La Recensione di Giuseppe Gabusi

Alberto Bradanini
Oltre la Grande Muraglia. Uno sguardo sulla Cina che non ti aspetti
(Milano, Università Bocconi Editore, 2018).

Non era facile scrivere un libro in grado di offrire una panoramica ampia ed esaustiva delle sfide che la Cina – e il mondo – si trovano ad affrontare in questo secolo nuovo, eppure paradossalmente già vecchio, avviluppato com’è in logiche ottocentesche di potenziale conflitto tra grandi potenze. Ci prova Alberto Bradanini con Oltre la Grande Muraglia (un titolo ahimè di scarsa fantasia, che richiama troppo da vicino il classico travelogue di Colin Thubron). Bradanini – già console generale a Hong Kong (1996-1998) e ambasciatore d’Italia a Pechino (2013-2015), e ora presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea – è un sincero appassionato di Cina, e questo libro è evidente frutto della combinazione di letture colte, di esperienze “sul campo” (piacevoli sono gli aneddoti tratti dalla sua vita di diplomatico), e di riflessioni approfondite e pungenti, che ne connotano l’originalità.

Il testo inizia affrontando i modelli culturali sedimentati in Cina nei secoli, cercando di illustrare perché sia così difficile per l’Occidente comprendere l’Impero di Mezzo. Per far questo ricorre, ad esempio, a pensatori quali François Jullien e alla sua “nozione di esteriorità-eterotopia” che sottolinea lo sviluppo cinese “a prescindere dall’Occidente” (p. 28). Bradanini sottolinea come il tempo di tale alterità assoluta sia finito e come sia oggi necessario un rafforzato dialogo e confronto tra civiltà, sul terreno del destino comune dell’umanità, poiché “la Cina diverrà un territorio più familiare sotto ogni profilo, mentre a sua volta l’Occidente dovrà far spazio nella sua cornice culturale anche alla dimensione cinese” (p. 29).

Nessun facile ottimismo, tuttavia: nel capitolo “Ideologia e potere” Bradanini constata amaramente che di fronte al capitalismo finanziario e alle società atomizzate prodotti dall’Occidente la Cina sembra aver scelto di praticare una brutta copia del capitalismo occidentale, aggiungendo alla repressione del lavoro (si veda l’articolo di apertura di questo numero di OrizzonteCina) la limitazione delle libertà individuali. Il rinvio a data da destinarsi del passaggio alla “seconda fase” del socialismo, in cui le contraddizioni della prima possano essere superate, riproduce così anche nel contesto cinese “l’uomo a una dimensione, che la voracità solipsista dell’Occidente ben conosce” (p. 32). Il Partito comunista cinese – “una macchina incaricata di alimentare consumismo e arricchimento” (p. 264) – non è più il partito del proletariato, ma il partito “della classe media, dei circoli finanziari, dei percettori di rendite, del liberismo globalizzato, del profitto a scapito di beni primari come l’ambiente” (p. 264). Se anche la Cina è caduta preda del mercatismo, sembra dire l’autore, forse tutto è perduto e non ci sarà spazio per l’umanesimo nel nostro futuro.

Nella parte centrale del libro, largo spazio è dato alle relazioni internazionali. Con grande onestà intellettuale, e senza alcun timore di esporsi a critiche, Bradanini offre una personale e ragionata guida alla concezione cinese dei rapporti con le principali potenze, e una disamina delle questioni sul tavolo. Non fa sconti a Pechino: “I cinque principi di coesistenza pacifica (uno di essi è la non interferenza negli affari interni, ndr) furono in verità più volte disapplicati proprio dalla Cina, quando la convenienza lo suggeriva” (p. 91). Stigmatizza l’azione americana di allontanamento dell’Europa dalla Russia, quando una loro prossimità “consentirebbe di tradurre in benefici sonanti i tanti interessi complementari tra Europa e Russia, basati su affinità culturale e vicinanza geografica” (p. 100). Invero, riguardo all’affinità culturale, non credo basti amare Dostoevskij per apprezzare la Russia di Putin, e sulla vicinanza geografica suggerisco di chiedere ai polacchi o ai paesi baltici che cosa essa implichi (la necessità di allontanarsi da Mosca, appunto). Certo Washington farà di tutto per evitare la formazione di un blocco eurasiatico, che includa anche la Cina, la quale astenendosi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull’annessione russa della Crimea avrebbe agito con “astuto equilibrismo” (p. 125), in realtà arrampicandosi sugli specchi per contenere l’imbarazzo davanti a una palese violazione della sovranità ucraina (un interlocutore cinese all’epoca mi fece notare che l’Ucraina è uno degli Stati più artificiali sulla faccia della terra…). Bradanini vede positivamente l’evoluzione della Shanghai Cooperation Organization (SCO), che potrebbe contribuire a risolvere il contenzioso indo-pakistano, diventando “una sorta di controparte asiatica della NATO” (p. 128), mentre in realtà proprio l’ingresso dell’India e del Pakistan diluisce l’uniformità di intenti e la fiducia che esisteva tra i membri precedenti.

