[LA RECENSIONE] Il Partito e i giovani. Storia della Lega giovanile comunista in Cina

Sofia Graziani, Il Partito e i giovani. Storia della Lega giovanile comunista in Cina, Venezia, Cafoscarina, 2013

“Il mondo è vostro, come è nostro, ma in ultima analisi è vostro. Voi giovani pieni di vigore e vitalità, siete nel fiore della vita, come il sole alle otto o alle nove del mattino. Le nostre speranze sono riposte in voi… il mondo vi appartiene. Il futuro della Cina vi appartiene”. In queste parole – pronunciate da Mao Zedong nel 1957 davanti agli studenti cinesi a Mosca, e citate nel libro di Sofia Graziani che OrizzonteCina propone come lettura del mese – sta la chiave di lettura del ruolo svolto dalla Lega Giovanile comunista in Cina, una delle principali associazioni ufficiali che costituiscono la “cinghia di trasmissione” tra il Partito comunista cinese (Pcc) e le masse. Se i giovani rappresentano il futuro, si comprende quanto il compito della Lega giovanile sia stato importante per la conquista e il mantenimento del potere ad opera del Pcc: con le sue attività di propaganda, istruzione, educazione, la Lega è stata fondamentale per la socializzazione delle masse alla narrazione socialista, per l’adesione al progetto comunista e per il reclutamento dei nuovi quadri nei ranghi del regime.

Non stupisce pertanto che la storia della Lega sia legata a doppio filo alle tormentate vicende del Pcc, e che le sue sorti abbiano risentito anche dei violenti scontri tra personalità, fazioni, idee di cui sono intrise le vicende politiche della Repubblica popolare cinese (Rpc). Questo aspetto, in realtà, è il filo conduttore del testo: l’autrice – ricercatrice presso l’Università degli Studi di Bologna – affronta la storia della Lega dagli anni ‘20 del ‘900 ai giorni nostri, attraverso un esame della letteratura in lingua inglese e in lingua cinese, delle fonti primarie e con il corredo di interviste sul campo, ben mettendo in luce la resilienza dell’associazione, specchio in verità del camaleontico percorso del Pcc, che ha fatto della ricerca continua del sottile equilibrio tra flessibilità e rigore il suo registro istituzionale. All’interno della Lega si è realizzato anche il naturale scontro di due diversi concetti dell’istruzione/educazione giovanile: se si “dovesse enfatizzare la preparazione accademica e quindi la formazione di esperti necessari alla modernizzazione del paese” o se “piuttosto [si] dovesse enfatizzare la formazione politica e, quindi, la produzione (un termine non scelto a caso, nds) di attivisti politici” (p. 45).

Già negli anni ‘10 il Movimento di Nuova Cultura aveva enucleato la gioventù come categoria principale del rinnovamento, e dal Movimento del Quattro Maggio alla fondazione della prima cellula della Lega giovanile socialista a Shanghai nel 1920, il passo è breve. Ridenominata “comunista” nel 1925, la Lega nel 1935 viene convertita dal Pcc in “un’organizzazione giovanile di massa anti-giapponese per la salvezza nazionale, aperta a tutti i giovani dotati di spirito patriottico, indipendentemente dalla loro adesione ideologica al comunismo” (p. 36), e questa funzione verrà svolta fino al 1946. Nell’aprile del 1949 la Lega (con il nuovo nome di Lega giovanile di nuova democrazia) viene piegata da Mao all’esigenza di sancire l’alleanza di tutte le classi rivoluzionarie, nell’attesa del trionfo socialista. Nei primi anni della Rpc iscriversi alla Lega (nel frattempo ridiventata “comunista” nel 1957) significava accedere a posti di prestigio, influenza e potere, ma durante la campagna dei Cento Fiori toccherà a Hu Yaobang (che in seguito riabiliterà molti compagni epurati in quella occasione) difendere la Lega dalle accuse di destrismo e di insubordinazione al Pcc, riconducendola all’ovile. Accusata da Mao di essere allineata con Liu Shaoqi, negli anni ‘60 l’organizzazione viene convertita nella scuola per lo studio del pensiero di Mao: grazie anche all’adozione di criteri meno rigidi per la selezione dei membri, si prepara il terreno alla creazione del culto della personalità che conoscerà il suo apice tra i giovani con la diffusione del “libretto rosso” durante la Rivoluzione Culturale, sulle cui macerie occorre ripensare natura, funzione, spazi di azione della Lega. Infatti, negli anni ‘80, i giovani, disillusi verso le organizzazioni ufficiali, guardano altrove, pronti a osservare (se non ancora a recepire) i primi modelli di consumo occidentali che filtrano attraverso la “porta aperta” di Deng. Non sorprende pertanto che la Lega recepisca l’orientamento pragmatico della nuova leadership, e si trasformi in una potente arma al servizio del nuovo corso. E di servizi, appunto, essa inizia ad occuparsi, affiancando al modello di Lei Feng (“l’esempio più noto della personificazione degli ideali comunisti”, p. 45) quello di Zhang Haidi, la studentessa disabile che nella sete di conoscenza, nello studio (per la modernizzazione) e nei comportamenti altruistici trova modo di superare i propri limiti. Dal sostegno all’educazione patriottica alla condivisione degli “Otto standard” di Hu Jintao (2006), dalla consulenza per la formulazione delle politiche pubbliche all’aiuto a favore dell’infanzia disagiata attraverso la China Youth Development Foundation, dalla promozione di nuove forme di volontariato (che combinano gli ideali di rispetto confuciano con il tradizionale mantra del “servire il popolo”) alla nuova – cruciale – funzione (soprattutto dopo i fatti di Tiananmen) di controllo dei “centri giovanili” autonomi che sorgono ovunque negli ultimi anni, le attività della Lega sembrano rispondere alla logica nuova di una società plurale in un regime autocratico, una logica di delivery di benefici materiali, spirituali e sociali, mutualmente vantaggiosi per gli individui, per il Pcc e – quindi – per la Cina.

Qual è il risultato finale di questo lungo percorso? Oggi la Lega sembra reclutare gli studenti migliori (dallo 0,8% della popolazione studentesca nel 1990 al 3,8% nel 2000), potendo contare su 89 milioni di iscritti nel 2012 (10 milioni in più del 2008), e costituisce una fondamentale “riserva di potere” per il Pcc per gli anni a venire. Tutti i regimi autoritari, di qualsivoglia colore, praticano l’utilizzo della gioventù come categoria politica, e debbono insegnare alle democrazie che esse ignorano le future generazioni a proprio rischio e pericolo. Se un Paese divora i suoi figli, ha l’orizzonte corto: si può sempre rimediare, a patto che non ci si limiti a una retorica di giovanilismo pop ma si attuino serie politiche a favore di chi, per citare Mao, “è nel fiore della vita”.

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