La Recensione di Giuseppe Gabusi

Song Weiqing (a cura di)
China’s Relations with Central and Eastern Europe: from “Old Comrades” to New Partners (Abingdon: Routledge, 2018)

 

Negli anni della Guerra fredda, soprattutto dopo la clamorosa rottura tra Repubblica popolare cinese e Unione Sovietica alla fine degli anni Cinquanta, i rapporti tra Pechino e i paesi dell’Est europeo rimasero quasi inesistenti, con l’eccezione dell’Albania, regime comunista “eretico” in quanto non allineato con Mosca. La fine dell’URSS, come noto, ha “rimesso in gioco” sullo scacchiere internazionale le nazioni dell’Europa centrale e orientale (Central and Eastern European Countries, CEECs), tutte a vario titolo entrate nell’orbita occidentale e molte integrate anche dal punto di vista economico-istituzionale (con l’accesso all’Unione Europea) e per quanto riguarda le alleanze di sicurezza (con l’ingresso nell’Alleanza atlantica di alcune). Questi Paesi riconquistano quindi valenza strategica, e dopo l’entusiasmo per l’Occidente nutrito negli anni Novanta, iniziano anche a guardare altrove. Il libro che presentiamo in questo numero di OrizzonteCina fa decorrere dalla visita del Presidente cinese Hu Jintao in Romania nel 2004 l’interesse della Cina verso questa parte dell’Europa – un’attenzione che cresce con la crisi finanziaria del 2008, e culmina con l’istituzione nel 2012 del forum “16+1”, che riunisce annualmente attorno al medesimo tavolo alti funzionari e vertici governativi di Pechino con i loro omologhi provenienti da undici stati membri dell’UE (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Slovenia, Romania, Bulgaria, Lituania, Lettonia, Estonia, Croazia) e cinque stati esterni all’Unione, di cui quattro candidati all’ingresso (Serbia, Montenegro, Macedonia, Albania) e uno non ancora (Bosnia-Erzegovina).
Scritto da studiosi europei e cinesi, China’s Relations with Central and Eastern Europe ha la dichiarata ambizione di trattare per la prima volta in modo sistematico ed esauriente il tema del sempre maggiore coinvolgimento della Cina in aree (comprese i Balcani) strategiche per l’Italia e l’Europa nel suo complesso, soprattutto in un momento in cui l’UE attraversa una fase di indubbia debolezza, messa sotto attacco da populismi interni e derisa dall’alleato di sempre – gli Stati Uniti. Il libro è diviso in tre parti: il contesto della politica estera cinese nell’area, le questioni sul tappeto (il “16+1” e il ruolo dell’UE, le relazioni economico-commerciali, la public diplomacy, il tema delle norme e dei valori), e le relazioni bilaterali della Cina nell’area (con Repubblica Ceca, Ungheria – divenuta nel frattempo il principale partner di Pechino nella regione –, Polonia, Romania e paesi balcanici).
Se non è del tutto convincente la scelta di iniziare il libro con l’analisi del “sogno cinese” di Xi Jinping, collegandolo poi alla proiezione europea della Belt and Road Initiative (BRI) con la discutibile idea che la Cina avrebbe una preferenza per il capitalismo sociale in stile europeo, la parte centrale del volume è di sicuro interesse. Liu Zuokui della China Academy of Social Sciences (CASS), ricorda come il forum “16+1” sia ormai divenuto parte integrante della BRI, poiché, come essa, promuove la trasformazione industriale e l’upgrading, è una piattaforma di connettività per uno spazio geografico centrale per collegare l’Asia all’Europa, ed è complementare alla cooperazione UE-Cina. La visione secondo cui il “16+1” sarebbe uno strumento cinese per “dividere e imperare” è stata in effetti ridimensionata, considerato che per Pechino è cruciale mantenere un buon rapporto con Bruxelles, titolare esclusiva della politica commerciale comune.