Meno convincente appare il testo nell’attacco al ruolo della Commissione Europea e alla Germania con riferimento alla gestione della crisi dell’euro (il paragrafo “Cina e Unione Europea” inizia addirittura con una citazione di Primo Levi riferita alla Shoah). Se la Commissione negli ultimi anni è stata politicamente depotenziata (in favore del Consiglio Europeo), ciò è avvenuto grazie a una scelta comune dei governi degli Stati membri, sempre più gelosi delle rispettive sovranità. Se la Germania ha la responsabilità di aver atteso troppo a lungo prima di intervenire nella crisi greca, non c’è traccia nel testo, ad esempio, della scelta di Atene di truccare pesantemente i conti per soddisfare i parametri di Maastricht. Se è vero che di austerità si può morire, è altrettanto certo che non basta una nuova erogazione di denaro pubblico per fare crescere l’Italia che – come ha ricordato di recente Mario Draghi – ha preso a prestito dalle generazioni future, e i cui problemi strutturali vengono da molto lontano (si veda a proposito The political economy of Italy’s decline di Andrea Lorenzo Capussela).

Tra gli aneddoti riportati nel libro, Bradanini ricorda l’intervento di un accademico cinese in occasione di una cena in Ambasciata, a sostegno della tesi secondo cui l’Italia sarebbe un paese in via di sviluppo, tra la sorpresa degli astanti. Ma basta in effetti leggere i rapporti della Banca Mondiale su tematiche di sviluppo per accorgersi che l’Italia, non paragonabile ai paesi più poveri o agli Stati falliti, presenta in effetti – relativamente ad altri paesi occidentali – fenomeni tipici di contesti non pienamente moderni, dall’elevata quota di economia sommersa all’evasione ed elusione fiscale dilaganti, dal mancato controllo di intere porzioni del territorio nazionale alla corruzione facilitata da una selva di norme e regolamenti. Soprattutto, almeno un terzo del paese non ha mai conosciuto logiche di accumulazione capitalistica, bensì un’economia di prebende, che entra inevitabilmente in crisi quando diminuisce la spesa pubblica. C’è, d’altro canto, un terzo del paese il cui apparato produttivo ruota attorno al traino tedesco, e che ha saputo approfittare dell’euro per ristrutturare in maniera efficiente il proprio business. A volte il testo sembra contraddirsi: da un lato, riguardo alla partecipazione ai progetti promossi sotto l’egida della Belt and Road Initiative, si afferma che “tenersi alla larga da Bruxelles e contare sulle proprie forze è per l’Italia la strada migliore” (p. 173) – ignorando i problemi di scala che affliggono le aziende italiane quando si confrontano con gli appalti pubblici delle agenzie multilaterali – , ma dall’altro si riconosce che Pechino presta ascolto all’Italia quando “quest’ultima (talvolta capita) fa sentire la sua voce a Bruxelles sui dossier d’interesse cinese” (p. 193). In verità, Bradanini riconosce anche i limiti della visione poco lungimirante dei governi italiani, non in grado di anticipare i segnali dell’avvento cinese sulla scena globale (ricordiamo che Pechino chiese di accedere al GATT nel 1986, ed entrò nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001).

Non mancano nel testo alcune imprecisioni (ad esempio, l’Asian Infrastructure Investment Bank non è “il principale veicolo di finanziamento” della Belt and Road Initiative – p. 173), e l’editore avrebbe potuto curare meglio alcuni passaggi dell’editing (le fonti online sono indicate con il mero URL, e viene inserita una casa editrice in un elenco di autori le cui opere vengono passate in rassegna). E se a volte – non essendo un libro accademico – ci si chiede a quale pubblico si rivolga l’autore, la risposta finale è forse la migliore possibile: al cittadino italiano, sovente così poco informato su temi di politica estera, che desideri apprendere da un osservatore privilegiato in quale direzione procedano non solo la Cina, ma anche l’Italia, l’Europa, il mondo e tutti noi.

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