villaggi (p. 157); non può permettersi il lusso di tollerare opposizione e tradimento (p. 159); deve distruggere la società tradizionale (p. 165). Emerge quindi il quadro di un partito che, nella costruzione della base rossa prima sugli Jingganshan e quindi a Yan’An, procede a una vera e propria “militarizzazione della popolazione” (p. 165) che sarebbe inevitabilmente sfociata nel terrore rivoluzionario della Campagna di rettifica tra il 1942 e il 1945, con metodi e stili che sarebbero stati replicati anche successivamente, dopo il 1949 (un esempio tra tutti, la Rivoluzione culturale).
In questo processo di delegittimazione dell’altro da sé, anche la lotta anti-giapponese è divenuta un mito funzionale: il Pcc non è il solo attore della società a combattere il Giappone, che facilita la missione rivoluzionaria del partito distruggendo quelle istituzioni statali che ancora rimanevano vitali; è la resa incondizionata di Hirohito a creare le condizioni per la guerra civile in Cina, vinta da Mao, un “generale geniale” che conquista la Cina in modo “napoleonico” (p. 363), grazie al “trionfo militare e politico” e non al sostegno delle masse (p. 364). Sfatando l’ulteriore mito della conquista delle città dalle campagne, Cammelli evidenzia come, anche nel sedare le rivolte del Guizhou nel 1950, il Pcc adotta la tattica di tutti gli eserciti di conquista: controllo dei gangli vitali della nazione (città e infrastrutture) e successivamente estensione del dominio alle campagne. E non sempre è facile per un’armata di conquista diventare forza di governo, come dimostrano le pagine sull’economia nelle basi rosse e nel Sud-Ovest appena riconquistato.
Perciò Quando l’oriente si tinse di rosso, nella sua ricchezza espositiva che non sarebbe stata sminuita da una riduzione di alcuni lunghi passaggi, diventa un’utile lettura non solo per gli studiosi di area (poiché aiuta a comprendere la guardinga ossessione del regime contro il dissenso e il fazionalismo), ma anche per tutti coloro che studiano i processi di formazione dello stato, in società pre-capitaliste.

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