            Tuttavia, alle dinamiche politico-economiche di questa regione prestano attenzione anche Washington (molti dei paesi coinvolti sono membri della NATO), la Germania (il processo di Berlino è all’origine della nuova strategia dell’UE nei Balcani occidentali), e la Russia (che ancora intrattiene relazioni privilegiate partner storici): ciò rende estremamente complessa la dinamica politica nella regione. Il terzo capitolo – dedicato alle relazioni economiche – merita un’attenzione particolare. Il commercio e gli investimenti tra Cina e CEECs sono collegati alle catene globali del valore. In una situazione di perdurante deficit commerciale a favore di Pechino, le aziende cinesi cercano basi di produzione che diventino strategicamente degli entry point per il più ampio mercato unico. Esse trovano nei CEECs economie dinamiche, inserite nello spazio economico europeo, con istituzioni solide e una forza lavoro qualificata e produttiva, a salari accettabili. Non è detto che siano accolte automaticamente a braccia aperte: mentre queste aziende agiscono tramite fusioni e acquisizioni (mergers and acquisitions, M&A), i governi locali preferirebbero attirare investimenti greenfield e brownfield, con una ricaduta occupazionale maggiore.

Gli investimenti sono principalmente di natura manifatturiera (nei settori della chimica e dell’elettronica), ma il capitale cinese è sempre più attivo nei servizi, quali le telecomunicazioni e i trasporti. Gli autori ci ricordano l’ormai ampia gamma delle tipologie degli investimenti cinesi, che sono orientati non solo all’acquisizione di quote di mercato (market-seeking), ma anche alla ricerca di efficienza ed asset strategici (efficiency-seeking e strategic asset-seeking). Tra questi ultimi, rientrano ovviamente le infrastrutture – un settore in cui le tensioni con Bruxelles per il mancato rispetto di procedure e standard normativi sono evidenti, come è successo nell’eclatante caso della ferrovia Budapest-Belgrado. In altri casi, molto più recenti, le controversie si aprono con aziende europee, come nell’appalto dei lavori del ponte di Peljesac in Croazia, finanziato all’85% dall’Unione e assegnato a un’azienda di Stato cinese con il 20% di ribasso rispetto a all’offerta di una società austriaca, che ha prontamente accusato la Cina di dumping societario. Simili situazioni sono probabilmente destinate a ripetersi, poiché altri stati membri (inclusa l’Italia, secondo alcune dichiarazioni governative) seguiranno la scia dell’Ungheria, primo paese UE a firmare un Memorandum of Understanding sulla BRI con la Cina, e accoglieranno nuovi importanti investimenti cinesi.
E così la Cina è entrata prepotentemente nei dibattiti di politica interna. Il libro evidenzia chiaramente come, nonostante la massiccia offensiva di public diplomacy (condotta in tutti i modi, dalle pubbliche relazioni governative ai media, dai think tank alle missioni economiche, dalle attività culturali agli istituti Confucio), l’esperienza del passato comunista di questi Paesi abbia fatto maturare una sana diffidenza nelle opinioni pubbliche verso la propaganda ufficiale cinese, con la conseguenza che l’atteggiamento positivo verso tutto ciò che è cinese appare assai limitato rispetto all’enorme quantità di mezzi (anche finanziari) dispiegati da Pechino. D’altra parte, il volume sottolinea come i cambiamenti radicali richiesti ai CEECs per entrare nell’UE abbiano creato vincenti e perdenti all’interno delle varie società, ora in parte disamorate del modello occidentale, e più inclini – soprattutto nei quattro Paesi del gruppo di Visegrad – ad accettare logiche di efficacia economica accompagnate da una deriva illiberale dello Stato. Se quindi la presenza cinese (seppure affidata alle migliori intenzioni di reciproco vantaggio e basata sulla neutralità valoriale) diminuisce la coerenza normativa tradizionale della politica estera dell’UE, la riflessione sui valori e sul futuro della democrazia e dell’Europa – ma anche sui modelli di sviluppo – si imporrà per suo conto. Meglio prepararsi e studiare, prendendo come punto di partenza questo articolato e ben documentato lavoro di ricerca.

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