La recensione di Giuseppe Gabusi

Ignazio Musu, professore emerito di economia politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, torna a occuparsi della realtà politica, economica e sociale della Repubblica popolare cinese (Rpc) sette anni dopo avere pubblicato La Cina contemporanea (Bologna: Il Mulino, 2011). Lo fa con un libro completo e ottimista (accompagnato da un avviso all’Europa, come vedremo). Completo, perché in meno di duecento pagine mette in evidenza tutte le principali questioni sul tavolo di Xi Jinping e del Partito comunista cinese (Pcc), offrendo al pubblico non specialista una bussola per orientarsi nel complesso mondo della Cina dei giorni nostri, e agli studenti universitari innumerevoli spunti per approfondire determinati temi nelle loro ricerche. Ottimista, perché l’autore ritiene che la Rpc si sia ormai dotata degli strumenti, sotto la ferma guida di Xi, per vincere le innumerevoli sfide che attendono il paese.

Già dal titolo, il libro pone la Cina in un’ottica di continuità, accompagnata certamente da continui esperimenti, innovazioni, percorsi di apprendimento, sbagli. Il primo capitolo infatti dedica alcune pagine a quel che è successo dal 1978 al 2012, prima dell’ascesa di Xi Jinping alla presidenza della Rpc. Fu Deng Xiaoping ad imparare dalla storia dell’Ottocento che le “città aperte” sulla costa orientale potevano diventare un motore di sviluppo, purché stavolta non lo diventassero in base a diktats imposti dagli stranieri, ma a iniziative volute e controllate dai cinesi (p. 13). Furono Hu Jintao e Wen Jiabao – due leader poco carismatici e perciò a torto trascurati dalla memoria – a rimediare agli eccessivi costi del “turbocapitalismo” degli anni di Jiang Zemin, cercando di ripristinare un minimo di welfare state nell’istruzione e nella sanità. È in quegli anni, inoltre, che si pongono le basi per le primi azioni di contrasto al degrado ambientale.

Certo, Musu osserva come Hu e Wen non combatterono in maniera decisa il fenomeno della corruzione e non furono in grado di offrire una visione strategica per il futuro della nazione, mentre è proprio su questi due assi portanti che Xi fonda il suo mandato. Recupera il confucianesimo, i valori etici della cultura tradizionale cinese, e li rende compatibili con il marxismo, visto più come ideologia di riferimento per il suo potere trasformativo della società, più che come analisi delle storture del capitalismo. Musu ricorda il discorso di Xi al 19° Congresso nazionale del Partito, nel passaggio in cui fa riferimento ai “Tre Rigori” (essere rigorosi con se stessi nel coltivare se stessi, nell’uso del potere, nell’esercizio dell’autodisciplina) e alle “Tre Serietà” (essere seri nel modo di pensare, di lavorare, e di comportarsi).

Tra le sfide più importanti sottolineate dall’autore, la permanente disparità economica tra diverse zone del paese, il crescente indebitamento, e la disuguaglianza – il 25% più povero della popolazione possiede solo l’1% della ricchezza totale, e un terzo di questa è appannaggio dell’1% più ricco della popolazione, secondo una tendenza peraltro riscontrabile a livello mondiale (p. 103). Verrebbe quasi da dire che, mentre per Deng era importante che qualcuno si arricchisse per primo, nella Cina attuale siano solo i ricchi a continuare ad arricchirsi.

L’autore ricorda correttamente come Pechino non ponga una sfida diretta all’ordine liberale, poiché la Cina prospera grazie a un regime commerciale aperto, senza barriere. Xi l’ha ricordato chiaramente a Davos nel 2017, con una metafora speculare rispetto a quella già cara a Deng (“aprendo le finestre entrano anche le mosche”): “inseguire il protezionismo è come chiudersi in una stanza buia. Mentre il vento e la pioggia ne sono tenuti fuori, quella stanza buia bloccherà anche la luce e l’aria” (p. 149). Per aggirare determinate norme sugli investitori stranieri, aziende cinesi del calibro di Alibaba ricorrono allo strumento delle Variable Interest Equity nei paradisi fiscali – quegli stessi paradisi fiscali ampiamente tollerati dai governi occidentali fino alla Grande recessione del 2007-08, quando emerse chiaramente il loro potenziale rischio per la stabilità e la trasparenza del sistema finanziario globale. Certo, l’opacità delle compagini sociali delle aziende non aiuta la Cina, un paese in cui pubblico e privato si sovrappongono, si incrociano, si mescolano, in una confusione di diritti di proprietà che – se riflettiamo – potrebbe essere una delle principali cause dei sospetti e dei timori che le aziende cinesi suscitano e incutono quando investono all’estero: “molte aziende che sono nei fatti proprietà di persone […] sono registrate come imprese di proprietà pubblica; spesso sono affittate ai «proprietari sostanziali» dai loro «proprietari originali formali», che sono per lo più governi locali” (p. 82).

Musu dedica infine un capitolo alle relazioni internazionali della Cina, offrendo un rapido excursus dei rapporti più significativi di Pechino, a cominciare da quelli con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, e del ruolo che questi assumono nel quadro delle nuove Vie della Seta. Se Washington DC ha ormai adottato un atteggiamento di chiusura verso gli investimenti cinesi in settori tecnologici e strategici, la posizione dell’Unione Europea è più cauta, ma più assertiva che in passato, come si evidenzia dal comunicato congiunto China-EU Strategy della Commissione Europea e dell’Alto Rappresentante per la politica estera del 12 marzo (approvato proprio mentre l’Italia annunciava la firma del Memorandum of Understanding sulla Belt and Road Initiative), in cui la Cina viene definita sia “partner negoziale”, sia “rivale sistemico” che propone un modello alternativo di governance – sfidando quindi indirettamente l’ordine liberale. Chissà se oggi l’autore concluderebbe quindi il suo libro (sostanzialmente ottimista sulla Cina) ancora con le note di pessimismo sulla capacità dell’Europa di superare la frammentarietà al suo interno: “non possiamo non augurarci che questo avvenga, perché, se non avverrà, la stessa ancora indiscutibile forza economica dell’Europa non sarà in grado di contrastare l’inevitabile avanzata egemonica della Cina, e finirà per essere compromessa” (p. 194). Che sia alla fine suonata la sveglia? 

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